ZZ Top: “ZZ Top’s First Album” (1971) – di Claudio Trezzani

Alzi la mano l’amante del rock americano e del blues che non conosce le due barbe più famose del Texas, una in particolare, quella di William Frederick Gibbons, al secolo Billy F Gibbons, leader e fondatore degli ZZ Top, “the little ol’ band from Texas. Una band che negli anni, soprattutto dopo il terzo disco, “Tres Hombres(1973), raggiunse un successo notevole negli Stati Uniti e con l’avvento dei video negli anni 80 divenne stella planetaria nell’Olimpo del rock, lasciando però per anni i lidi che l’aveva resa celebre e amata, deviando la loro musica fatta di grezzo blues mischiato alla psichedelia degli anni 60 verso un meltin’ pot di pop rock commerciale infarcito di elettronica che ha lasciato l’amaro in bocca ai numerosi fans. L’esordio, “ZZ Top’s First Album” (1971), non poteva essere più diverso da quello che poi li portò al successo anche se, negli ultimi anni, il loro stile è ritornato ai suoni rock e southern di un tempo e sono riusciti ancora a regalare emozioni ai fan della prima ora.
Ma torniamo agli inizi di questo trio che oggi conoscono tutti. Alla fine degli anni 70 il dotatissimo chitarrista Billy Gibbons cominciò a farsi un nome a Houston e dintorni, nei circuiti live, cercando di fondere la musica che fino a quel momento andava per la maggiore, cioè il rock di stampo psichedelico (era amico del grande Roky Erickson dei 13th Floor Elevators), al blues elettrico della tradizione del Delta (era un grande fan di BB King). Fondò varie band ma la sua carriera cambiò quando, assieme a Lanier Gray e Dan Mitchell, creò i Moving Sidewalks. Come spesso accade, però, l’affermazione non fu immediata. La band cominciò a suonare spesso come apertura per i 13th Floor Elevators e finalmente, nel 1969, registrò il primo album, “Flash. Il disco ebbe una bella eco di pubblico fra le strade del Texas e questo garantì alla band la fortuna di aprire i concerti dell’astro nascente della musica mondiale, Jimi Hendrix e la sua Experience. L’amicizia e la complicità che si creò con il “mancino di Seattle” permise ai due di scambiarsi suggerimenti e tecniche innovative: si dice che Gibbons introdusse Jimi alla tecnica dello slide.
Leggende metropolitane non dimostrabili a parte, quel che è certo è che
Hendrix durante una famosissima trasmissione TV definì la band come il prossimo crack della musica americana e non ci andò lontano. Anzi, probabilmente le sue parole, unite all’insuccesso commerciale del disco, spinsero Billy Gibbons a cercare nuove strade verso il successo: così decise di sostituire i membri della band e attinse a un’altra formazione attiva nella zona di Houston, gli American Blues. La band era devota al blues elettrico: il bassista Dusty Hill e il batterista Frank Beard erano proprio quello che stava cercando per dare vita alla sezione ritmica della sua nuova creatura. Un trio, come si usava in Inghilterra in quegli anni dove impazzavano oltre alla Jimi Hendrix Experience anche i Cream e i Taste. Sull’origine del nome non c’è assoluta certezza anzi, la band ci ha marciato parecchio e lasciare il mistero è sempre una buona scelta commerciale che crea interesse. Si dice che fu una specie di tributo all’amore per il blues di B.B. King e ZZ Hill, alcuni (e questo pare veramente difficile da credere) dicono fu una specie di mossa geniale di marketing ante litteram, per ritrovarsi alla fine dell’ordine alfabetico nei negozi di dischi ed essere sempre facilmente individuabili. Fatto sta che venne scelto il nome ZZ Top e il loro primo disco, “ZZ Top’s First Album”, registrato ai Robin Hood Studios di Tyler, Texas fece la sua comparsa sugli scaffali il 16 gennaio 1971 sotto l’etichetta London Records.
L’album composto da dieci pezzi fu una dichiarazione di intenti ma anche un accantonamento quasi totale dell’ispirazione psichedelica (d’altronde l’Estate dell’Amore era alle spalle, ormai solo un puntino nello specchietto retrovisore): il sound era sporco, grezzo e molto orientato al blues elettrico. Non fu un successo strepitoso, per quello come detto bisognerà attendere il terzo lavoro, ma li fece comparire sulla mappa e portò i primi apprezzamenti. Il passaparola era cominciato e le barbe stavano cominciando a crescere. Basta ascoltarlo e ci si accorge sin dal primo pezzo, (Somebody Else Been) Shaking Your Tree, che quello che farà la differenza sarà il suono della chitarra di Gibbons e la ritmica che non fa prigionieri del duo Hill-Beard, un treno in corsa che trascina e coinvolge. Il graffiante incedere della sei corde ci avvolge come una ragnatela per arrivare a un assolo entusiasmante. Il testo è un classico del blues di amori e tradimenti. Le voci di Gibbons e Hill, che spesso si scambiano il microfono, ben si adattano alle tonalità blues cupe e roche ma non sono queste l’attrazione e lo si capisce ancora meglio alla seconda traccia, Brown Sugar. Un pezzo che si regge inizialmente sullo sporco sound texano della chitarra e la sua voce piano piano esplode in un blues rock dal groove irresistibile.
Il marchio di fabbrica è già ben definito, una fortuna che sia arrivato a noi nonostante la pericolosa deviazione dovuta al passaggio nei terribili anni 80. La chitarra diverrà ispirazione per le generazione a venire, veloce, sporca e mai banale, il suo
grattugiare l’aria con fendenti ripetuti, l’essere un tutt’uno con la sezione ritmica. Era nato lo ZZ Top Sound che assieme alle future lunghe barbe dei due leader diventò il loro manifesto. Si prosegue con Squank e il canovaccio si fa ancora più intenso con svisate quasi funk, si alternano le due voci e anche quella di Hill è predominante nel pezzo; la protagonista però è sempre lei, la sei corde di Gibbons. I riff non sono mai banali ed entusiasmeranno frotte di giovani chitarristi che penderanno dalle dita di questo ragazzo texano. Goin’ Down To Mexico è forse la canzone che illustra meglio il sound dei ragazzi di Houston, un pezzo di blues elettrico dal groove indemoniato che pare già strizzare l’occhio a qualcosa di più ruvido, di più roccioso: per chi vi scrive uno dei primi pezzi di un genere che negli anni diverrà un vero e proprio movimento, il southern rock. Riff di roccia polverosa, quella polvere del deserto che pare sfregiare le corde vocali dei cantanti, graffiare le dita del chitarrista e sollevarsi a ogni accento di batteria. E che anticipazione di southern sarebbe senza una ballata?
Ecco arrivare
Old Man. Un blues lento con la chitarra slide protagonista con un suono paradisiaco: forse la voce non è adatta a queste sonorità ma la chitarra probabilmente ha ispirato altri grandi (chi ha detto Lynyrd Skynyrd?). Il trittico successivo composto da Nieghbor Neighbor, Certified Blues e Bedroom Thang è lì a dimostrare che il loro suono non aveva bisogno di ulteriore maturazione, era già definito: sporco, grezzo, polveroso blues elettrico, una sorta di blues del Delta dopo una bella gita in un deserto del Texas. Il fatto che i tre pezzi non si discostano da queste coordinate è la conferma che non si cercava altro e forse è stato un po’ il limite di questo disco, o forse il suo pregio, vista poi l’inopinata contaminazione elettronica degli anni di MTV. Le liriche oggi avrebbero di certo scatenato le ire di benpensanti e censori vari ma la loro forza è sempre state quella: immediatezza, amore per le donne, feste e alcol. Niente ricercatezza, niente ispirazioni, niente filosofia, solo blues rock e divertimento. Si ha un’unica piccola deviazione dalla strada tracciata con Just Got Back From Baby’s, sempre un bel blues con un groove intenso, ma il pezzo ha un fascino particolare quasi che le jam session con l’amico Jimi avessero lasciato qualche idea nella mente di Gibbons. Il suono della chitarra lascia stupefatti, ora polveroso, ora cristallino, e che dire delle linee magiche del basso di Hill? Un pezzo che stacca dal resto per qualità, non ci sono capolavori nel disco ma forse questo e Goin’ Down To Mexico sono da annoverare fra i due più fulgidi esempi di maturità musicale precoce.
L’album si chiude con il blues quasi tendente all’hard rock di Backdoor Love Affair, la chitarra fa roteare le note in maniera magistrale sorretta al solito da una ritmica martellante e il testo, beh, rimane sulla medesima linea, niente di intellettuale ma quando si ha questo suono celestiale di chitarra chi nota davvero le parole quando sta ballando sulle assi di un vecchio saloon polveroso? Un disco che fu un bello scossone al mondo musicale forse più a posteriori che alla sua uscita, non perché non ebbe un gran successo, ma perché venne rivalutato dagli appassionati anni dopo, quando la band perse un po’ di vista la direzione e si fece guidare dall’impresario Bill Ham che ne curò l’immagine (l’idea delle lunghe barbe) e gli spettacoli nei concerti con bizzarre carovane di cowboy, serpenti a sonagli e atmosfere da saloon texani, per non parlare poi degli anni successivi. Insomma una band sì giovane e inesperta ma già in una forma scintillante, che probabilmente negli anni si è un po’ persa, oppure è emersa a sprazzi. Se volete scoprire dove è nata la leggenda delle barbe più famose del rock americano e dove nacque il sound graffiante del leggendario Billy F. Gibbons, dovrete assolutamente fare vostro questo piccolo gioiello di blues rock texano. Oppure, se lo conoscete, non potrete fare a meno di notare come alcune band di oggi non sarebbero mai nate senza una piccola vecchia band dal Texas: ZZ Top. Buon ascolto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

www.trexroads.altervista.org
(nel blog trovate la versione inglese di questo articolo al link:

https://trexroads.altervista.org/zz-top-firsts-album-zz-top-1971/

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