Zen Guerrilla: “Trance States in Tongues” (1999) – di Alex De La Iglesia

Quando il blues si fa duro il risultato è spesso una musica esplosiva a livelli considerevoli. Storicamente si ricordano le cavalcate hard blues, che poi diventano hard rock in men che non si dica, dei Led Zeppelin e degli AC/DC. D’obbligo anche rammentare come l’antico genere proveniente dal Mali, dunque trapiantato nelle piantagioni del Sud degli Stati Uniti, sia stato preso d’assalto ed estremizzato dagli MC5 di Detroit che ne hanno gettato i semi anche nel genere punk. Questo è il mare nel quale ha nuotato una band probabilmente unica, non tanto per lo stile e l’inventiva, ma per la resa sonora che giunge ai timpani. Gli Zen Guerrilla, il cui nucleo fondante originario del Delaware era composto da Marcus Durant (voce e chitarra) e Rich Millman (chitarra), muove i primi passi nel 1993 a Philadelphia. Con Andy Duvall (batteria) e Carl Home (basso), la formazione viene notata da Jello Biafra (ex membro fondatore dei Dead Kennedy) che li mette sotto contratto con la sua Alternative Tentacles nel 1995. Trasferitisi a San Francisco, iniziano una prolifica attività concertistica in parallelo con la pubblicazione di singoli ed EP, trai quali l’abrasivo “Invisible Liftee Pad” (Insect 1996).
La loro combinazione, che mescola
blues, soul e rock’n roll, fa breccia nel contesto alternative di Frisco. Ben presto si inizia a parlare del carisma di Marcus Durant, quasi una reincarnazione di Rob Tyner degli MC5, e delle strabilianti performance di tutti i componenti sul palco. Il carattere selvaggio e la cura posta nel rinvigorire con la furia punk le fondamenta del blues e della psichedelia più ruvida, che proprio nella baia ebbe la sua culla, sono alla base del loro primo LP datato 1998 che risponde al nome di “Positronic Raygun”. Ma se questa prova infiamma e convince, il secondo lavoro è ancora più incendiario e martellante. “Trance States In Tongues” esce nel 1999, questa volta con l’etichetta Subpop, prodotto da quel Jack Endino polistrumentista e produttore guru in ambito grunge (Nirvana, Soundgarden, Skin Yard, TAD, Green River e Screaming Trees). In effetti, il muro sonoro che si erge sin dal primo ascolto pare intersecare l’influenza grunge al blues acido e dissonante delle creature di Jon Spencer (Pussy Galore, Jon Spencer Blues Explosion).
Pins And Needles mette subito le cose in chiaro con una scarica all’unisono di tutte le sezioni, blues adrenalinico che porta alla memoria gli ZZ Top più sporchi e tirati. Un rockabilly paludoso e lancinante fa capolino su Slow Motion Rewind, mentre Mod Riot è un punk blues in piena regola dove tutti gli strumenti sono portati all’estremo della loro velocità. Se in Black-Eyed Boogie sembra di risentire i Motorhead di “Ace of Spades” (Bronze 1980), Peppermint risuona familiare (anche nel testo) al classico Shake Your Moneymaker (1968) dei Fleetwood Mac di Peter Green. What I Got e Preacher’s Promise rimarcano ulteriormente la volontà di sventrare il blues dalle interiora come non ci fosse un domani, ma un episodio verso il finale rivela la reverenza verso il classico. Magpie infatti, tra ritmo lento, armonica e gli ululati di Durant restituisce al quartetto la dimensione catartica e sensuale del blues rock, lambendo a tratti il cavallo di battaglia degli MC5 Motorcity Is Burning.
Ancora due tracce al fulmicotone come Cold Duck e Heart Attack, eseguite tanto pesantemente da avvicinarsi all’heavy metal, fanno da contraltare al personale tributo al funky/soul che si respira nell’atmosfera di Ghetto City Version, la quale potrebbe tranquillamente figurare nell’album di cover della band garage punk dei Dirtbombs Ultraglide in Black” (In the Red 2001). Si chiude in bellezza con la memorabile cover di Moonage Daydream, originariamente di David Bowie. Dopo la pubblicazione dell’altrettanto interessante “Shadows On The Sun” (Subpop 2001), il gruppo si scioglierà nel 2003. Gli Zen Guerrilla restano tutt’oggi una pietra miliare del rock alternativo a cavallo tra gli anni 90 e primi 2000, in virtù del sound tanto rozzo quanto impeccabile ed entusiasmante che sono riusciti a creare. Chiunque abbia a cuore la conoscenza delle infinite ramificazioni del blues, e del blues rock, dovrebbe fare un salto dalle parti di Durant & Co. al fine di aggiornare la propria definizione di musica tosta.

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