X Ray Spex: “Germ Free Adolescents” (1978) – di Gianluca Chiovelli

C’è il punk d’attacco, il punk buffone, il punk impegnato, quello comunitario e populista, quello della supremazia bianca, il tratto fondamentale del punk europeo è lo sbeffeggiamento… e questo perché? Perché, in fondo, si rischia poco. Mettere una spilla da balia alle labbra di Elisabetta II era un affronto da veri mascalzoncelli, ammettiamolo, eppure John Lydon è ancora lì per raccontarla, senza aver patito soverchi affanni legali e poliziotteschi. Il punk in Inghilterra non c’è più da quel dì; invece, per quanto possa sembrare incredibile, dopo sessantotto anni di regno, Elisabetta II (1926-?) è ancora lì, con la stessa espressione stolida e gli stessi completini di sempre. Non solo, ma la Royal Family si è arricchita di almeno quattro sanguisughe: due figli di Carlo e Diana (uno legittimo, con la testa apparentemente a posto, l’altro più scavezzacollo, forse colato giù dai lombi cornificatori del maggiore Hewitt) oltre ai pargoli plasmati dalle ovaie della Kate Middleton, un’altra tizia che non ha mai lavorato in vita sua ma che ha grattato il jolly della vita sposando il legittimo anzidetto (precocemente pelato). Volete stupire? Anche il marito di Elisabetta è vivo e vegeto (ma non lotta insieme a noi); e così gli altri due fanigottoni, oltre a Carlo, che ha originato con l’Elisabetta Seconda (uno si chiama Andrea, l’altro non mi ricordo).
Ma lasciamo stare i santi e rioccupiamoci dei fanti. Dicevamo che a fare il punk in Europa ci si divertiva, oltre a vivere discretamente. Spray, creste, stivaloni, un po’ di cazzotti, qualche faccia schifata da parte delle nonnine ma alla fin fine c’era il welfare, il sole, il mare, un lavoretto si trovava e la polizia, certo, ti guardava male, ma insomma:Vivi e lascia vivere (i problemi, a quel tempo, in cui si potevano trovare primi ministri crivellati di proiettili nelle viscere di una Renault, erano altri). In Amerika, invece, se non producevi e non ti conformavi al calvinismo imperante campavi malissimo, per cui inevitabilmente il punk in quelle terre selvagge assumeva, per citare un’espressione da libro liceale, una curvatura nichilista e frontista, irripetibile altrove. Niente lavoro per i kids oltreoceano, niente welfare, niente copertine, niente BBC e John Peel session, niente honey pie; in compenso tante ossa rotte (i pulotti li scelgono belli grossi laggiù), un po’ di gattabuia (che da quelle parti è dura assai), qualche annetto di galera (fioccano come biglietti d’auguri) e il rischio, passati i trent’anni, di uscire dal giro dell’esistenza borghese per fare il barbone tutta la vita (una vita breve, peraltro: lì a sessant’anni sei considerato un rudere). Insomma il punk inglese, rispetto a quello americano, è stato un gioco da ragazzi impertinenti.
Nonostante questo ci sono stati anche protagonisti tragici o sfortunati. Uno di questi è Poly Styrene, la cantante di X Ray Spex. Mezza inglese e mezza africana, una vita da cane randagio, Poly segnò la fine del punk inglese e dei suoi tiepidi furori con “Germ Free Adolescents” (1978), un disco ancor oggi ammirevole (grande il sax di Lora Logic) e in cui si avverte, a dispetto dell’irruenza, una malinconia irredimibile. Poly lasciò la band nel 1979, a quanto pare perché stremata dai tour, troncando sul nascere il progetto e lasciandoci in eredità pezzi come I Am a Poseur, oppure Oh Bondage Up Yours!, considerato da molti critici (Vernon Joyson, Dave Thompson, Steve Gardner, o ancora la rivista musicale Mojo) un classico del punk inglese, benché non si sia mai piazzato in buone posizioni in alcuna classifica; e ancora I Am a Cliché, The Day the World Turned Dayglo e il capolavoro Plastic Bag le vette. Poly Styrene (vero nome: Mary Joan Elliott-Said) è venuta a mancare nel 2011 per un tumore. Aveva solo cinquantaquattro anni. Era nata nel 1957, quando Elisabetta regnava già da cinque anni. Questa è la vita. Possiamo consolarci ricordando l’accoglienza estremamente positiva del disco ai suoi tempi e ascoltandolo ancora con nostalgia.

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