Pearl Jam: “Just Breathe” (2009) – di Cinzia Pagliara

Aspettava il suo turno tenendo gli occhi chiusi: la luce del neon era proprio sulla sua testa, implacabile, incurante dei brividi che la scuotevano, asettica come tutte le luci degli ospedali, abituata alle attese e alla sofferenza. Sarebbe rimasta così, immobile e impegnata a stringere le palpebre e a non guardare, ma la voce di qualcuno le lacerava il cervello: Non guardare – si diceva – che t’importa? Chiudi gli occhi, scappa… ma la voce era potente, anche se roca, era sicura, anche se vibrava di sospiri sfuggiti: è la fine – ripeteva – è la fine ed erano come pugni nello stomaco. Così aprì gli occhi, per inseguire la voce. Usciva da un corpo minuscolo, quasi un sacco scomposto in mezzo al letto, bianco come le lenzuola, le braccia magre che si muovevano come quelle di un attore nel monologo centrale di un dramma, è la fine – ripeteva – è la fine e bisognava chiudere subito gli occhi e dimenticare, e ripetersi che no, non era la fine, ripeterlo come un mantra, come una nenia che facesse addormentare.
Serrò gli occhi, come un neonato davanti ai primi raggi di sole. Una madre accudiva una ragazzina che piangeva stringendo l’addome con le mani, ma non era il dolore, era paura del medico e sembrava inopportuna in quel momento e in quel luogo in cui le vite sono nelle mani di ombre che si muovono con passi sempre troppo di fretta, ombre che si differenziano per i colori: verde grillo parlante, blu acqua profonda, azzurro cielo di bambini. Ogni colore un ruolo, mentre si sta in attesa. Richiuse gli occhi, perché non diventassero curiosi… ma la stanza per quanto grande non bastava a nascondere i perché delle vite che si erano ritrovate casualmente lì, così quando l’ombra verde e l’ombra blu parlarono alla mamma fu chiaro il perché di quelle lacrime impaurite e di quelle mani sull’addome, come se potessero cancellare la nuova vita che si era aggrappata a quelle pareti.
La voce aveva ripreso ad urlareè la fine, è la fine, gli occhi spalancati a fissare qualcosa che non c’era. Bisognava chiudere di nuovo gli occhi, e dire no, no. No. La donna guardava gli occhi della ragazzina in silenzio. Quando un’ombra azzurra come il cielo dei bambini portò via la barella con sopra la ragazza però, la madre le camminava accanto, tenendola per mano: il segreto era stato svelato e la nuova vita non faceva più paura. Sembravano aggrapparsi una all’altra, secondo un equilibrio nuovo e fragilissimo. Instabile e prezioso. Poi, mentre un’ombra verde grillo parlante chiamava il suo nome, interrompendo l’attesa e i suoi pensieri, lei si disse, con parole che sembravano un sorriso, “a volte la fine è un inizio”.

Yes I understand / That every life must end / As we sit alone
I know someday we must go / Oh, I’m a lucky man
To count on both hands / The ones I love
Some folks just have one / Yeah, others they got none
Stay with me / Let’s just breathe / Practiced on our sins
Never gonna let me win / Under everything
Just another human being / Yeah, I don’t want to hurt
There’s so much in this world / To make me bleed
Stay with me / You’re all I see
Did I say that I need you? / Did I say that I want you?
Oh, if I didn’t, I’m a fool you see No one knows this more than me
As I come clean / I wonder everyday / As I look upon your face
Everything you gave / And nothing you would take
Nothing you would take / Everything you gave
Did I say that I need you? / Oh, did I say that I want you?
Oh, if I didn’t, I’m a fool you see / No one knows this more than me
As I come clean / Nothing you would take / Everything you gave
Hold me ‘til I die / Meet you on the other side.

 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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