Vinicio Capossela: “Camera a Sud” (1994) – di Francesco Picca

Ho anch’io, come tutti, il mio sacro e santo incubo ricorrente. Si ripropone con la stessa cadenza delle cene tra amici e, pertanto, deduco che sia sicuramente influenzato da un qualche indice ponderato di digestione. L’incubo è scenograficamente scarno: sono in piedi, al centro di un cerchio disegnato nel grano, in piena notte, e l’aria è appestata dai rimasugli di una scia chimica; dal cuore di una palla luminosa si materializza la sagoma longilinea di un rettile malmesso su due zampe arcuate come quelle di un mandriano del Texas; mi si pianta di fronte, algido e minaccioso; ha l’incarnato mortifero di Christopher Walken, la fissità ottusa di Clint Eastwood e il timbro di voce devastante di Luciana Littizzetto con l’aggravante di una pesante inflessione brianzola. Sotto il tiro minaccioso del suo indice puntato mi faccio investire dalla solita domanda, sempre la stessa in ogni remake dell’incubo, una domanda secca e lapidaria, stringente come un cappio al collo: “Spiegami cos’è il Sud”.
Da buon terrone deduco che il suo interesse non è certo riferito al Sud Dakota, pertanto rovisto nella mia biblioteca portatile. Lo spunto salvifico potrebbe essere rappresentato da una qualunque poesia di Rino Cavasino, una di quelle matasse di termini antichi e accattivanti che liberano suoni, e profumi, e sapori, attraverso una scrittura carnale, materica, ma al tempo stesso impalpabile, come una persistente brezza orientale che culla le barche e il sonno; una “lingua di vento”, come l’ha definita il Professor Gualtiero De Santi. Tuttavia rifletto sulla improbabile dimestichezza del rettiliano con l’idioma siculo, e allora devio sui versi messi in musica di quel vagabondo irrisolto di Vinicio Capossela. Metto mano al mio telefono cellulare ormai inesorabilmente prossimo alla sua soglia di obsolescenza programmata, apro l’applicazione dei tubisti e lancio il brano Camera a Sud.
Ecco, che si tratti del rettiliano post peperonata, o di un qualunque turista sprovveduto che, dopo aver consumato il globo, ha impunemente relegato il Sud italico al ruolo di ultima tappa, bene, la mia proposta per una comprensione piena di cosa sia il sud non cambia: Camera a Sud di Vinicio Capossela. E se è vero che esista ovunque e comunque un sud del sud, quello per me è proprio la Sicilia, che tante volte ho vissuto, per giorni o per sole poche ore, e altrettante volte ho rimpianto misurandone il vuoto nostalgico e la distanza. Ogni ascolto di questo brano, title track dell’omonimo album del 1994 (CGD East West), rappresenta una “fuga dell’anima” per far ritorno a “sud di me”. Ogni singola nota, ogni parola, ogni immagine miniata, mi riportano a quell’unico modo di vivere un viaggio, fermando il tempo, enumerando i piccoli piaceri, assaporando e facendo propria ogni parola nuova. La lirica di Capossela si presta magistralmente a tutto ciò, con un esempio tra i più alti della sua produzione artistica. Le musiche fanno il resto, affidando alla chitarra classica, alle percussioni e ai fiati la manifattura di un soffice cuscino di sonorità latine su cui adagiare le strofe.
E allora eccoci passeggiare sotto l’arco di San Rocco, a Erice, per poi salire in terrazza e guardare il sole che muore dietro le Colonne d’Ercole; oppure abbandonarci sul letto, con la finestra socchiusa sull’afa della strada e sul crepitare di passi, sull’intreccio fitto di idiomi, sul “cicalar della comare” affacciata sulla porta della casa accanto per misurare con perizia e dedizione i fatti e le genti, nuovi o vecchi che siano. Arrivare a sera con la pelle bollente di sole e di sale, quello dell’acqua verde smeraldo di Marinella di Selinunte, incrostato sui muri delle case dei pescatori, respirato ad ogni volgere dello scirocco. Accarezzarla, la pelle, con una camicia di seta “croccante e stirata”, ed uscire, tra le mille luci e le mille voci di una festa patronale, magari a Terrasini, con le giostre, la banda e il profumo delle mandorle tostate che riconcilia l’esistenza ad ogni altra esistenza. In questa canzone, meraviglia di stati d’animo anche semplicemente immaginati, c’è tutto: c’è la vita, c’è l’attesa, c’è l’amore.

Rubami l’amore e rubami / Il pensiero di dovermi alzare / E ruba anche l’ombra di fico che copre
Il cicalar della comare / Che vedo bianco di calce e pale / Pigramente virare
E ho in bocca rena di sonno / Nella rete del sogno meridiano / Che come rena

Mi fugge di mano / Che sudati è meglio / E il morso è più maturo / E la fame è più fame
E la morte è più morte / Sale e perle sulla fronte / Languida sete avara
Bellezza che succhi la volontà / Dal cielo della bocca / Bocca bacio di pesca che mangi il silenzio
Del mio cuore / Sud / Fuga dell’anima tornare a sud / Di me / Come si torna sempre all’amor
Vivere accesi dall’afa di Luglio / Appesi al mio viaggiar / Camminando non c’è strada per andare
Che non sia di camminar / Mescimi il vino più forte più nero / Talamo d’affanno / Occhio del mistero
Olio di giara, grilli, torre saracena / Nell’incendio della sera / E uscire di lampare
Lentamente nel mare / Bussare alle persiane di visioni / E di passi di anziani / Sud
Fuga dell’anima tornare a sud / Di me / Come si torna sempre all’amor
Vivere accesi dall’afa di Luglio / Appesi al mio viaggiar / Camminando non c’è strada per andare

Che non sia di camminar / Rubami la luna e levagli / La smorfia triste quando è piena
E ruba anche la vergine azzurra / Che ci spia vestirci stanchi per uscire
Fresca camicia di seta in attesa / Croccante e stirata / Per lo struscio e un’orzata
Nel corso affollato in processione / La banda attacca il suo marciar / Così va la vita.

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