Unsane: “Unsane” (1991) – di Massimiliano Cinalli

La scena musicale underground dell’East Coast americana alla fine degli anni 80 era un crogiolo di menti innovative pronte ad esplodere in tutta la loro magnificenza: Henry Rollins si apprestava ad intraprendere una fortunata carriera solista dopo l’esperienza rivoluzionaria dei Black Flag; i Fugazi si stavano furiosamente facendo conoscere a Washington e la musica non sarebbe stata più la stessa; i Naked Raygun, i Pussy Galore, i Jon Spencer Blues Explosion erano nomi che di lì a poco tempo dopo avrebbero contribuito a creare le peculiari sonorità del decennio successivo. Anche gli Unsane, formatisi per volontà di Chris Spencer (fratello del sopracitato Jon) nel 1984 al Sarah Lawrence College di Bronxville assieme a Pete Shore ed al compianto Charlie Ondras, fecero la loro parte: emersero all’inizio gradualmente con qualche singolo diffuso nel circuito delle radio locali universitarie per poi prorompere causticamente come un’epifania cacofonica col loro eponimo album di debutto, “Unsane” (1991). Già la brutale copertina ci far intuire che l’ascolto non sarà sicuramente una passeggiata: in primo piano viene sbattuta la fotografia (reale) di un uomo decapitato sulle rotaie della metropolitana di New York, un rivolo di sangue vivo che scola da destra, gentile concessione di un amico della band che lavorava come investigatore in quegli anni.
Organ Donor si apre con un martellante riff di ruvida chitarra e di batteria massacrante, seguiti dalla voce distorta di Spencer che ci introduce nell’inferno suburbano che ci si è appena aperto davanti. Poco più di 120 secondi di follia ritmica e catastrofi sonore. Bath è lucidamente ingannevole: l’armonia che Spencer crea all’inizio, con distorti accordi in progressione è il mero preludio alla selvaggia devastazione sonora che, ineluttabilmente, converte le emozioni dei tre in un crescendo di agghiacciante irrazionalità. La loro musica sembra un incrocio tra l’industrial dei Chrome, le idiosincrasie dei Suicide, i feedback dei Big Black. Charlie Ondras è unico: col suo asfittico martellare riesce a trasmettere angoscia e depravazione come pochi altri. La riprova di ciò è svelata in Exterminator, forse la canzone più importante di tutto l’album. Dopo 3 minuti di cannibalismo psicologico ecco che si apre una coda che sembra quasi volerci afferrare e trascinare nell’antro buio e torbido dal quale avremmo già sperato di poter evadere. Il trio, a questo punto, ha detto solo la metà di ciò che vorrebbe esprimere, il furore tribale che li pervade non è stato di certo scalfito. Vandal-x conferma quello che ormai si era pienamente intuito: i loro brani non hanno razionalità né la pretesa di denunciare le atrocità della società contemporanea. A loro basta soltanto eruttare, con tutto l’astio che hanno nel cuore, le emozioni che da troppo tempo ci impongono di sopprimere e ignorare. La ferocia che ne scaturisce devasta totalmente qualsiasi concetto di melodia e orecchiabilità: non c’è nulla di tutto questo nella quotidianità che ti disgrega e, a poco a poco, ti rende un semplice ingranaggio di una macchina che alla fine ti stritolerà.
AZA 2000 sembra prendersi una fugace pausa dallo squallore e dalla violenza: Ondras cede il passo ad un 4/4 semplice, e Spencer, per una volta, abbandona la maschera del carnefice. Ma è solo scena: questa e la successiva Cut sono solo il mendace prologo al riff sincopato e brutale di Action Man, dove la voce sguaiata biascica morte e follia battuta dopo battuta. “Unsane” si chiude con le sonorità heavy metal di White Hand, che si sarebbe anche potuta intitolare più prosaicamente Red Hand, tinta col colore del sangue. Trascorsi i quasi 40 minuti di schizofrenia musicale resta l’esperienza di aver ascoltato uno degli album fondamentali degli anni 90 ed in genere dell’intera storia musicale recente. Vorrei concludere con un breve aneddoto: nell’estate del 2018, ebbi la fortuna di assistere al concerto degli Unsane al Frantic Fest di Francavilla al Mare. La formazione di allora era quella ufficiale formatasi nel 1994 (l’onnipresente Chris Spencer, Dave Curran al basso e Vincent Signorelli, ex Swans e Foetus alla batteria). L’esibizione durò circa 70 minuti.
Il tempo per me non ebbe importanza, tanti erano l’emozione ed il coinvolgimento personale quel giorno. Alla fine, dopo che l’ultimo fuzztone della chitarra elettrica era evaporato nell’aria calda e tersa di quella sera, attesi sotto il palco per poter incontrare personalmente i membri della band. “Un attimo, stanno finendo di mangiare le pallotte” (giuro che mi dissero proprio così). Aspettai e alla fine riuscii a stringere la mano a Spencer e a ottenere una foto ricordo assieme, oltre all’autografo sul poster commemorativo dell’evento. Dimessi i panni dell’artista, sembrava un’altra persona, placida, socievole, sorridente. Qualcuno potrà dire che alla fine l’età stempera l’esasperazione giovanile: io credo invece che, assunta a piccole dosi, la follia è l’unica cosa che preserva la nostra sanità mentale.

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