Ultimo selfie alla felicità (a Laura) – di Cinzia Pagliara

Lei era Laura, ma anche Lalla e Lallipop erano nomi che la avrebbero fatta voltare e sorridere in quel modo tenero e buffo che aveva, da bambina. Laura rideva spesso, la sua risata gorgogliava come l’acqua sorgente e risplendeva negli occhi neri e vivacissimi. Laura aveva lunghi capelli scuri ed  era minuta, frizzante, piena zeppa di sogni. Che non nascondeva a nessuno. Lei era Laura, prima di quella maledetta notte. Lei era Laura, e mai mi abituerò ad usare l’imperfetto, per questo “quella notte” sarà per sempre al presente. L’estate è trascorsa lunga, pigra ed eccessivamente calda a San Giovanni La punta, un paese alle porte di Catania, né sul mare né in montagna: caldo e basta. Nel primo pomeriggio a volte l’asfalto sembra sciogliersi sotto il sole implacabile. La gente ciondola per le strade del paese lamentandosi. Il caldo rende nervosi, intolleranti, distratti. Fra poco ricomincia la scuola, tra i problemi economici della Sicilia (che come in un lontano passato-mai-passato è divisa tra latifondisti di potere e popolo che può scegliere la dignità disperata o la criminalità generosa) e l’allegria di adolescenti che sui social hanno già ritrovato il clima di classe. La sera è bello cercare un po’ di fresco, anche in un paese che di bello non ha granché, che è sempre uguale. C’è  la villa comunale, il  paninaro per le patatine e una coca fresca. C’è la semplicità, che può essere così straordinaria.. Laura è felice. Mancano tante cose… a suo padre, per esempio, manca il lavoro e ora tutto è più difficile  ma lei – lo ha scritto a scuola – realizzerà il suo sogno e quindi sorride, del suo sorriso che brilla. Il cielo di fine estate ha sbavature  rossastre anche nel buio, perché l’Etna si è risvegliata (mai, mai si addormenta davvero) pronta a rimproverare gli uomini e a far trattenere il fiato… e lancia fuoco nel nero della notte: immense esplosioni che affascinano e fanno stare con la testa piegata indietro in un continuo ” ohhhhh di stupore e rispetto. Laura gioca con il cellulare. Trova una foto della sua professoressa e clicca “mi piace“, fra poco si rivedranno e forse anticipa i tempi. Poi un selfie con la sua amatissima sorella. Nel mezzo Lui, sorridente, mentre loro lo baciano sulle guance. Agli uomini piace essere al centro di tutto, essere il centro di tutto. Ma Lui da un po’ non si sente più al centro di nulla. La madre quella sera è dai nonni. I fratelli sono più grandi, hanno gli amici, si rivedranno a casa. Il padre ha chiesto una serata tutta per loro… e Laura vuole ricordarla. Parole felici sì… un selfie alla felicità di quella straordinaria e semplicissima notte d’estate. Ma non ci sarà un risveglio da quella notte per Laura. Laura si fida. Si fida perché Lui è: “my dad,  con cuoricino accanto. L’estate vera e quella della sua vita finiscono alle sei di mattina. Tra urla, sangue, sirene, dolore che dilania, silenzio. Laura forse non si rende conto: sorpresa nel sonno non prova neanche a difendersi. La sorella si libera, apre la porta, chiede aiuto, con quale voce?… con una voce che resiste anche all’inimmaginabile. Suo fratello maggiore disarma il padre, si ferisce, ma che importa? Continua solo a ripetere che non ci è riuscito, a salvare Laura. Poi il… dopo. La mamma è una donna da tragedia greca, dignitosa e incredibilmente magnifica nel dolore insopportabile: con uno sguardo impietrito racconta di come ha lavato i capelli della sua bambina in ospedale, accarezzandola piano “ed era bella, era bella, era bella“. Le altre donne intorno, coro della tragedia, sfaccendano per rendersi utili, piangono sommessamente, di nascosto, senza parole. Perché dove si trovano le parole? La sorella, in coma in ospedale, saprà solo molto tempo dopo che la sua fuga e le sue urla non sono bastate. E ricorderà con chiarezza di chi era quella mano. Resta per sempre nella memoria quel selfie, come un pugno nello stomaco, come una ferita nelle nostre coscienze di adulti dispersi, resta quel suo sguardo felice di chi ha sogni e sorrisi dentro gli occhi. Restano i perché che non spiegano, le supposizioni, le cattiverie, i pettegolezzi, a volte. Restano i giudizi sospesi, sempre gli stessi ad ogni nuova vittima. Resta lei, bambina piena zeppa di sogni. Che non nascondeva a nessuno.

(a Laura, dalla sua prof.)

 © RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: