Trilok Gurtu: “The Glimpse” (1996) – di Sandra Tornetta

Che bello danzare. Un richiamo primitivo al movimento, la forza primigenia che spinge il corpo ad andare fuori da sé, intorno, ad esplorare quella parte di mondo in cui siamo inseriti, minuscoli ingranaggi di un meccanismo magico. Il ritmo produce vibrazione e la musica col suo potere sciamanico è una sobillatrice di avventure esaltanti, fomenta la conquista di posizioni esistenziali, di porzioni di spazio che sono contemporaneamente fuori e dentro di noi. Ogni volta che ascolto “The Glimpse” (CMP 1996) di Trilok Gurtu mi sento così, trascinata nel vortice mistico di una conoscenza che prescinde dall’intelletto, che si fonda in maniera esclusiva e totalizzante sul corpo. Dopo avere mischiato generi e sonorità, dopo avere suonato da solo e in gruppo, con questo disco Trilok Gurtu approda alle soluzioni fluide del racconto. È primavera in “The Glimpse“, un inno al risveglio della motilità, una festa dei sensi. L’occhiata del titolo, è come una rotazione, un’apertura, gira e gira e apre un dialogo con le stagioni, scioglie i grumi dell’inverno, ridefinisce il tempo.
A llha do Caju ci conduce per certi vicoli assolati dei quartieri del sud, quando il sonno combatte col sole del primo pomeriggio e i contorni delle cose sfumano, accarezzati dal biancore di tende che aprono lo sguardo su mondi sconosciuti. Trilok Gurtu usa le percussioni da fine conoscitore delle convergenze che intrecciano musica e propriocezione. Ama le sperimentazioni, utilizza indifferentemente i dhol drums della tradizione indiana e le conga, crea nuovi modi per far vibrare le casse di risonanza, come quando le immerge in recipienti pieni d’acqua per produrre suoni mai sentiti prima. Si siede per terra e si lascia trasportare dal corpo. La musica prende vita, come quella volta a Selinunte, all’interno del Parco Archeologico che contiene le antiche vestigia dell’acropoli. Un ritmo ipnotico proveniva dal baglio Florio, un casolare incastonato fra le rocce e gli ulivi. Riconoscere il suono amico e come in trance girellare per i cortili interni fu un tutt’uno. E infine eccolo, seduto per terra, gambe incrociate, circondato da centinaia di ragazzi in religioso silenzio, imbambolati dai movimenti circolari delle sue braccia che come falci rotanti percuotevano gli strumenti poggiati nel suo grembo.
Era il 2018, Trilok Gurtu stava tenendo una lectio magistralis nell’ambito del 1000 Beat, Festival Internazionale di musica contemporanea dedicato alle percussioni. Intense le collaborazioni che hanno segnato il suo percorso, da quella storica con Ralph Towner negli Oregon, al sodalizio umano e artistico con John McLaughlin, da Lee Konitz a Jan Garbarek, per giungere alle melodie del pop di Pino Daniele, John De Leo e Ivano Fossati. Una musica senza paura, che va oltre le inutili distinzioni di genere per risemantizzare il nocciolo della ritmica, come nel lavoro “Miles_ Gurtu” del 2004 con il dj Robert Miles o nell’ultimo “God is a drummer“, dedicato al suo guru spirituale Sri Ranjit Maharaj e uscito nel febbraio 2020, ultimo baluardo pre-pandemico che annuncia al mondo il virtuosismo di Dio.

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