“Tree” (2015): echi della “Summer of Love” – di Maurizio Garatti

Difficile convivere con un evento epocale come quello che stiamo vivendo in questo momento: nessuno poteva immaginare una pandemia (o chiunque, non abbandonando l’esercizio della Memoria oscurato dalla “social life“). Ne abbiamo parlato sì, abbiamo fatto piani e ideato strategie più o meno realistiche, ma l’impatto sulla nostra società è qualcosa che non puoi immaginare, devi viverlo per comprenderlo. La cosa che più ci ha stupito è la solitudine: il lungo lockdown ci ha chiusi in noi stessi prima che nelle nostre case, e di fronte a questo stato di cose abbiamo imparato nuovamente a parlare con noi stessi, a dar voce alle nostre domande e alle nostre risposte. Un escamotage per dialogare, seppur con noi stessi. Al pari del mai dimenticato “Dialogo tra un impegnato e un non so” del grande Giorgio Gaber, ci troviamo a discutere con noi stessi su alcuni argomenti. Uno in particolare, come sempre attira la nostra attenzione: la musica ovviamente. Un dialogo interiore appunto.
Di che cosa stiamo parlando?
Del suono tipico di San Francisco, quello della seconda metà degli anni Sessanta, della Summer Of Love“.
Un Suono che si è perso da tempo direi“.
Solo per chi ha smesso di ascoltare; per chi pensa che lo spirito di quei giorni sia scomparso per sempre. Per coloro che invece hanno mantenuto il cuore puro, permettendogli di battere ancora con quel ritmo,  ancora esiste“.
Tu parli per metafore; ti aggrappi alle parole per cercare qualcosa che non c’è più, sperando di ritrovare in qualche registrazione di quel periodo la tua gioventù e i suoi sogni“.
Nulla di più falso direi. Certo, gli anni sono passati, ma resto comunque quello di allora, sempre vivo ed emozionato al cospetto della libertà che questa musica può offrire. Non la senti?
Questa? Gran bel pezzo. Direi 1967 o 1968. Un gruppo che fa riferimento ai Doors, ma con qualcosa dei Quicksilver Messenger Service“.
Analisi azzeccata, e proseguendo nell’ascolto troverai echi di Grateful Dead e Jefferson Airplane“.
Appunto. Tutte band storicizzate, figlie di un grande passato e di una precisa Area“.
Tranne questi“.
Si? E chi sono?
Si chiamano Tree, sono Israeliani e questo è il loro debutto discografico, del 2015“.
Scherzi?
No“.
E da dove diavolo sono usciti?
Da un Kibbutz israeliano. Hanno iniziato a suonare soprattutto per sé stessi, poi il pubblico si è allargato, ma non godono certo di fama internazionale. Hanno molti pregi, tra i quali spicca il fatto di regalare ai propri fans concerti grintosi e vitali, mai uguali. Sono freschi e vigorosi, e per loro il cuore ha ancora quel battito“.
Il battito, eh?
Già“.
 Poi tutto svanisce, rientriamo nei ranghi. Le quotidianità torna a occupare il nostro pensiero, ma siamo certi che questi dialoghi continueranno a riempire i vuoti che probabilmente ancora ci attendono: li ritroveremo lì, nelle notti insonni, quando anche la stanchezza non è sufficiente a placare l’ansia. Parlare di musica, anche se solo con noi stessi, è una grande opportunità, che non possiamo permetterci di ignorare.
Tree” (Altercat Records 2015) è stampato in 600 copie in vinile numerate a mano.

Side A: Cool BreezeSwing in BMantraDarling.
Side B: Eastern BluesTwo OceansRiver.
Nave Koren (Drums & spirit). Dor Koren (Bass & Vocals).
Ben Golan (Guitar & Vocals). Yair Vermut (Organs & Vocals).

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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