Transatlantic: 1999 – 2021… e la nave va – di Maurizio Pupi Bracali

Il Progressive Rock avendo ascendenze non tanto dal blues o dalla musica afroamericana in genere, ma dalla grandeur della musica classica è un genere musicale, bistrattato o amato che sia, di stampo esclusivamente europeo e britannico in particolare. Le poche eccezioni apparse oltreoceano negli anni 70 e 80 non avendo del tutto le carte in regola geografiche si sono sempre rivelate come ibridi, ancorché a volte piacevolissimi, che, non possedendo il giusto DNA, mai hanno avuto la purezza prog delle rinomate band inglesi che tutti conosciamo mescolandosi con l’hard rock, altre musiche e spesso con il più commerciale AOR come nel caso di Rush, Kansas, Styx, Saga e vari altri.  Solo in tempi relativamente più recenti sono apparse band americane che hanno fatto loro il verbo progressive con una predisposizione più audace nei confronti del prog più autentico con ottimi risultati e notevole creatività. Tra queste sicuramente gli Spock’s Beard, i Dream Theater e, soprattutto, i Transatlantic che, guarda caso, fregiandosi della, per una volta non abusata, denominazione di supergruppo, sono formati da provetti e virtuosi musicisti provenienti proprio dalle due band succitate nell’ordine: Neal Morse, voce e tastiere e Mike Portnoy alla batteria con l’aggiunta del chitarrista Roine Stolt degli, in realtà svedesi, Flower Kings e del bassista Pete Trewavas degli invece britannici Marillon.
La predisposizione prog dei quattro musicisti è dimostrata e accentuata particolarmente dalla composizione delle lunghe, a volte lunghissime, suites, imprescindibile marchio di fabbrica sia del progressive rock che di tutta la loro carriera. Il primo album esce nel 1999 e si intitola con un gioco di parole SMPT:edove all’acronimo delle iniziali dei cognomi dei quattro musicisti viene aggiunta quella lettera “e” minuscola trasformando la scritta nell’esoterica sigla del formato di comunicazione tra apparecchi di registrazione audio/video, e a confermare quanto sopra enunciato, nello spazio dei magnifici settantasette minuti di durata dell’album le suites sono addirittura due: la splendente All Of The Above, che apre il disco con oltre trenta minuti di cavalcate progressive con tutti i crismi del genere, i vari assoli dei singoli musicisti, le melodie accattivanti i cambi di tempo e di atmosfere e una valenza strumentale non certo da poco, e la conclusiva In Held Twas In I (17 minuti), cover di quella splendida composizione, che gli appassionati del prog primordiale ricorderanno, come forse la prima suite progressive in assoluto scritta e pubblicata dai Procol Harum nel loro secondo album Shiny On Brightly” del 1968, annunciando un’altra caratteristica peculiare della band, quella di omaggiare altri gruppi e musicisti coverizzando (al meglio si oserebbe dire) brani storici del prog rock e non solo.
In mezzo a queste due composizioni vi sono altri tre lunghi brani di altissimo valore (e tra questi cos’è My New World se non un’altra suite con i suoi oltre 16 minuti?). Ma se abbiamo segnalato le predisposizioni della band per le suites e per le cover, non possiamo non sottolineare quella dell’imprescindibile e stratosferica dimensione live che offre il destro all’eccezionalità strumentale della band e si concretizza, ancora prima dell’uscita del secondo album in studio con il doppio e splendido Live In America, dove oltre a riproporre alcuni classici del primo album la band di Portnoy e Co. si cimenta nelle cover di Magical Mistery Tour, Strawberry Fields Forever, e She So Heavy dei Beatles, in quelle di Watcher Of The Sky e Firth Of Fifth dei Genesis e in un lungo medley (praticamente ancora una suite) dove i quattro suonano, concatenandoli tra loro, altrettanti brani delle loro rispettive band di appartenenza che già abbiamo citato. Il secondo album in studio “Bridge Across Foreverviene pubblicato invece nel 2001 e a rimarcare la passione per i lunghi brani articolati, oltre la “normale canzone” di quasi sei minuti che titola l’album, le suites, sono addirittura tre: (Duel With The Devil, Suite Charlotte Pike e Stranger In Your Soul) delle quali è difficile stabilire la migliore tanto valido è questo terzetto, come tre sono i vinili (o doppio CD) che le contengono, oltre a un bonus disc che, a dimostrare l’incontenibilità straripante del transatlantico, propone brani alternativi, momenti di prova e tre cover tra le quali ritroviamo ancora i Beatles (And I Love Her) i Deep Purple di Smoke In The Water e soprattutto la strepitosa, benché filologicamente pedissequa, Shine On You Crazy Diamond dei Pink Floyd.
In realtà la pratica di abbinare un disco bonus a ogni pubblicazione della band comincia fin dal primo e già sopracitato album, il cui secondo dischetto presentava versioni alternative dei brani oltre alle cover di Oh Darlin’ ancora dei Beatles e Honky Tonk Woman dei Rolling Stones, e si protrarrà fino a oggi. Nel 2003 è invece la volta del secondo strepitoso album dal vivo Live In Europe contenente le tre suites presenti nell’album precedente oltre quella (All Of The Above) che apriva il primo album anche se la versione in DVD è arricchita dell’ulteriore Shine On You Crazy Diamond dei Pink Floyd. Bisogna arrivare al 2009 per ritrovare il supergruppo nuovamente in studio, dopo una periodica separazione dei quattro membri per onorare gli impegni con le rispettive band (e chi scrive ebbe la ventura a quell’epoca di avere Pete Trewavas a due metri di distanza, a Milano sotto il palco dei Marillon e di ammirare gli Spock’s Beard di Neal Morse al Festival Prog di Veruno), da quelle session nascerà un album con una sola suite… una sola? Una sola, ma immensa sia come durata che nella fantastica magniloquenza: “The Whirlwindè il titolo dell’album e dell’unica funambolica e magnifica composizione di settantasette minuti e dodici movimenti in esso contenuta dove il quartetto, coadiuvato da una manciata di ospiti, si lancia in un’epica cavalcata sonora tra atmosfere à la ELP, Genesis, King Crimson, Gentle Giant e di tutto il meglio del prog storico pur affermando comunque una cifra stilistica personalissima e ineguagliabile.
Naturalmente anche in questo caso come da tradizione i quattro dilagano con un secondo disco (discone) con altri quattro ottimi brani inediti e quattro cover talmente composite da vedere riunite insieme: The Return Of Giant Hogweed dei Genesis, A Salty Dog dei Procol Harum e le meno sospettabili I Need You degli America e l’acidissima Soul Sacrifice dei Santana. Altrettanto naturalmente a questo nuovo album i Transatlantic faranno seguire un tour documentato dal mastodontico triplo disco “Whirld Tour 2010 – Live From Shepherd’s Bush Empire, London”, inutile dire meraviglioso per gli appassionati prog e per i fan della band, che racchiude per intero la loro ultima suite nel primo disco, mentre il secondo e il terzo vedono sfilare le altre superclassiche lunghe composizioni degli album precedenti che saranno ormai anche risapute ma che è sempre un piacere riascoltare live in altre e nuove vesti considerando che, contrariamente a ogni logica di mercato, nell’anno successivo il supergruppo si ripete pedissequamente pubblicando un secondo triplo album dello stesso tour, praticamente identico al precedente come scaletta e successione dei brani con le sole differenze di essere stato registrato non a Londra ma a Manchester e Tilburg e ovviamente quella del titolo: “More Never Is Enough – Live @ Manchester And Tilburg 2010”, album live che seppur bellissimo, e non c’erano dubbi, non aggiunge nulla allo splendore di quello precedente, essendone quasi una copia conforme che può comunque allettare e soddisfare alla grande i fan più accaniti.
Altra pausa e nel 2014 arriva “Kaleidoscope” e mai titolo fu più azzeccato visto il caleidoscopico e fantasmagorico risultato di questo nuovo album che ovviamente contiene le solite e lunghissime suites: Into The Blue è quella che apre l’album e si spinge persino in territori psichedelici à la Gong, mentre quella strepitosa che dà il titolo a tutto il disco è la lunga composizione che lo chiude. In mezzo anche in questo caso tre ottimi brani medio/lunghi poiché non c’è niente da fare, i quattro non ce la fanno a contenersi e come il dio prog comanda dilagano alla grande. Anche in questo caso, infatti, l’album è accompagnato da un secondo disco di cover dove ritroviamo gli Yes di And You And I, Can’t Get It Out of My Head della Electric Light Orchestra, la spagnoleggiante Conquistador dei Procol Harum, l’Elton John di Goodbye Yellow Brick Road, gli Small Faces (Tin Soldier), i King Crimson (Indiscipline) i Focus di Sylvia, per concludere con una pomposa versione di Night In White Satin dei Moody Blues. Altrettanto naturalmente l’album, neanche a dirlo, è seguito dalla sua versione live con il consueto straripante e bellissimo triplo disco titolato KaLIVEoscopecontenente le ultime due suites composte, brani degli album precedenti e la solita rassegna di cover già conosciute alle quali si aggiunge la mitica Hocus Pocus dei Focus. Nonostante l’immensa mole di musica che stiamo trattando, The Absolute Universe pubblicato nell’attuale 2021, dopo sette lunghi anni dal precedente, è paradossalmente soltanto il quinto album in studio di Neal Morse e compagni e anche questa volta i quattro non si fanno (e non ci fanno) mancare niente.
Il supergruppo infatti ne combina un’altra delle sue: registra i brani di questo concept album, concatenati tra loro sempre a forma di suite, tra l’altro sempre di altissimo livello creativo, per almeno un’altra tripletta di dischi, poi, dopo un consiglio di gruppo, si decide per una prima pubblicazione in doppio disco alla quale al titolo ufficiale già citato si aggiunge il sottotitolo “Forevermore Extended Version”, mentre parallelamente viene pubblicata una versione ridotta su un unico disco dal sottotitolo “The Breath Of Life”, con la particolarità che i brani scelti ed estrapolati dal doppio disco precedente, sono risuonati completamente, hanno diversi arrangiamenti, diversi testi, diverse parti cantate e addirittura diversi titoli, risultando così un album a sé stante e molto differente dall’altro, nonostante i brani siano comunque gli stessi. Al termine di questa lunga disamina bisogna ancora dire che ogni versione live citata ha il suo corrispondente in DVD, arricchita da notevoli differenze, brani aggiunti, interviste, making of e quant’altro e che la banda dei quattro nella sua carriera si è spesso avvalsa di diversi ospiti a coadiuvare al meglio le prospettive sonore del quartetto, ospiti che per timore di eccessiva lungaggine di questo scritto non abbiamo citato poiché lunghezza e magniloquenza sono prerogative dei Transatlantic, quei quattro signori che nel corso degli ultimi vent’anni, con soli cinque album in studio e altrettanti live, si sono dimostrati come la più autentica e legittimata band di rock progressivo d’oltreoceano.

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