Townes Van Zandt: “Waiting around to die” (1968) – di Isabella Dilavello

Il salotto è buio. Dalle persiane chiuse il sole filtra a fatica. Il salotto: chissà se si può davvero chiamare così questa stanza lunga e stretta, solo perché c’è una libreria ad angolo e un divano troppo distante da qualunque cosa, fatto soltanto per due persone. Dalle impronte dei piedini sul pavimento, si sa che una volta ci deve essere stata anche una poltrona. Da un ripiano della libreria mancano 4 o 6 volumi e, a giudicare dai segni della polvere, è una mancanza recente. Sul divano grigio, a destra, sulla seduta, si allarga una macchia scura, grumosa, sanguinolenta. Qualcuno ha cercato di nasconderla con un cuscino. Ma a lei, alla macchia, non importa e resiste spavalda, crudele, una incisione. Dalla cucina non arriva nessun profumo, nessun suono di stoviglie: i piatti di un giorno sono sporchi nel lavandino. Sono bei piatti, una ceramica fine, come può essere la ceramica inglese di un corredo anni 50, di quelle cose preziose e piene di futuro che appena nasceva una bambina si cominciavano a comprare, una all’anno… ceramiche, sete, cristalli, lino. E poi destinate all’eredità da lasciare, trattate con cura.
Quella cura che è finita. Finita chissà dove, chissà se uno poi se la ricorda, se ci pensa più. Dal corridoio breve si vedono tutte le stanze. A destra, in due passi si entra nel bagno e la bella vasca con i piedini è sepolta dal ricambio di un letto, destinato alla lavatrice ora ancora piena di cose già lavate, da stendere al sole, che qualcuno ha dimenticato. A sinistra, la porta è aperta sulla camera matrimoniale, e sul letto si intravede una donna stesa su un fianco. È immobile, non fa caso a niente, occhi spalancati perché chiuderli è un dolore, e una striscia di polvere danza nella luce sopra di lei.
Un sospiro e si alza in fretta, lasciando la forma del corpo e il suo peso sul copriletto. Si alza in fretta, di scatto, come si alza chi ha preso una decisione. Entra nell’ultima stanza, la pulisce rimettendo tutti gli oggetti nello stesso posto in cui li ha trovati: l’agenda aperta sulla scrivania, i libri – quelli mancanti dal ripiano in salotto – in terra accanto al letto, rifatto in fretta e pieno di cuscini, il pacchetto dei Togo aperto, la luce accesa a tenere vive le stelline luminescenti sul soffitto. Toglie la chiave dalla serratura del lato interno della porta che chiude dietro di sé, uscendo, a doppia mandata. Con la chiave in tasca, si siede sulla poltroncina portata lì, davanti la stanza, dal salotto. Si siede, mani in grembo, sguardo fisso alla porta. Aspetta.

Sometimes I don’t know where / This dirty road is taking me
Sometimes I can’t even see the reason why / I guess I keep a-gamblin’
Lots of booze and lots of ramblin’ / It’s easier than just waitin’ around to die
One time, friends, I had a ma / I even had a pa
He beat her with a belt once ‘cause she cried / She told him to take care of me
Headed down to Tennessee / It’s easier than just waitin’ around to die
I came of age and I found a girl / In a Tuscaloosa bar
She cleaned me out and hit in on the sly / I tried to kill the pain, bought some wine
And hopped a train / Seemed easier than just waitin’ around to die
A friend said he knew / Where some easy money was
We robbed a man, and brother did we fly / The posse caught up with me
And drug me back to Muskogee / It’s two long years I’ve been waitin’ around to die
Now I’m out of prison / I got me a friend at last / He don’t drink or steal or cheat or lie
His name’s Codine / He’s the nicest thing I’ve seen
Together we’re gonna wait around and die / Together we’re gonna wait around and die.

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