Townes Van Zandt: “The Late Great Townes Van Zandt” (1972) – di Claudio Trezzani

Ci sono artisti nella storia della musica che in vita non raccolsero mai le lodi e i riconoscimenti che avrebbero meritato, alcuni nemmeno dopo la loro dipartita vennero celebrati per il talento e l’importanza che ebbero. Ma ne esiste uno che non soffrì per questa situazione, anzi ne fu felice e ora in cielo starà sorridendo in maniera amara pensando che ancora oggi a 77 anni dalla sua nascita, a 34 anni dalla sua prematura scomparsa e a 31 dalla sua ultima uscita discografica (con lui ancora in vita) alcuni addetti ai lavori e molti fans lo considerano importante, importantissimo. L’elevata statura artistica è dimostrata dal profondo significato delle sue canzoni, dei suoi testi così evocativi, malinconici e a loro modo tragicamente premonitori. Stiamo parlando di Townes Van Zandt da Fort Worth, Texas, un musicista che per abilità lirica e intellettuale possiamo certamente, senza risultare blasfemi, affiancare ai grandi Hank Williams e Bob Dylan. Townes era figlio di petrolieri, della borghesia texana, ma la scarica elettrica che lo fulminò quando alla tv assistette al concerto di Elvis Presley all’Ed Sullivan Show fu tale che la sua vita cambiò per sempre, divenendo una sorta di “pecora nera” della sua agiata famiglia, dedicando l’esistenza alla musica.
Quella era la calamita che lo attirava senza scampo, non i soldi, non il successo ma l’espressione che poteva dare a sé stesso cantando le sue canzoni, con uno stile che traeva ispirazione dai grandi bluesman texani acustici come Lightning Hopkins, per il quale aprì alcuni concerti ad inizio carriera, ma anche dai grandi folkmen come Dylan o l’amico fraterno Guy Clark (texano e sottovalutato pure lui) o rocker dalla fama internazionale come i Rolling Stones. Dove c’era emozione e dove affiorava la malinconia esistenziale, Townes si ritrovava e assorbiva il malessere per creare un suo stile unico che fece numerosi proseliti fin dal suo primo disco del 1968 (“For The Sake of Song“), per arrivare all’oggetto della recensione: “The Late Great Townes Van Zandt” del 1972, considerato il suo capolavoro. Un gioiello composto da undici meravigliosi affreschi in musica: una musica asciutta, una voce da narratore triste, poche chitarre acustiche, qualche comparsa di elettrica, violini e cori. Tutto qui, ma di una bellezza struggente e scintillante. Una vita segnata da un male complicato da gestire in pubblico, una sindrome maniaco-depressiva che comportava l’assunzione di medicinali che, mischiati ad alcol e droga, davano quella sensazione, sbandierata ai quattro venti, di vita che sarebbe stata breve.
Infatti, la morte lo avrebbe presto raggiunto. Non ne era spaventato, anzi quasi la desiderava e il titolo di questo disco del 1972 sta lì a ricordarcelo, come fosse un album postumo di un artista appena scomparso. Non fu così in realtà, Townes resistette alle sue canzoni tristi e cupe, quasi senza speranza, agli amori finiti e ai tradimenti, al suo vivere in una casa a Nashville per anni senza gas, elettricità o riscaldamento, sopraffatto dal suo amore per le armi e dal suo odio per la notorietà. Quando tornò vicino alla terra natia, ad Austin, i gestori e i promoter lo cercavano per concerti in piccoli club dove, se la serata era quella giusta, regalava poesie indimenticabili e storie uniche. Durante le esibizioni, se la mente lo abbandonava, si lasciava trasportare da scene rubate alla fine carriera del suo grande ispiratore, Elvis da Memphis, spesso condite da collassi e cadute che, a causa delle complicazioni dovute alle fratture e alle sue dipendenze, lo portò alla prematura (e a questo punto desiderata) morte il 1° gennaio 1997. Primo gennaio come il grande Hank Williams con cui condivide l’importanza essenziale per la musica country. Un disco, “The Late Great Townes Van Zandt“, che è difficile da raccontare, come tutti i suoi a dire il vero, va assaporato con calma, con cervello e con predisposizione d’animo. Non è facile ascoltare le canzoni di Townes Van Zandt, ma le cose belle talvolta non sono facili e immediate.
Chitarra acustica, graffiante e incisiva come quella dell’opener No Lonesome Tune, con la voce di Van Zandt ci parla, non canta non cerca armonie facili ma entra dentro con quella malinconia che divenne il suo marchio di fabbrica, come nella successiva Sad Cinderella, dove i cori accrescono questa sensazione che attanaglia l’anima. E quasi a spezzare per un attimo questa aria pesante arriva il country rock venato di blues di German Mustard (A Clapalong), quasi un brano da bluesman del Delta, di quelli che i padri fondatori del genere cantavano al crocevia su strade polverose e in mezzo a immensi campi di cotone. Ma quel sentimento non se ne va e torna con prepotenza nella struggente ballata Snow Don’t Fall, che racconta un amore spezzato dalla morte dell’amata, un gioiello che porta alle lacrime, così sincero e senza filtri. Arricchito dagli archi e da un arrangiamento quasi geniale. Un pezzo che dovrebbe essere patrimonio dell’umanità e invece tanti, troppi ignorano. I suoi colleghi che ne conoscevano la grandezza provarono a toglierlo dall’oblio del grande pubblico: Willie Nelson e Merle Haggard portarono in cima alle classifiche uno dei suoi pezzi più belli, la meravigliosa Pancho and Lefty. Una ballata western di tradimenti e amicizia, semplice e perfetta.
Questo successo perà non sfiorò minimamente Townes, anzi probabilmente conoscendolo lo infastidì. Lui conviveva con la sua testa martoriata dalle voci che sentiva, dalle medicine e da cure che provarono in ogni modo a guarirlo ma che non distrussero la sua poesia, il tuo talento. Ascoltatevi If I Needed You e diteci che non è una delle canzoni d’amore più intense che avete mai sentito? Ma ci vollero Don Williams e Emmylou Harris per farla diventare un singolo da classifica ben nove anni dopo. Abbiamo già detto che “The Late Great Townes Van Zandt” è un disco difficile, complicato da assimilare (come tutta la sua discografia) ma prendetevi del tempo, assaporatelo, sentite sul palato quel gusto amaro della malinconia, piangete le sue lacrime e sorridete a denti stretti nelle canzoni più solari. Un disco meraviglioso, semplice, asciutto senza orpelli, senza lustrini, di una sincerità disarmante, un disco vero, poetico e drammatico come tutta la vita di quest’uomo, divorato da sé stesso, dalla vita che aveva scelto e dai suoi demoni. Il suo amico fraterno Guy Clark, lo definì il più grande cantautore americano mai esistito, non sappiamo se sia stato così, di certo è stato uno dei più grandi e, senza ombra di dubbio alcuno, il più sottovalutato. Gli amanti della musica di qualità e cantautoriale dovrebbero apprezzarlo e, se non lo conoscete, è il momento di rimediare con questo disco che farà scintillare davanti ai vostri occhi l’anima tormentata di un artista unico e inarrivabile: “the Late Great Townes Van Zandt“. Buon ascolto.

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nel blog trovate la versione inglese di questo articolo a questo link:
https://trexroads.altervista.org/the-late-great-townes-van-zandt-1972-english/

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