Ivan Della Mea: “O Cara Moglie” (1969) – di Benito Mascitti

Primo Maggio 2021. Sono le cinque del mattino, come un anno fa, dalla finestra vedi un’alba arancione esaltata dalle piogge intermittenti della notte, è tempo di reclusione forzata, è tempo d’affrontare una realtà nuova e più dura di quella che già ci avevano imposto con la cancellazione dei diritti dei lavoratori in spregio della Costituzione. Un’isola sul mare ti accarezza… le Tremiti selvagge nel mattino ti guardano come a proteggerti dal contesto. Più a sud, sulla costa, le ciminiere degli altiforni… “la fabbrica“, luogo maledetto eppure colmo di un’umanità tutta uguale, in tutto il mondo che hai potuto vivere. Gente piegata dalla vita che non s’arrende mai… che forma una comunità contraddittoria eppure solidale, unita a gruppi da legami fortissimi, fratellanza che genera vita e speranza.
Ti passano davanti le scene della vita che hai vissuto dentro e fuori le fabbriche. Gli amici indimenticabili che ancora ti cercano dopo anni e quelli che non ci sono più, morti di fabbrica e nella fabbrica. Quelli straziati dal lavoro senza sicurezza… quelli che arrivati alla pensione guardavano con te il mare davanti a casse di birra sulla spiaggia e ti confessavano candidamente: “ho un tumore alla gola… il medico dice che mi rimangono pochi mesi”. Ti ricordi che quella volta lo sconforto non poté niente davanti alla voglia di vivere tua e di Jose e continuaste a stordirvi con la birra e a parlare delle storie disperate della guerra civile spagnola. Ricordi. Lontani ricordi sempre presenti che ti impediscono di accodarti a quasi tutti gli altri che, in questo preciso istante stanno sognando di preparare bagagli e vivande per una gita.
Oggi è la “Festa del Lavoro” ma tu senti che ormai, questo giorno che una volta ti dava emozione e speranza carica di primavera non significa più niente… come quel giorno di marzo che, dicono, è la 
Festa della Donnae che non significa più niente… visto che alle donne “la festa” la fanno tutti i giorni, come in un grande mattatoio. Lo stesso mattatoio delle fabbriche di ieri che non sappiamo neanche se esistono ancora oggi, se ancora potranno essere luogo. Ci tocca rimpiangere comunque quei luoghi di dolore, senza diritti, senza sindacato vero, senza sicurezza, senza giustizia nei tribunali, se non dopo anni di patimenti per poi ottenere un effimero ed edulcorato ristoro che non avrà fatto giustizia vera.
Guardi dalla finestra e pensi al tuo Blues e al suo pianto silenzioso e la mente viaggia, cerca una di quelle storie di dolore e di morte che ti porti dentro e per fortuna non hai vissuto sulla tua pelle. Invece di distrarti e cercare di vivere serenamente questo giorno nonostante tutto, scegli di metterti davanti al video per ripercorrere in silenzio quella che già sai sarà una “valle di lacrime” fatta di pianto e di speranza, quella non morirà mai. Invece di inforcare la bici per respirare l’aria del mattino senza incrociare un posto di blocco che pretende di sapere dove stai andando, rimani lì a farti catturare dalle scene di “ThyssenKrupp Blues” (2008), un film-documentario diretto da Pietro Balla e Monica Repetto: 73 minuti di vita vera in presa diretta, di morte, di dolore e di resurrezione. E poi oggi ti tornano in mente le note di una canzone di Ivan Della Mea conosciuta tanti anni fa, O Cara Moglie, che ti commuoveva ad ascoltarla e a cantarla coi compagni tuoi. Buon Primo Maggio a tutti.

O cara moglie stasera ti prego / di’ a mio figlio che vada a dormire
perché le cose che io ho da dire / non sono cose che deve sentir.
Proprio stamane là sul lavoro / con il sorriso del capo sezione
mi è arrivata la liquidazione, / mi han licenziato senza pietà.
E la ragione è perché ho scioperato / per la difesa dei nostri diritti,
per la difesa del mio sindacato, / del mio lavoro e della libertà.
Quando la lotta è di tutti e per tutti / il tuo padrone vedrai cederà,
se invece vince è perché i crumiri / gli dan la forza che lui non ha.
Questo si è visto davanti ai cancelli, / noi si chiamava i compagni alla lotta
ecco il padrone fa un cenno una mossa / e un dopo l’altro cominciano a entrar.
O cara moglie dovevi vederli / venire avanti curvati e piegati
noi a gridare: Crumiri venduti!, / e loro dritti senza guardar.
Quei poveretti facevano pena / ma dietro a loro là sul portone
rideva allegro il porco padrone, / li ho maledetti senza pietà.
O cara moglie io prima ho sbagliato, / di’ a mio figlio che venga a sentire
che ha da capire che cosa vuol dire / lottare per la libertà,
Che ha da capire che cosa vuol dire / lottare per la libertà.

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