The Who: “The Who By Numbers” (1975) – di Francesco Chiari

Nell’ormai lontano 1975 avevo 16 anni, quando l’essere adolescente era molto più ‘faticoso’ di adesso per l’assenza dei molteplici stimoli ora davvero fin troppo pervasivi: per di più la mia personale crisi era strettamente intrecciata con la famosa crisi petrolifera che dal 1973 aveva costretto a ridisegnare i consumi, per non parlare dei ben noti anni di piombo, su cui crediamo sia inutile ritornare. Per singolare e grata coincidenza mi capitò di scoprire alla radio un disco bellissimo degli Who che era in se stesso la cronaca di una crisi: appunto “The Who By Numbers”, pubblicato nell’ottobre di quello stesso 1975 per Polydor Records dallo storico gruppo che conoscevo bene ma non benissimo, soprattutto a livello di singoli come le storiche My Generation o Happy Jack ma anche la meno storica eppure bellissima Join Together. In tutti questi brani era evidente lo spirito di squadra del gruppo, rodato in anni e anni di concerti, con una perfetta unità di intenti che aveva qualcosa di magico, per non dire di alchemico; anni dopo scoprii che i quattro musicisti – ricordiamo i nomi: Roger Daltrey, Pete Townshend, John Entwistle e Keith Moon – avevano quattro segni zodiacali diversi che a loro volta si riferivano ai quattro elementi dell’antica scienza greca, e non sembra davvero casuale.
Gli Who arrivavano a registrare “The Who By Numbers” dopo dieci anni di attività frenetica, soprattutto in concerto, e grazie alla fedeltà dei fans avevano potuto affrontare anche temi di ampio respiro nel quale la creatività multiforme dell’autore principale, il chitarrista Pete Townshend, aveva potuto espandersi grazie all’attenzione che i giovani avevano verso queste forme estese: primo è più famoso esempio è “Tommy” (1969), l’opera rock – ma sarebbe più corretto definirla cantata rock, proprio come le cantate di Bach – in cui il ragazzo sordomuto e cieco assumeva a simbolo del riscatto di una generazione, per mezzo della musica e non solo. L’enorme successo mondiale di questo lavoro aveva però insito il rischio di fare perdere la loro essenza ribelle, in quanto, per dirla con Entwistle, “eravamo diventati il gruppo rock che Jackie Onassis veniva a sentire”; forse anche per questo nel 1973 Pete volle rendere omaggio alla giovinezza sua e del gruppo con l’ambizioso “Quadrophenia”, in cui la storia del mod Jimmy rievocava appunto l’ambiente che fu terreno di coltura per il gruppo.
Purtroppo in appena quattro anni erano cambiate le abitudini di ascolto del pubblico, non più disponibile ad ascoltare storie complesse in una sola seduta e propenso al ritorno del concerto fatto di brani più brevi, come sarebbe stato poi col punk che comunque doveva tantissimo all’esempio dei nostri quattro – i Sex Pistols erano fan dichiarati degli Who – ed inoltre due fattori complicarono il tutto: le basi di sintetizzatore, del quale Pete era stato pioniere nel pop insieme a Stevie Wonder, non sempre funzionavano a dovere sul palco date le limitazioni tecnologiche dell’epoca, ed inoltre la seconda cantata rock fu accolta negli Stati Uniti in maniera nettamente diversa che in Gran Bretagna, dato che sull’altro lato dell’Atlantico la cultura mod era esistita solo in ambiti molto di nicchia. Per giunta, l’ambiente musicale aveva visto l’affermazione di gente come Genesis, Yes o ELP con le loro coreografie sceniche sconfinanti a volte in una sorta di estetismo circense, proprio quello che Pete aveva sempre voluto evitare, ma del resto confacenti alla sorta di ‘crisi di mezza età’ che percorreva il mondo del rock, ed alla quale gli stessi Who non erano sfuggiti con la versione filmica di “Tommy”, filmata nel 1975 da Ken Russell nel suo solito stile strabordante ed eccessivo.
Insomma, il Pete che in My Generation aveva lanciato lo storico grido di battaglia spero di morire prima di diventare vecchio stava diventando vecchio lui stesso e, dopo un decennio di eccessi adrenalinici e alcolici, sentiva giunto il momento di riflettere su di sé e sul suo mondo: per dirla col biografo della Band Chris Charlesworth, “era quasi come se Pete accostasse questo momento nella carriera degli Who come un penitente potrebbe accostarsi al confessionale; mai uno che si sottrae alla verità, in “The Who By Numbers Pete mette a nudo la sua anima e i demoni che la abitano, e non sempre era un ascolto piacevole”. Proprio questo, per riprendere la posizione citata in apertura, mi aveva attratto da “The Who By Numbers“, la cui atmosfera generale è molto più riflessiva del solito, fatto questo subito rimarcato dall’abbandono dei sintetizzatori, ma anche dal fatto che Pete limita molto i suoi ben noti accordi poderosi per un diligente lavoro di chitarra solista, sviluppando come ad esempio nell’iniziale Slip Kid il gusto per le frasi grintose ed insieme fluide ed eleganti che avevamo piacevolmente scoperto in Join Together. La più grossa sorpresa però è a livello di testi, non più proclami giovanili o storie di crisi adolescenziali ma riflessioni senza sconti sul proprio essere sia uomo sia simbolo per molti.
Il brano iniziale citato parla appunto d’un soldato del rock prima a 13 anni e poi a 63, con quella frase “non c’è una maniera facile di essere liberiripetuta sfumando in finale come un mantra. Da segnalare la presenza al pianoforte del grande Nicky Hopkins, non a caso già presente nel primo storico album degli Who, ed anch’egli passato dalla grinta furiosa di allora alle frasi limpide e meditate di adesso. Il secondo brano, However Much I Booze, è cantato da Pete che riflette senza sconti sul suo ben noto alcolismo, di cui aveva parlato nella sua autobiografia “Who Am I” (2012) ma prima ancora in una commovente testimonianza inserita nel libro a più voci “The Courage To Change” (1984), dedicato appunto a storie di alcolizzati e curato dal giornalista americano Dennis Wholey, che lo era lui stesso. Qui il bere come fuga dalla realtà e dalle proprie responsabilità è visto come una consolazione immediata ma senza futuro, e lo stesso Pete dichiara per quanto sbevazzi, non c’è via d’uscita, inventando poi immagini folgoranti come “e cala la notte come la porta di una cella che si chiude. Per fortuna lo spirito ribelle del gruppo si riaffaccia nella ribalda Squeeze Box, dove la fisarmonica suonata dalla mamma per il papà si vela di ben precise allusioni sessuali, che forse contribuirono a fare del singolo un piccolo successo sia in GB che in USA, caso quest’ultimo che stupì lo stesso Pete.
La meditazione continua, ma su un piano più effervescente, nella successiva Dreaming From The Waist, in cui i quattro interpretano con la ferocia dei vecchi tempi un pezzo dedicato al “sognare dalla cintola in giù”, ancora una volta un riferimento sessuale ma in questo caso intrecciato con riflessioni morali – non moraleggianti – come in quel verso “parlo come un prete e poi gioco a dadi”, in cui Pete mette in chiaro una volta di più la sua ambivalenza irrisolta. La successiva Imagine A Man è una riflessione pacata ma sentita sulla vita di ogni giorno, quella che di solito le rock star non conoscono ma che Pete osservava con attenzione, ed introduce Success Story di John Entwistle: in ogni album della Band John, oltre a suonare il basso col suo stile impareggiabile, inseriva almeno un brano suo, ma questa è la prima volta in cui si adatta al tema generale di riflessione, visto che il pezzo sembra un condensato di storia degli Who, con versi come “posso andare lontano se sfascio la mia chitarra”, proprio quello che Pete aveva fatto per anni, oppure “torniamo in studio a registrare il nostro prossimo numero uno / versione numero 276, sapete, una volta ci divertivamo”, proprio come se anche John volesse evidenziare la strada percorsa in questi dieci anni (fra l’altro, gli Who non ebbero mai un numero uno nella classifica dei singoli, perché perfino la storica My Generation si fermò al numero due!).
A seguire la magnifica They Are All In Love, in cui Pete sembra arrivato al punto di non ritorno facendo cantare a Roger versi strazianti quali “Come una donna nelle doglie del parto, imbruttita in un lampo / Ho visto magia e dolore, ora sto riciclando pattume, ma subito dopo arriva una sorta di compensazione con la serena Blue, Red And Gray, in cui Pete, da solo all’ukulele, canta “Io amo ogni minuto della giornata”, su un fondale di ottoni arrangiati e sovraincisi da John che sembrano evocare un concerto della banda al gazebo del parco la domenica. Venticinque anni dopo Eddie Vedder omaggiò Pete con un pezzetto di due minuti per voce e ukulele, Soon Forgotten. La successiva How Many Friends è un’altra spietata disamina che Pete fa cantare a Roger, ed il cui ritornello mi accompagna ancora oggi: “Quanti amici ho davvero? / Potete contarli su una mano sola / Quanti amici ho davvero / Che mi cercano, che mi vogliono bene / Che mi accetteranno per quel che sono?”, ed era consolante sapere che uno dei miei idoli aveva i miei stessi problemi; il tutto è concluso da In A Hand Or A Face con quel verso sto girando in tondo in tondo ripetuto continuamente con un senso di oppressione asfissiante. Questo lavoro riflessivo e non sfrontato come ai vecchi tempi – perfino Keith Moon è più contenuto del solito alla batteria – ha preso dimora nel mio animo per ricordarmi che non si è mai finito di imparare e di lottare per una vita migliore, ma che almeno la musica può fornire un sano lenitivo alle nostre ferite.

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