The Replacements: “Tim” (1985) – di Massimiliano Cinalli

L’anno è il 1979. Siamo nei prolifici Stati Uniti d’America e, più precisamente, in Minnesota. Questo modesto Stato rurale darà contemporaneamente i natali a due delle più grandi band di sempre, sorte entrambe dalle ceneri del punk rock: gli Hüsker Dü e i Replacements formati da Paul Westerberg (voce e chitarre), Bob Stinson (chitarre), Tommy Stinson (basso) e Chris Mars (percussioni). Premessa: erano i tempi di uno scisma rivoluzionario nel mondo della musica. Di lì a non molto sarebbero infatti sorti quei generi che avrebbero segnato per sempre gli anni 80 (new wave, post-punk, alternative rock, hardcore e innumerevoli altri), messo da parte definitivamente Lydon, Strummer & Co e, particolare di fondamentale importanza, lasciato gli adolescenti senza un Messia musicale che desse voce alle frustrazioni e all’istintiva voglia di ribellione, che urlasse assieme a loro tutto lo schifo che la classe proletaria era stata costretta a subire per troppo tempo. Paul Westerberg, classe 1959, dopo un inizio in sordina con gli Impediments (presto abbandonati) e i primi album, permeati da vaghi sentori di un evento straordinario prossimo a manifestarsi, ci regala finalmente nel 1985Tim”, registrato con i Replacements, e contemporaneamente la certezza che non avrebbe abbandonato i figli della working class, eponimi di una generazione tremendamente in affanno.
Già, perché sono proprio loro i protagonisti di quest’album, che si apre con l’invettiva di Hold My Life: impauriti, impreparati, passivi, mettono subito avanti le loro insicurezze (“And hold my life / Until I’m ready to use it /  Hold my life / Because I jut might lose it”): abbiamo bisogno di chi ci accompagni, ci guidi e faccia crescere per affrontare un destino altrimenti segnato. Ed ecco quindi che loro, l’epitome del connubio possibile tra realizzazione artistica e vita allo sbando, si offrono come cantori naturali delle riflessioni sociali allo smarrimento generale. La voce sgraziata di Westerberg, i suoi guaiti polemici trovano così piena espressione in Bastards of Young (“God, what a mess, on the ladder of success Where you take one step and miss the whole first rung / Dreams unfulfilled, graduate unskilled / It beats pickin’ cotton and waitin’ to be forgotten”): è quasi come se esplodesse rivolto al modo intero… “siamo noi la gioventù meticcia, i mezzosangue, quelli che fanno parte di un’epoca destinata al disfacimento ma che possiamo ancora redimere”. I feedback veraci, i riff esaltati, vigorosi, il boogie frenetico di Dose of Thunder testimoniano la necessità di portare avanti questa lotta selvaggia spinti da un impulso famelico di superiorità morale.
Ma “Tim” è molto, molto di più, musicalmente parlando: alle distorsioni elettriche del mitico Bob Stinson fanno da contrappunto le tenere e scanzonate ballate acustiche di Waitress in the Sky (sulla falsariga di Mountain of Love di Johnny Rivers), la commovente Swingin’ Party (If being afraid is a crime, we hang side by side / At the swingin’ party down the line) e la disillusa Little Mascara (All you ever wanted / Was someone to take care of ya / All you’re ever losin’ is / A little mascara). Proprio in queste ballad si può trovare lo stilema che rende i Replacements totalmente diversi dalle band coeve: Westerberg qui riesce a mostrarci tutto il suo talento di cantautore in quanto, a testi profondi, cinici, disperati è in grado di unire con una facilità virtuosistica armonie dolci, elegiache, così semplici da risultare disarmanti. L’apice dell’album viene raggiunto però dall’epica Here Comes a Regular: l’intera melodia si regge su una manciata di accordi, suonati timidamente con una chitarra a 12 corde, smorzati da un breve assolo di piano.
C’è solo lui, Westerberg, che canta nostalgico (“He says, “Opportunity knocks once, then the door slams shut.” / All I know is I’m sick of everything that my money can buy / The fool who wastes his life, God rest his guts”). E il quadro che viene dipinto è nitido: la disperazione si combatte, anche se ci sembra di andare incontro alla conquista dell’inutile. A un ascolto più attento si avverte quel senso di insicurezza che vuole comunque essere esorcizzato: ci troviamo davanti al contempo all’accettazione della realtà post-moderna e al superamento delle istanze utopistiche, sterili che avevano bombardato la scena musicale precedente.
Ora dovete credere in noi, vi aiuteremo a venirne fuori” sembra suggerire l’atmosfera generale del disco. In poco più di 35 minuti i Replacements incidono il loro manifesto: sarà anche la svolta artistica del gruppo che di lì a breve caccerà Bob Stinson, personalità dirompente e controversa della formazione originaria. Gli album successivi vireranno sempre più verso tendenze “commerciali” (passateci il termine) senza però mai abbandonare l’intento e l’originalità degli albori, e gli omaggi ai grandi della scena rock (come Alex Chilton, malcelata influenza, a cui verrà dedicata l’omonima canzone in Pleased to Meet Me del 1987). Paul Westerberg continuerà imperterrito a scrivere testi geniali, dimostrandosi il degno cantore e traghettatore di una generazione allo sbando che, per evitare l’implosione, si affida alla musica per la salvezza della propria anima, riuscendoci pienamente.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: