The Red Krayola: “God Bless the Red Krayola and All Who Sail with it” (1968) – di Piero Ranalli

La fine degli anni 60, un periodo segnato da cambiamenti radicali, in ambito sociale, politico, culturale ed artistico. Una metamorfosi che non risparmiò nemmeno la musica, i cui protagonisti (i giovani dell’epoca) si abbandonarono a sperimentazioni indotte, il più delle volte, dall’assunzione di droghe allucinogene che di sicuro portarono alla realizzazione di composizioni libere da schemi e da vincoli imposti da generi precostituiti, tuttavia diedero alla luce un filone musicale riconoscibile, composto da jam psichedeliche improvvisate molto dilatate, nelle quali i musicisti cercavano di esprimere le loro sensazioni variegate. Di sicuro un ottimo esercizio, che però baciò e mise in evidenza solo i più talentuosi e creativi, perché il rischio era quello di essere inconcludenti e noiosi. I Red Krayola, originari del Texas, facevano parte di una categoria diversa, in netta controtendenza rispetto ai loro colleghi musicisti americani, perché in questo disco adottarono un approccio molto Zen. Dopo il successo dell’album di debutto “The Parable of Arable Land” (1967), il gruppo, che nel frattempo sostituì il batterista Rick Bartheleme con Tommy Smith e cambiato il nome, sostituendo la C di Crayola con la K, a causa di noie legali con il noto marchio industriale di colori e pastelli con lo stesso nome, realizzò “God Bless the Red Krayola and All Who Sail with it” (International Artists 1968), un lavoro con venti tracce, molte delle quali di breve durata ed essenzialmente sperimentali che miravano ad un’espressività sobria, intensa e diretta.
Una musica dai toni semplici, che eliminava fronzoli ed orpelli inutili, traendo la sua forza dalle suggestioni dell’attimo fugace. Queste composizioni richiedono una grande sintesi di pensiero e d’immagine in quanto i contenuti sono spesso rapidi e penetranti, descrivono e ne cristallizzano i particolari nel momento presente. L’estrema concisione della musica lascia spazio ad un vuoto ricco di suggestioni, come una traccia che sta all’ascoltatore completare. Con “God Bless the Red Krayola and All Who Sail with it” la band riprendeva il tradizionale formato rock chitarra/basso/batteria, un lavoro formalmente più convenzionale e meno astratto rispetto al loro primo album, nonostante ciò è ancora molto, molto lontano da quello che qualcuno stava facendo nel mainstream rock nel 1968. Le melodie sono discontinue e spesso virano nell’atonalità, le canzoni ostinatamente evitano le tipiche strutture e talvolta sembrano improvvisate sul posto. Il batterista Tommy Smith si diverte a lanciarsi su un percorso ritmico diverso rispetto ai suoi compagni di band, le linee della chitarra di Mayo Thompson spaziano da fluide a irregolari ed è pieno di spazi aperti e silenzi significativi, a volte inquietanti. Nel complesso, un lavoro ambizioso e molto coraggioso, per il quale ci sarebbero voluti alcuni decenni di sperimentazione post-punk prima che la visione di Mayo Thompson avesse un contesto veramente adatto. Brevi “melodie“, o meglio pezzi, che sono costruiti principalmente attorno a chitarra, basso e batteria, ma eseguiti come un incrocio tra giocosità e concettualità artistica.
E proprio per questo motivo è di gran lunga più importante del loro album di esordio, perché è riuscito a precedere e influenzare più suoni di quanto abbiano potuto fare altre band sperimentali del loro stesso periodo. Una delle più autorevoli anticipazioni del rock tedesco e soprattutto della new wave anni 80 e non solo: le strutture delle canzoni ricordano lo stile di alcune band che a loro modo hanno saputo apprendere e rielaborare successivamente da questi grandi maestri, come Wire, Talking Heads, Meat Puppets, Pixies, Sonic Youth, Spacemen Three, Gang of Four e così via, giusto per fare qualche nome (perché ce ne sarebbero veramente tanti da elencare). Inoltre è altrettanto importante sottolineare la lunga e superlativa carriera del chitarrista leader Mayo Thompson. Dopo aver lasciato la mitica etichetta International Artists, pubblicò “Corky’s debt to his father” (1970), un album solista di canzoni complesse dal punto di vista lirico e come con “God Bless the Red Krayola and All Who Sail with it“. Lo stile utilizzato risulta molto variegato: country, pop, psichedelia, ovviamente nulla a che vedere con il Mainstream; poi si è preso una pausa dalla scena musicale per alcuni anni, trasferendosi a New York, dove ha lavorato con l’artista pop Robert Rauschenberg e, successivamente, a Londra, dove ha registrato cinque album con il gruppo di arte concettuale Art & Language e musicisti new wave come Lora Logic e colonne sonore epiche. Dal 1980 al 1982 è stato il chitarrista della band avant/garage/no wave Pere Ubu, con i quali registrò due album strepitosi, “The art of walking” (1980) e “The song of bailing man” (1982), che fecero deviare il gruppo dall’iniziale approccio rock con il precedente chitarrista (Tom Herman) verso una decostruzione e una astrazione maggiore.
Thompson è rimasto attivo nella musica da allora in poi, pubblicando numerosi album da solista o con Red Krayola o Art & Language. Ha anche insegnato all’Art Center College of Design di Pasadena, in California, dal 1994 al 2008 e continua a vivere lì. Una carriera a dir poco lunga, varia e interessante. Passando adesso ad una disamina dei singoli brani, cercheremo di essere sintetici e nel contempo espressivi come loro. Say hello to Jamie Jones è caratterizzato da un ritmo davvero folle e incisivo, Music, una breve incursione nel mondo delle armonie vocali con coriste sorprendenti; The shirt, una scheggia di musica concreta; Listen To This, un’apparizione vocale della durata di 6 secondi; Save The House, una versione dadaista dei futuri Talking Heads; Victory Garden ricorda il lato triste dei Velvet Underground senza esserne debitore; Coconut Hotel, definita da un approccio atonale e cabarettista; Sheriff Jack, una ballata claudicante e stralunata; Free Piece, un ottimo allenamento free form; Ravi shankar: parachutist, una psichedelia che rimanda un po’ agli umori del primo album; Piece for Piano and electric bass guitar, una sonata sbilenca; Dairymaid’s lament, un brano post-punk ante litteram, solo più grezzo ed essenziale e con un pizzico di Captain Beefheart, Big, un brano inquietante con una voce narrante filtrata; Leejol, un punk ruvido precursore dei Wire; Sherlock Holmes, una specie di ballata pop malata; Dirth of tilth, una canzone rock con una melodia accattivante; Tina’s gone to have a baby, un’altra canzone pop malata; The jewels of the madonna, impressionante per quanto sia in anticipo con i tempi; Green of my pants, una canzone molto scarna e sofferta; Night song, una canzone delicata ed isterica allo stesso tempo. Semplicemente geniale, un album che ha anticipato tre decenni di musica e che è destinato ancora ad essere esplorato in futuro.

Mayo Thompson: chitarra, piano, voce; Steve Cunningham: basso;
Tommy Smith: batteria.
Coriste: Mary Sue, Dotty, Pat, Barbara, Elaine, Carolyn and Candy.
Holly Pritchett: voce filtrata nel brano Big.

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