The Dukes Of Stratosphear: “25 O’Clock” / “Psonic Psunspot” (1985-1987) – di Fabrizio Medori

I Duchi della Stratosfera sono un’incarnazione psichedelica degli XTC, un progetto parallelo nato per divertirsi con la musica psichedelica e per rendere omaggio al suono degli anni 60. Nel 1985 è uscito un mini Lp intitolato “25 O’Clock”, omaggio alla psichedelia inglese di matrice Barrettiana, quella che ha caratterizzato i primissimi dischi dei Pink Floyd, nel quale il gruppo utilizza strumenti ed effetti tipici della metà dei sixties. Anche lo stile compositivo è particolarmente fedele agli originali. Le sei canzoni restano nei confini stilistici che abbiamo descritto ma, in qualche passaggio spunta qualche influenza Beatlesiana che, d’altro canto, costituisce una parte consistente del Dna di Partridge e Moulding, anche sotto la sigla XTC. Due anni dopo i Dukes ci riprovano, e stavolta il progetto prevede l’uscita di un Lp intero, “Psonic Psunspot” (1987), contenente dieci omaggi ad altrettanti punti di riferimento del genere. Preparatevi a un viaggio tra le chitarre più acide, gli organi Vox e Farfisa, nastri mandati al contrario, echi spaziali, tremoli e fuzz, improvvisazioni raga e space fiction. Si comincia con il brano che intitola il primo lavoro, 25 O’Clock, evidentissimo riferimento alle canzoni imprevedibili e strampalate di Syd Barrett, con tanto di scale minori suonate sull’organo Farfisa ed effetti d’epoca.
Anche il secondo brano, Bike Ride To the Moon, attinge al medesimo pozzo, con un ritmo allegro e saltellante e un suggestivo finale rallentato. Immediatamente dopo si parte ancora più spediti con My Love Explodes, durante la quale sembra di vedere ragazzi dai capelli lunghi improvvisamente svegliati dal torpore lisergico, agitarsi su un ritmo scatenato. I suoni di What In the World sembrano provenire dal futuro, mentre la melodia diventa più accattivante, pur mantenendo la freschezza di un’epoca lontana, nella quale essere giovani era l’imperativo categorico. Your Gold Dress è un brano che merita un ascolto attento perché nasconde un tessuto sonoro accurato e strizza l’occhio al suono di gruppi americani come Steppenwolf o Quicksilver Messenger Service. Il primo disco si conclude con The Mole From the Ministry, nella quale si insinua quel profumo di Beatles che la renderebbe perfetta per un disco come “Magical Mistery Tour” (1967). “Psonic Psunspot”, invece, inizia con Vanishing Girl, un tuffo nella Swinging London di metà decennio, con una bella ritmica, fresca e moderna, e un’armonia vocale perfetta. Have You Seen Jaclie è un esperimento che ricorda lo stile umoristico prettamente british di Giles, Giles and Fripp e il loro strampalato surrealismo.
Little Lightouse, invece, è più scanzonata, con uno splendido effetto di tremolo sulle chitarre e la solita/solida sezione ritmica, ritornello tipicamente XTC. You’re A Good Man, Albert Brown è un altro pezzo ironico, una filastrocca che sarebbe stata molto bene sulla colonna sonora di “Yellow Submarine” (1968), sia per lo stile che per i suoni. Si torna ad atmosfere meno infantili, ma non per questo troppo serie, con Collideascope, nella quale tornano quel suono e quello stile tipici dei Pink Floyd del primissimo periodo, ma con un arrangiamento più ricco e fantasioso. Si vola, ora, dall’altra parte del mondo per rifarsi alla psichedelia californiana dei primi Byrds, con You’re My Drug, che contiene più di un riferimento al tricheco con i baffi e il sorriso disarmante, quello che stava per tagliarsi i capelli. Shiny Cage, invece, compie un altro salto geografico pazzesco, catapultandoci nell’India esplorata dai Beatles e del loro modo di raccontare le esaltazioni e le delusioni causate dalle esperienze mistiche orientali.
Sempre in territorio beatlesiano, Brainiac’s Daughter è un capolavoro di spensierata leggerezza uscito dalla penna di un Sir Paul in cerca dell’approvazione universale, un po’ genio e un po’ mestierante. The Affiliated torna allo stile di “The Piper At the Gates Of Dawn” (1967), ma con un’influenza Buffalo Springfield e l’esplicito omaggio alle atmosfere cubane tanto care a Stephen Stills, nell’inciso. Per concludere, Pale And Precious potrebbe essere un pezzo mancante di “Smile” (2011), perché è più di un omaggio ai Beach Boys, costruito secondo il binario tracciato da “Good Vibrations” (1993), in una ricostruzione che stupisce per la fedeltà a un modello difficilmente imitabile. La Virgin ha voluto riunire in un solo disco, “Chips From the Chocolate Fireball” (2001), queste due gemme dimenticate, due dischi in vinile difficilmente reperibili, operazione che permette di tuffarsi in un mondo musicale nel quale tutte le nozioni temporali e storiche devono fare i conti con la dimensione onirica dell’ascoltatore, a patto che acconsenta a farsi trasportare dalle composizioni.

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