The Clash: “Sandinista!” (1980) – di Maurizio Pupi Bracali

Ai Clash il punk è sempre andato stretto. Tralasciando in questa sede l’annoso quesito se la band di Joe Strummer e soci sia stata più o meno punk di altri gruppi coevi, o se sia stata addirittura una punk band, certo è che già il primo ed eponimo album nell’anno di grazia 1977 conteneva, oltre gli sfracelli sonori punkitudinali dell’epoca, l’ottima cover Police And Thieves, brano reggae a firma di Junior Murvin e Lee “Scratch” Perry che già decretava il secondo (secondo?) amore musicale della band. Non era così nel successivo e secondo album “Give ‘Em Enough Rope(1978) intriso di punk e grezzo rock’n’roll senza alcuna concessione a musiche altre come invece avverrà già parzialmente nell’epocale (fin dalla mitica copertina di Pennie Smith e Malcom Lowry) “London Calling”, album doppio pubblicato nel 1979, pietra angolare nella carriera dei Clash e punto di svolta di una band alla quale il punk andava sicuramente stretto e che, attraverso i due corposi vinili, manifesta il dirottamento verso sonorità e stilemi che vanno dal pop al pseudo-jazz, dallo ska al reggae e dal buon vecchio punk al rockabilly. Ma se già London Calling nella sua doppia opulenza mostrava i prodromi di quanto sarebbe avvenuto un anno dopo, è con Sandinista! (1980) che i Clash senza alcun timore di perdere i favori del pubblico punk, come in effetti in parte succederà e, fregandosene delle etichette, dilagano con un triplo e mastodontico album contenente una summa di musiche possibili e anche di più. In realtà, a completezza di questo estroverso catalogo di musiche diverse”, mancano country e blues che mai sono stati nelle corde dei quattro londinesi ma c’è molto altro e quasi tutto.
A coadiuvare strumentalmente il classico quartetto rock (due chitarre, basso e batteria) una selezione di ospiti si destreggia tra violini, marimbe, sassofoni, vibrafoni, pianoforti, organi Hammond, armoniche a bocca, voci femminili e fiati in generale. Il punk è ormai dimenticato e bisogna arrivare alla decima e splendida canzone, Somebody For Murdered, per ascoltare un vero brano à la Clash nella sua fusione tra pop e irriducibilità Clashiana. Il mai sopito, e anzi dichiarato, amore per il reggae viene qui evidenziato al massimo livello e splendidamente in almeno un decina di magnifiche canzoni tra le quali l’ipnotica Junco Partner, cover di un antico brano del profondo sud degli Usa di autore sconosciuto, ripresa poi in versione dub-narcolettica (Version Pardner) a fine album, l’ondeggiante One More Time anch’essa gemellata con One More Dub, titolo che dice già tutto e poi ancora The Crooked Beat, dub-reggae con sezione fiati, The Equaliser, reggae con violino solista e le deliziose The Call Up e Living In The Flame, con sassofono protagonista: tutti brani che una volta di più sanciscono la felice predisposizione dei quattro londinesi per la musica giamaicana. Rimanendo geograficamente da quelle parti, marimbe e vibrafoni arricchiscono Washington Bullet, anch’essa riproposta a fine album in versione strumentale col titolo Silicone On Sapphire, che se musicalmente si presenta come un allegro calypso (così come anche la divertente e piacevolissima Let’s Go Crazy), a livello testuale è una violentissima invettiva anti-americana, momento dell’album più politicamente forte e intenso come nella loro storia precedente i Clash ci avevano già abituati, senza dimenticare che il titolo, incisivo e programmatico, dell’album fa riferimento al movimento socialista, rivoluzionario e anti-imperialista nicaraguense.
Ma l’elenco di musiche possibili non finisce qui anzi, si dirama in rivoli e affluenti che vanno dal valzer sghimbescio di Rebel Waltz, al rock’ n’ roll anni 50 (The Leader), dal godibile e anticlericale gospel-spiritual di The Sound Of Sinners, al jazz pianistico e swingato della bella cover di Mose Allison Look Here, e ancora l’hillybilly di Midnight Log, lo swing di Junkie Sleep e di Broadway (con una curiosa coda che vede una piccola bimba, figlia del tastierista Mikey Gallagher, intonare il classico Clashiano The Guns Of Brixton accompagnata al piano dal padre), gli inaspettati rumorismi elettronici e avanguardistici di Mensforth Hill e gli altrettanto imprevisti barocchismi del quartetto d’archi da camera di Lose My Skin, i tastieristici suoni da videogiochi anni 80 di Ivan Meets G.I. Joe, l’accattivante funky di Lightning Strikes che si rivela quasi come una versione più sporca e incazzata della bellissima e quasi rappata The Magnificent Seven che apre l’album col suo ormai storico giro di basso stantuffante.
Ancora Up In Heaven (Not Only Here) rinverdisce i fasti Clashiani con un riff assassino molto pop, così come la micidiale cover degli Equals di Eddy Grant, Police On My Back che i Clash fanno assolutamente propria attribuendole un tiro very punk e cancellando gli eterei esotismi dell’originale. E ancora una chicca è Career Opportunities, dove i Clash questa volta coverizzano loro stessi ripescando la vecchia invettiva contro il governo inglese già nel primo album, affidandola alle voci infantili dei piccoli figli di Mickey Gallagher tastierista ospite nell’album. Tutto questo magnifico sperimentalismo che rende “Sandinista!” un album unico, bellissimo e ovviamente irripetibile, verrà inesorabilmente abbandonato dai Clash col successivo e quinto album “Combat Rock”, (1982) un “normale” disco di onesto e buon rock’n’roll che scalerà le classifiche vendendo più ogni altro album della band, prima della decadenza sancita da un ultimo e mediocrissimo album (“Cut The Crap” del 1985) tutto da dimenticare, al contrario del capolavoro “Sandinista!” che pur nella sua eccessiva eterogeneità, il gigantismo, la schizofrenia sonora, le ardite contaminazioni di generi e le divisioni in seno ai fan del gruppo, resterà comunque negli annali della musica rock da ricordare a futura memoria.

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