The Bad Plus – “I nuovi linguaggi del Jazz” – di Benito Mascitti

Eccoci dunque al sesto appuntamento della stagione concertistica con un’altra serata dedicata al Jazz, anzi… a “I nuovi linguaggi del Jazz”La band in questione, in effetti, è di quelle di grande avanguardia e contaminazione, cosa non facile da scovare al giorno d’oggi. In sala, ad un’ora dalla chiamata di scena, il pubblico fa ribollire la platea. Facce emozionate, suoni che vengono da centinaia di chilometri di distanza. Andria, Bari, Macerata… e un folto gruppo da Pisa; quando il popolo della provincia si muove così un motivo c’è sempre. Stiamo tutti aspettando di papparci questo bel concerto… The Bad Plus: Ethan Iverson, Pianoforte. Reid Anderson, Contrabbasso. David King, Batteria. Sul palco il tipico allestimento da trio Jazz che aspetta d’essere messo alla prova per l’ennesima volta, ma con un nuovo arrivo però. Al centro della scena il nuovo contrabbasso del Teatro… caldo legno di un grande maestro della liuteria italiana per noi, corredato da un pick-up altrettanto prezioso. Eccoli che entrano in scena. Suonano insieme da più di vent’anni e si vede. Voce bassa e modi gentili col pubblico, che già rumoreggia; accesa e tragicomica ironia tra di loro, mentre discutono brevemente sulla scaletta. Sembra proprio che ci preparino una messa in scena tra musica e rappresentazione farsesca. Le loro registrazioni confermano questa impressione. Una musica cool sapientemente dipinta di colori vivaci e movimento caustico, affrescata sullo sfondo con il sottile e ironico fatalismo del Midwest americano, fatta di sentimento contrapposto alla catastrofe imminentecome l’ultima letteratura americana del Realismo isterico vuole. Iverson apre la serata con una breve introduzione al concerto ma il pubblico non vuole più aspettare… Ethan ci guarda come per dire… “ve la siete voluta” e si posiziona al piano per l’attacco. Variation d’apollon – liberamente tratto dal balletto “Apollon musagète” (1928) – Igor Straviskij. La mente e Le dita di Ethan affrescano una scena ritagliata dalla musica del grande genio russo, dal suo periodo neoclassico, avviato già nel 1919 con “Pulcinella”. Si coglie nelle note la plasticità del movimento degli dei della mitologia greca, che volge docile ai canoni della danza classica. Contrabbasso e batteria dialogano di fine contrappunto, accompagnando gli accordi maestosi del piano, quasi a evocare l’entrata in scena di Apollo; fino al culmine del pas de deux che torna nel finale con grande impatto lirico e melodico. David ci regala da subito tutto il suo estro di percussionista che viene dal piano – a cinque anni inizia a suonare il pianoforte e a nove la batteria – e gli altri lo completano con un’esecuzione raffinata e di estrema sperimentazione. Applausi a scena aperta, con tutte le altre espressioni che il pubblico riserva di solito  alle grandi star della live music. Qualcuno sembra quasi non credere all’opportunità lungamente sognata. La band passa ora a una serie di brani tratti dalle loro incisioni… And Here We Test Our Powers Of Observation, Birthday Gift…  e altro. Musica in forma di gioco, introdotta da David King e seguito dagli altri due, che irrompono con una concertazione sapientemente smontata e rimontata; come se fosse una costruzione di mattoncini LegoRock, free Jazz e soundtrack music in un enorme lavoro di pianoforte e contrabbasso, esaltato e completato dalla sapienza imprevedibile delle percussioni, sempre verso l’assolo esaltante, con il batterista che arriva a tormentare  il rullante in ogni suo spazio, fino alla pelle inferiore. In una brevissima pausa tra i brani di questa lunga serie, Iverson va fuori scena con il classico sgabello da piano in dotazione e rientra con una prosaica sedia di plastica, forse per ammansire gli spettatori meno abituati a questi balzi geniali tra ortodossia e totale improvvisazioneCi spelliamo le mani e assistiamo al delirio dei fans più assatanati… solo una band consolidata con anni e anni di lavoro in comune, può incantare il pubblico come riescono a fare questi tre straordinari musicisti. Si torna al classico  e allo sgabello d’ordinanza… Metal (Ligeti), omaggio a György Sándor Ligeti, musicista ungherese, considerato uno dei più grandi compositori del ventesimo secolo. Innovatore nel panorama della musica classica contemporanea, aderisce da continuatore  alla musica di Béla Bartók e approda infine alla musica elettronica, arrivando a comporre temi per il cinema tra i più belli e famosi; certamente caratterizzanti tante pellicole che devono soprattutto alla musica il loro successo. Basti ricordare il senso dell’infinito sconosciuto di “2001: Odissea nello spazio” o il clima da maleficio incombente di “Shining”Annunciato da basso e batteria, Ethan entra nell’intimo del racconto, e crea le dissonanze per uno scenario da temporale notturno che si abbatte sulla languida solitudine degli umani che vegliano… poi, la prevalenza del timbro da sound mass, quasi in assenza  degli altri elementi della struttura musicale, s’attenua e lascia posto al virtuosismo del classico e del Jazz prima maniera fino alla fine. Ancora applausi, entusiasmo contagioso… e allora la band pesca il meglio della sua produzione: Snowball, My friend metatron, Love Is the Answer, The Radio Tower Has a Beating Tower, ci prende all’improvviso il rock favolistico inglese in un saliscendi di movimento incessante del piano, che torna poi struggente di solitudine. Volando verso l’ossessione apre la strada all’ennesimo fraseggio di basso e batteria e, all’improvviso, è ancora Jazz puro, sempre in bilico tra classico e moderno, tra sperimentazione e tradizione, tutto il contrario di quel che chiamiamo comunemente fusionPiuttosto scomposizione e creazione di un linguaggio nuovo e singolare. Continuano così, senza posa, a condurci per questi percorsi… il piano viaggia sicuro e riempie l’aria, sputa scale, scompone e ricompone con gli altri, forza sui tasti e si quieta, per lasciar spazio a Reid Anderson e al suo lunghissimo, ultimo assolo. Il pubblico è in visibilio e noi pure. Quel contrabbasso stupisce tutti, e più di tutti Reid che se lo porterebbe volentieri a casa. Lunghi e caldi applausi per salutare questi artisti che rimangono pressoché unici e sfuggenti a ogni classificazione. Un mistero svelato più che dall’unanime consenso dei critici di tutto il mondo, dall’entusiasmo appagato del popolo della provincia che ha macinato centinaia di chilometri a ragion veduta, e adesso s’accalca all’entrata del foyer per salutarli. Noi ci adeguiamo, soprattutto per ottenere qualche loro incisione da portarci a casa. Veniamo accontentati… For All I Care – The Bad Plus Joined by Wendy Lewis (2009)Blunt Object – Live in Tokyo (2004). La calca si dirada e il pubblico guadagna l’uscita… non noi, che torniamo in sala come facciamo sempre, per un’ultima foto o per capire meglio qualche particolare. Eccoli lì, alle prese con il recupero dell’attrezzatura, pronti a raggiungere Terni, per poi volare verso gli States. Nessuna fretta si coglie nel loro aggirarsi ancora sul palco. Ethan si guarda intorno, mentre Reid s’abbraccia ancora quel bel contrabbasso che dovrà lasciare… David è l’unico che smonta e raccoglie le bacchette intorno… poi però, come per tornare alla fanciullezza, si siede al pianoforte e accarezza la tastiera sulle note di Chopin.

da “Emozione dal loggione e altri racconti”  di Benito Mascitti – Il Torcoliere Editore 2014

© RIPRODUZIONE RISERVATA

bad plus 2

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: