The Allman Brothers Band: “At Fillmore East” (1971) – di Maurizio Celloni

La storia di una delle più grandi Band che hanno popolato il mondo della musica rock e dintorni non può che essere una saga leggendaria, piena di gioie, lutti dolorosi, liti, ricerca di percorsi artistici ricchi di colpi di scena clamorosi come nel caso dell’esibizione tenutasi presso una prestigiosa sala concerti di Manhattan – New York, dal quale è stato tratto l’album “The Allman Brothers Band at Fillmore East” (Capricorn Records). Siamo agli inizi del 1971 e la Band dei fratelli Allman venne ingaggiata per una serie di concerti presso il teatro Fillmore East dal proprietario e illuminato manager Bill Graham, ritenendola la più rappresentativa per concludere degnamente l’esperienza del locale, che chiuse i battenti il 27 giugno 1971. I fratelli Duane e Gregg Allman, nati a Nashville – Tennessee – rispettivamente nel 1946 e 1947, erano cresciuti tra le atmosfere Country del luogo natio, ma la loro formazione musicale avvenne in Florida e Alabama, arricchendo la crescita artistica con gli stilemi del Blues del Delta, il Rhythm & Blues e l’Americana. Dopo varie peripezie, che hanno visto Duane mettere la sua chitarra a disposizione di numerosi artisti tra i quali Wilson Pickett, Aretha Franklin, Boz Scaggs, Laura Niro, e Gregg rimanere in California ad incrociare tastiere e voce nel clima tiepido e accogliente della Bay Area, incontrano i musicisti che renderanno unico il suono delle straordinarie intuizioni dei due fratelli Allman: Butch Trucks alla batteria, Jai Johanny Johanson alla batteria e percussioni, Berry Oakley al basso e Dicky Betts alla chitarra elettrica.
Prende così forma e sostanza il progetto di Duane e Gregg, teso a creare un solido tessuto ritmico con due batterie ed un talentuoso bassista per accompagnare il duo di chitarre soliste, amalgamando il tutto con le tastiere di Gregg. Ne esce una miscela esplosiva di Blues Rock, con echi di Jazz nel solismo chitarristico di Duane Allman e Dicky Betts. Chiamare in modo troppo frettoloso Southern Rock la musica uscita dal talento degli Allman è quantomeno riduttivo: la straordinaria capacità di unire linguaggi musicali così diversi, generando un amalgama virtuoso di contaminazioni di stili non è così scontato. Quei sei musicisti hanno creato una magia, consegnando alla storia, ed ai prestigiosi archivi della National Recording Registry, dove sono raccolte le registrazioni culturalmente e storicamente importanti nella vita degli Stati Uniti, uno degli album fondamentali nella storia della musica Rock. Il maggior contributo alla magia lo offre Duane Allman, unendo l’innegabile maestria alla chitarra, soprattutto nella tecnica bottleneck, alla ricerca costante dei suoni tradizionali del Blues e del Country, declinati con sapienza e amore in tessuti sonori con una naturalezza che avvicina all’improvvisazione tipica della musica Jazz. Non a caso, Duane ascoltava e apprezzava i dischi di Miles Davis, in particolare “Kind Of Blue” (Columbia Records), pubblicato nel 1959, uno dei primi esperimenti di registrazione in presa diretta, senza prove, con i musicisti invitati da Davis ad improvvisare su un canovaccio appena abbozzato.
Il risultato lasciò letteralmente di stucco gli amanti del Jazz, ma risultò l’inizio di percorsi artistici volti a liberare i musicisti dalle briglie del rigore formale. Allman Brothers Band mutuò questa necessità di liberazione nel Rock, assieme ai Grateful Dead di Jerry Garcia, ai Jefferson Airplane di Grace Slick e ai gruppi del Prog inglesi, primi fra tutti i King Crimson di Robert Fripp. The Allman Brothers Band non a caso dava il meglio di sé nelle esibizioni dal vivo, dove la musica veniva dilatata, senza mai essere stucchevole o monotona: i concerti erano cavalcate liberatorie che potevano arrivare fino a sette ore, come nel caso del concerto di chiusura del Fillmore East, che terminò alle luci dell’alba quando Duane si rivolse al pubblico affermando: “(…) e questo è tutto. Arrivederci a domani(erano già le sei del mattino). I sette brani inseriti nel doppio vinile pubblicato nel 1971, tratti dai concerti del 12 e 13 marzo di quell’anno presso la storica sala, rappresentano al meglio le caratteristiche innovative della Band. Alcuni classici dei Maestri del Blues sono il contenuto del primo disco: Statesboro Blues di Will McTell, Done Somebody Wrong di David C. Thomas, Clarence Lewis, Elmore James, Morgan Robinson, They Call It Stormy Monday Blues di T. Bone Walker, You Don’t Love Me di Willie Cobbs. La rilettura di questi standard non è una banale riproposizione, simile all’originale, ma assume la connotazione tipica dello stile della Band.
Duane apre le danze in Statesboro Blues con la chitarra in versione slide sul potente tappeto ritmico delle due batterie e del basso. Un inizio folgorante, da lasciare senza fiato. La chitarra di Betts gioca con la slide di Duanne nel secondo brano, Done Somebody Wrong, imprimendo quel marchio di fabbrica alla musica della Band, dovuto al “jammare” assieme dei due chitarristi, utilizzando le rispettive sei corde elettriche con stili diversi, slide il primo e flatpicking il secondo. They Call It Stormy Monday Blues inizia con atmosfera rarefatta che gradualmente aumenta di volume e consistenza grazie alla chitarra di Betts e dell’Hammond di Gregg Allman del quale si apprezza anche la voce, inusualmente nera per un ragazzo bianco dai capelli biondi. Notevole il lavoro di amalgama del basso di Oakley e il tempo tenuto dalle batterie di Trucks e Johanson, che si manifesta ancor di più nel successivo brano, You Don’t Love Me, giocato sulla fine tessitura ritmica, molto in evidenza, che consente a Betts e Duane di svisare con assoluta disinvoltura e libertà di espressione, e a Gregg di lanciare l’Hammond in territori di ardua bellezza. In questa traccia, va citata anche l’armonica di Thom Doucette, unico superstite delle ire del produttore e manager della Band Tom Dowd, che non volle una sezione fiati nel concerto – sembra richiesta di Bill Graham – ritenendo il suono degli Allman ricco e più che sufficiente (e la storia gli ha dato ragione!).
Il secondo vinile, che contiene brani composti dai musicisti della Band, si apre con lo splendido Hot ‘Lanta, pezzo strumentale nel quale si evidenziano le loro notevoli capacità tecniche. Non a caso la scrittura è accreditata a tutti i componenti della Band. Apre le danze Gregg all’Hammond con l’aiuto di un possente giro del basso di Oakley, preparando il terreno agli assolo delle chitarre in un crescendo entusiasmante. Non manca di certo anche un saggio della maestria dei due batteristi che trovano spazio per un breve segmento solistico. In Memory Of Elizabeth Reed, è divenuto un classico, scritto da Dicky Betts. Si colloca nei territori più morbidi del Country, per ricordare la donna defunta che la leggenda non chiarisce se sia uno degli amori di Betts o se sia rimasto colpito dall’iscrizione sulla lapide del cimitero, dove talvolta il chitarrista andava a cercare serenità. Il disco si conclude con Whipping Post, composto da Gregg Allman. Sono ben 19 minuti di improvvisazioni sul tema, riempiendo l’intera ultima facciata del secondo vinile. Il brano rappresenta plasticamente la musica degli Allman Brothers Band, una miscela di lancinanti note di chitarre sulla base di una potente sezione ritmica, impreziosita dalle note dell’Hammond, che comunque si prende i suoi spazi da protagonista. La voce di Gregg è particolarmente ispirata, grintosa, spazia dai toni rauchi a momenti di purezza cristallina. Gran bel finale per il concerto, o di quel che è stato inserito nel doppio vinile del 1971.
Infatti, nel 2014 la Mercury ha pubblicato un cofanetto di quattro vinili contenente, oltre alle registrazioni del 12 e 13 marzo anche alcuni brani suonati in occasione del concerto di chiusura del teatro Fillmore East, tenutosi il 27 giugno del 1971. La copertina del doppio originale del 1971 (peraltro riproposta anche nella riedizione del 2014) merita qualche parola di commento per una particolarità che contraddistingue il carattere di Duane Allman. La prima facciata riporta uno scatto della Band, sorridente, pare, per una battuta di Duane prima del concerto, davanti alle casse contenenti la strumentazione. La stessa inquadratura si trova nella quarta di copertina, ma Duane volle che i protagonisti fossero i “roadie”, i preziosi addetti alle attrezzature della Band.
Uno di loro, Twiggs Lyndon, si trovava in carcere, forse per problemi di droga, al momento dello scatto fotografico. Duane volle fortemente aggiungerlo in un riquadro posto sopra all’ultimo baule in alto, a testimonianza del grande cuore che animava tutti i musicisti e gli addetti ai lavori in quel periodo di vorticoso fermento creativo. Come sempre accade, le fiabe meravigliose finiscono, così anche quella degli Allman Brothers Band fu funestata da gravissime perdite, la prima proprio del suo chitarrista più prestigioso, Duane Allman, che trovò la morte a soli 24 anni finendo con la sua Harley-Davidson contro un camion ad un disgraziato incrocio presso Macon, in Georgia. A distanza di un anno, e a pochi isolati da quel luogo, trovò la morte allo stesso modo anche il bassista della Band Berry Oakley. I due musicisti ora riposano vicini nel Rose Hill Cemetery di Macon. Nel corso di questi ultimi anni anche Butch Trucks è mancato e, da ultimo, Gregg Allman ci ha lasciati nel 2017. Resta la loro musica, ancora fortemente attuale, e la rivoluzione che seppero portare al Blues, al Rock e al Jazz. Lunga vita agli eredi di quella gloriosa esperienza.

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