Tempest: l’altra faccia dei Colosseum – di Maurizio Garatti

Sono passati circa tre anni da quel “Daughter of Time” che segna la fine dell’avventura chiamata Colosseum (almeno la prima), quando Jon Hiseman fonda i Tempest e pubblica il loro primo Album. È il 1973 quando il disco fa la sua comparsa nei negozi, anche se le registrazioni risalgono all’autunno del 1972, accontentando quella parte di fans che ha deciso di continuare a seguire le avventure degli ormai ex Colossi. In questo senso va iniziata questa storia, che vede legati in modo indissolubile gli album dei Tempest, dei Greenslade e di Dick Heckstall Smith: mettendo un po’ di ordine possiamo stilare una brevissima cronologia, che vede in prima fila “A Story Ended” di Dick del 1972, seguito dal debutto dei Tempest con l’album omonimo del 1973, a cui fa infine seguito il debutto, anch’esso omonimo dei Greenslade, sempre del 1973.
I Colosseum si sciolgono sul finire del 1971, stanchi di riproporre continuamente le stesse performances e di rispondere sempre alle stesse domande. Lo stesso Hiseman in una intervista rilasciata in quegli anni dichiarò testualmente: “Facevamo 200 serate all’anno, nelle quali dovevamo dare al pubblico le stesse costruzioni sonore di sempre, e poi rispondere agli stessi interrogativi dei critici, giornalisti che magari ti sentivano per la prima volta… Era una cosa frustrante e impossibile da gestire”. Questo porta la band a ripercorrere costantemente gli stessi sentieri sonori in ogni concerto e quindi la voglia di evolvere in qualcos’altro diventa irrefrenabile. Un’evoluzione simile come Colosseum non è possibile da realizzare, visto che pubblico e stampa vogliono sempre la band di Walking in the Park.
Ecco quindi che le alternative diventano la sola via d’uscita, sono le naturali evoluzioni del percorso musicale dei musicisti.
Hiseman fonda i Tempest assieme al bassista Mark Clarke, con lui nei Colosseum del conclusivo “Daughter of Time”, che in quel periodo lavora insieme agli Uriah Heep, scrivendo e incidendo un brano epocale come The Wizard, ai quali si aggiunge il pirotecnico chitarrista/violinista Allan Holdsworth, che in seguito diverrà uno dei grandi rivoluzionari della sei corde. L’assetto definitivo dei Tempest viene completato dal cantante e polistrumentista Paul Williams, ex frontman dei grandi Juicy Lucy. Il quartetto entra in sala di incisione (Air London Studios Recording) nell’ottobre del 1972 e termina il lavoro in novembre sotto l’attenta guida di Hiseman: il disco esce nel gennaio del 1973 per l’etichetta Bronze e si intitola semplicemente “Tempest”.
L’artwork è splendidamente sofisticato e racchiude un sound che raccoglie l’eredità dei Colosseum più iconici: rock dalle sfumature blues di grande spessore al quale si aggiungono eleganti virate jazz che permettono ai vari musicisti di mettere in mostra le infinite qualità di cui dispongono, dando vita a uno strepitoso gioco di squadra. Come per i Colusseum, è un suono composto da tanti elementi, con i convincenti slanci solistici dei protagonisti che si ergono a grandi monoliti di pura e catartica bellezza. I Tempest, nonostante l’abbondanza di parti cantate, sono essenzialmente una band strumentale e il fatto di essere solo in quattro facilita il compito dei musicisti, rendendoli liberi di suonare come meglio credono: a differenza dei Colosseum, i Tempest sono un gruppo decisamente più free. Sopra tutto e tutti si erge Hiseman, leader incontrastato e batterista di ineguagliabile valore. Passato alla storia per le sue acrobazie tecniche e le sue strabilianti coreografie visive, è in realtà un musicista eccelso che ha saputo dare una innovativa spinta alla batteria rock, proponendo l’utilizzo della doppia grancassa per snellire il drumming basso, unito a un approccio del tutto nuovo all’utilizzo dei piatti.
“Tempest” (1973) è splendido, potente e suonato da Dio: l’incredibile Gorgon, brano di apertura, è fantasmagoricamente lugubre, sostenuto da impalpabili fraseggi acustici che, in un costante crescendo, presentano la qualità della band. Il riff folgorante e incalzante di Foyers of Fun è il viatico per il prosieguo del disco, con Hiseman che riesce a ricordare a tratti il drumming di Ginger Baker, ampliandolo e portandolo a livello frenetico, mentre Dark House ricorda decisamente i Cream, con la voce di Paul Williams che non può esimersi dal ricordare il grande Jack Bruce. Holdsworth dà prova di essere un maestro nelle seguenti Brothers e Up and On, alternando scatti veloci a parti più riflessive. Grey and Black è invece una ballata classica, melodica, composta da Clarke, che suona anche il piano elettrico, con la parte cantata che richiama immediatamente alla mente i Queen degli esordi. Il Jazz rock della conclusiva Upon Tomorrow si apre con il violino di Holdsworth  per poi evolversi in un brano che suona come un classico del genere, puntualizzato dalla precisione degli inserti di Hiseman e da un paio di riff di grande spessore. Il disco raccoglie consensi ovunque, vende bene e i seguenti tour europei dimostrano la splendida valenza live del quartetto che, nel 1973, tocca anche l’Italia.
Il suono proposto è un insieme di tecnica, classe ed eleganza visiva e sonora: gli schemi classici del blues britannico vengono resi in modo splendido e la voce tipicamente roca di Williams crea brividi assolutamente coinvolgenti. Ma non dura… Già nel luglio del 1973, alla loro seconda apparizione in Italia, la band si riduce a un trio, per le improvvise defezioni di Williams e Holdsworth che vengono sostituiti da Peter Hollie Halsall, brillante chitarrista e cantante proveniente dai grandi Patto. Halsall non fa assolutamente rimpiangere Holdsworth, rendendo il suono ancora più coeso. Il trio si evolve seguendo la scia di Cream, Beck Bogart & Appice e West Bruce & Laing, continuando a stupire chi ha la fortuna di assistere ai loro concerti. Le linee armoniche di Halsall, lineari e pulite, ben si affiancano all’impeccabile lavoro al basso di Clarke, creando un corpo sonoro grintoso e teso, ma è la batteria di Hiseman ad ergersi assoluta protagonista dell’avventura: rock blues con strepitosi intermezzi free sorretti dalla classe adamantina dei singoli, con il solo di Hiseman, 15 minuti abbondanti di tecnica, classe e innovazione che suscitano l’ammirazione di pubblico, stampa e colleghi vari (Franz Di Cioccio della P.F.M. e Tony Cicco della Formula 3 rendono omaggio al Maestro seguendone i concerti).
Il tempo passa veloce e, a distanza di un anno, Hiseman porta di nuovo il gruppo in sala di incisione (sempre gli Air London Studio Recordings) per il nuovo album. Il batterista cambia l’approccio musicale, abbandonando l’iniziale vena blues con tinte jazz a favore di un classico hard rock tipico dei classici power trio. “Living In Fear” esce sempre su etichetta Bronze nella primavera del 1974, suscitando una corale e negativa alzata di scudi da parte della stampa specializzata, che in quel periodo osteggiava non poco il tipo di sound prodotto dal trio. La stampa italiana li massacra, non perdendo l’occasione per dimostrare ancora una volta di essere arrogante e pretenziosa: “Forme artistiche rozze commerciali e stereotipate” (Enzo Caffarelli), e ancora “Hiseman Halsall e Clarke non sono mai scesi così in basso in anni di onorevole carriera” (Marco Fumagalli). Peccato, perché in realtà “Living In Fear”, una volta che gli animi si sono placati, mostra appieno tutte le sue qualità, diventando un vero e proprio classico del genere.
L’apertura è affidata alla fragorosa Funeral Empire, brano velocissimo che diventa immediatamente un grande classico delle esibizioni live, a cui fa seguito una trascinante cover di Paperback Writer dei Bealtles, con una conclusione strumentale davvero tiratissima. Impossibile poi non citare l’arrembante Dance to my Tune, nella quale Hiseman non concede alcuna pausa ai compagni di avventura. L’avvincente Living in Fear presenta un riff immediato che viene doppiato da un pianoforte stile rag-time, creando un insieme pirotecnico. Un disco di classe e di notevole livello ma, si sa, a volte i cosiddetti “critici musicali” esternano la loro frustrazione dovuta all’essere semplici “scribacchini” e non musicisti, ergendosi a protagonisti anziché essere esclusivamente cronisti.
I Tempest comunque si sciolgono, la tempesta si quieta e nuove avventure si profilano all’orizzonte. Se volete risentire gli echi di quei giorni ascoltate la versione di Paperback Writer presente sul secondo album, lasciatevi catturare dall’immediatezza di Yeah, Yeah, Yeah e non fate caso agli scritti dell’epoca: a differenza della musica, quelli sì, valevano davvero poco. Da qualsiasi parte prendiate questi due album inizierete un percorso fatto di precisione tecnica mai fine a se stessa, votata all’esternazione di un’anima rock che coniuga blues, jazz e funky in modo molto personale. Assolutamente da riscoprire. Nel maggio del 2018 la famiglia di Hiseman rende pubblica la sua battaglia contro un tumore al cervello. Jon muore il 12 giugno seguente, la “tempesta perfetta” si spegne nella realtà, ma non cessa di esplodere meravigliosa.

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