Stormy Six: “Macchina Maccheronica” (1980) – di Piero Ranalli

Gli Stormy Six Nascono a Milano nel 1965, nell’ambiente del movimento studentesco. Diversi album all’attivo, molto creativi ed originali, tuttavia vengono soprattutto ricordati per le canzoni politiche e di protesta dei primi album (ad esempio “Un biglietto del tram” (1975), dove il contenuto politico è dominante e le canzoni rievocano episodi della Resistenza). Un discorso a parte, invece, va fatto per “Macchina Maccheronica” (L’Orchestra 1980) che è il frutto di un percorso diverso. Nel 1978 parteciparono al primo festival del movimento Rock In Opposition al New London Theatre di Londra insieme ad altri gruppi europei (Henry Cow dall’Inghilterra, Samla Mammas Manna dalla Svezia, Univers Zero dal Belgio, Etron Fou Leloublan dalla Francia): Una manifestazione musicale il cui spirito era quello di opporsi alla logica delle case discografiche creando una musica indipendente, tant’è vero che si esibirono sotto lo slogan: “cinque gruppi che le case discografiche non vogliono che ascoltiate”. Un album influenzato dalla musica classica contemporanea ed in particolare da compositori sperimentali come Luciano Berio e Arnold Schönberg, molto elaborato e decisamente più comprensibile dal pubblico europeo che lo ha conosciuto come gruppo d’avanguardia, che dal pubblico politicizzato italiano, sempre più reduce e nostalgico di brani come Stalingrado. Snobbato in Italia, vincerà nel 1980, in Germania Ovest, il premio della critica discografica come miglior LP di rock dell’anno ed in termini di pura raffinatezza compositiva, questa potrebbe essere una delle opere più impressionanti che la musica rock abbia prodotto.
Gran parte dei brani di “Macchina Maccheronica” iniziarono a nascere nel 1979, durante le pause dei loro lunghi tour e la gestazione fu piuttosto lunga, vista la loro complessità. La scelta del titolo piacque così tanto in Germania che prima dell’uscita del disco furono invitati per un tour promozionale che coinvolse entrambe le Germanie, in particolare la DDR, dove la band si fece conoscere partecipando in seguito al Festival della Canzone Politica di Berlino Est. Con “Macchina Maccheronica” gli Stormy Six raggiungono la profondità della loro follia musicale e giustificano pienamente la loro adesione al RIO. Forse per molti amanti del prog questo disco sarà indigesto per i suoi suoni dissonanti-atonali e per i suoi arrangiamenti che non hanno proprio nulla di moderno o elettronico, basati come sono su marce degne di bande paesane, clarinetto, violoncello e trombone: musica prevalentemente acustica, anche se c’è una chitarra elettrica e un basso, quest’ultimo in realtà piuttosto interessante per tutto l’album. Il cantato, anche se non eccelle in bellezza vocale ed estensione, è modulato su frequenze da teatro espressionista, estremo, vicino al Teatro dell’Assurdo e così riesce a trovare la dimensione in cui eccellere, in cui muoversi con maestria. Con questo album gli Stormy Six sono riusciti a sfornare un’opera d’avanguardia di assoluta grandezza, creativa, ibrida, inclassificabile. È un lavoro tardivo, pubblicato quando l’epoca d’oro del prog era già finita, un’opera unica anche all’interno del Rock in Opposition per il suono e gli arrangiamenti eccentrici. Un capolavoro assoluto.
L’incipit è assegnato a Macchina Maccheronica (algoritmo ballabile), attraverso il quale Umberto Fiori, con un tono goliardico da cabaret milanese, ne sviscera il significato: “La Macchina Maccheronica è un torchio masticatore: ha un morso ch’è traditore, ma il suo cuore innocente vuol bene alla gente…”. Il testo è suddiviso in tre parti: 1. Prologo, 2. Scongiuri, 3. Algoritmo. L’arrangiamento basato sul clarinetto e sul trombone fa apparire questa musica come se fosse la voce di un gruppo di imbonitori che cantano davanti a una festa paesana, dove la gente seduta ai tavoli all’aperto beve e mangia cibo fatto in casa. La musica cambia ritmo e tono, rimanendo ancorata alle danze popolari. Il testo, però, che contrasta con l’apparente semplicità della musica, presenta metafore e simbolismi continui. La musica rallenta ed il cantante pronuncia frasi in latino dal tono solenne, liturgico, dopodiché una progressione guidata dagli ottoni la trasforma in una polka, che raggiunge un climax quasi disarmonico. Con Le Lucciole l’approccio diventa meno sfacciato rispetto agli umori introduttivi: un brano dissonante, con la chitarra di Fabbri che suona frasi acide che si alternano alle sonorità discordanti del violoncello e del clarinetto. Fiori canta un salmo citando “le lucciole intermittenti tra i monumenti… ed il senso dei riti schiantati nell’atrio della casa popolare”. Il lavoro del violino e del clarinetto disegnano una melodia dall’atmosfera rinascimentale, poco dopo arrivano il canto amaro di Fiori e le chitarre distorte di Fabbri. Continua il fraseggio abrasivo di chitarra con un suono unico, poi Il pezzo prende quasi la forma di una canzone, sfuma ed alla fine ritorna con un lungo e meraviglioso finale strumentale.
Madonina è il primo di uno dei quattro frammenti, sempre con lo stesso titolo, che si incontreranno lungo il percorso del disco. Rappresenta la deformazione di un canto tradizionale milanese che nello specifico viene stravolto in una specie di danza vorticosa, una sorta di versione twist. Megafono (indovinello e apologia) inizia come una marcia, con Fiori che esalta la personalità di questo strumento, da lui definito: “Mezzatromba Divinìle è un fucile per parlare (e tacere)…”. Il ritmo cambia e si ferma alla voce del violino che suona note molto acute e aspre. Si viene catapultati in una dimensione atonale dove si possono sentire i suoni acidi della chitarra e la batteria che batte in maniera disarticolata ed un basso impressionante. Questa divagazione visionaria cresce ossessivamente fino a riportare il cantato che per il finale cede di nuovo il passo ad un minuto di caos e rumore in cui fa capolino un abbozzo di assolo di chitarra. Torna Madonina, questa volta in una versione shake più lenta di quella precedente e il gruppo ne intona una frase in dialetto milanese. Banca viene introdotto da una voce femminile che narra: “A questo punto caro ascoltatore senti il bisogno di un momento di svago…abbiamo pensato anche a questo”. Divertimento che viene immediatamente disatteso da un inizio strumentale, molto percussivo, basato su basso e batteria, non facile da ascoltare e che non è di sicuro divertente, come lasciava presagire la voce introduttiva, giusto una vena giocosa paradossale. Il finale viene affidato al cantato che cerca di strutturare attraverso una linea armonica l’anarchia degli strumenti.
E con questo brano si chiude la prima parte dell’album che costringe l’ascoltatore – ovviamente solo se si è in possesso del vinile – ad una sana pausa che lo prepara alla seconda parte che riserva subito un’altra canzone molto difficile da digerire. Pianeta, il cui suono dissonante, tendente al rumoroso e caratterizzato da continui stacchi, fa da cornice ad un cantato composto da un insieme di parole insignificanti che in realtà sono la descrizione di un bigliettino che si può ottenere da certe bilance pesa persone che contiene il vostro peso, il vostro futuro, assieme ai numeri del lotto e alla schedina del totocalcio (questo è ciò che si evince da una nota esplicativa lasciata dal cantante in calce al testo). Una musica, che con le sue geometrie sghembe, è una sorpresa continua. Rumba sugli alberi inizia con il trombone ed il sax che segnano l’attacco di questo breve brano con un testo altrettanto conciso ed autoreferenziale, per poi sviluppare una cacofonia molto interessante: uno dei punti più avanguardistici del disco, dal suono di basso definito e determinato. Enzo è un brano dal vivo, registrato al Teatro dell’Elfo di Milano, il 28 Aprile del 1979. Una performance totalmente vocale dai toni decisamente giocosi nella quale i musicisti si divertono nel pronunciare suoni onomatopeici che partono dal nome Enzo e non dicono nulla… suoni senza significato. E come se avesse la funzione simile a quella degli intermezzi (Madonina): stemperare l’amaro dei pezzi più difficili e pesanti di “Macchina Maccheronica”.
Verbale (canto mùtilo) è un brano quasi surreale, scandito dal clarinetto che suona un bellissimo assolo centrale. Ha un testo ermetico che parla di: “occhio, bracci e braccia che fanno il loro dovere rinnovando l’intimità con le cose morte… pezzi d’uomo presi all’amo“. Il bello è che anche se a volte si può catturare una sorta di melodia, questa traccia è totalmente non strutturata e imprevedibile, sia in termini di note che di ritmo. Ottimo il lavoro del basso che mantiene un profilo jazz, la chitarra, mai invadente è sempre al servizio del suono complessivo della band: il ​​vibrafono arriva dopo un pò e, insieme al clarinetto e alla chitarra distorta, crea un altro meraviglioso brano musicale. Siamo ai massimi livelli di qualità. È avanguardia pura. Madonina, è il terzo frammento con un piacevole arrangiamento circense. Somario (ridondanza propiziatoria), il cui titolo rappresenta la distorsione della parola Sommario, ottenuta dalla fusione con Somaro, riproduce un suono simile a quello di un orchestrina paesana. L’intermezzo strumentale eleva la qualità della musica, poi segue un coro, al termine del quale Umberto Fiori introduce la band, come se fosse la conclusione di un concerto dal vivo. Segue Madonina, l’ultimo frammento che conclude il disco: si prova per qualche secondo a trasformare la canzone popolare milanese in un coro a cappella, ma l’esperimento termina con una risata.

Tommaso Leddi: violino, mandolino, sax alto, chitarra, organo;
Georgie Born: violoncello (ex Henry Cow);
Leonardo Schiavone: clarinetto, sax tenore (ex Maxophone);
Umberto Fiori: voce; Franco Fabbri; chitarra, trombone, vibrafono;
Salvatore Garau: batteria; Pino Martini: basso.

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