“Stolen Car“: Storie da un bar di periferia – di Max Di Stefano

I tempi erano diventati maledettamente duri dalle mie parti e dovetti cercare di sfangarla fuori dal piccolo bar di periferia nel quale ero cresciuto e mi ero fatto uomo. Non che la cosa mi spaventasse, gli incassi erano diventati sempre più magri, coprire le spese sempre più difficile. I fasti degli anni ottanta erano lontani e con loro era sparita quell’umanità fatta di operai precari, freaks e malviventi che stazionava perennemente davanti al bancone con il bicchiere mezzo vuoto pagandomi, col disfacimento delle loro esistenze, lo stipendio e l’affitto di casa.
Se ne erano andati per l’età, le malattie o semplicemente perché erano ormai fuori dal tempo, inghiottiti dal nuovo che non capivano. Trovai presto un lavoro da svolgere di notte, consegne a domicilio per il “Buongiorno Roma”, consegne per gente che pagava un canone per vedersi recapitato il Corriere o la Repubblica sugli zerbini piazzati davanti alle porte di ingresso, spesso robaccia dozzinale con su stampato frasi come “Benvenuto” o “Home Sweet Home”. Uscivo di casa interrompendo il primo sonno e barcollavo fino al magazzino di smistamento dove altri disperati come me caricavano frettolosi le macchine con le pile di giornali freschi di stampa, fingendo allegria e cameratismo straccione, fingendo efficienza.
Ad ognuno di noi erano assegnati due o tre enormi mazzi di chiavi con le quali aprire cancelli e portoni dei vari condomini e un foglio con i nominativi e gli indirizzi dei clienti, di solito sempre gli stessi. Era dura terminare il giro in orario, evitando le lamentele dei destinatari ed i conseguenti richiami dei capetti messi li a dirigerci, uomini che in momenti migliori avrei fulminato con uno sguardo ma che dovevo ascoltare a testa bassa mentre mi richiamavano con finto paternalismo per aver usato un ascensore, e disturbato il “riposo dei Giusti”.
Avevo il mio balsamo per l’anima in quelle notti lunghe , lo Springsteen, a cavallo tra “Darkness on the Edge Of Town” e “Nebraska” sembrava cantare per me, sembrava dare voce al mio malessere. Con la foto della Donna dei Miei Sogni incollata sul cruscotto ascoltavo quelle storie cupe, quelle ballad e tutto sembrava tornare al suo posto, avere un senso… “Baby, baby, baby, I swear I’ll drive all night again, just to buy you some shoes And to taste your tender charms And I just want to sleep tonight again in your arms“. Ben presto la mia vecchia Citroen Ax ne ebbe abbastanza dei miei spasmodici giri notturni per le consegne e mi trovai nella condizione di trovarmi velocemente un mezzo economico: non averlo in tempi rapidi significava perdere il lavoro.
Sapete, ho sempre trovato la compagnia degli uomini dell’est europa congeniale al mio modo di vivere, vuoi per l’attitudine al bere esagerato, vuoi per la mia facilita’ nel venire alle mani cosi, quando uno di loro al bar mi propose di organizzarmi con una delle loro macchine “movimentate“, ritargate e fornite di nuovi documenti io lo trovai accettabile, il prezzo era ottimo, il rischio contenuto. Fu cosi che iniziai a caricare i quotidiani su una fiammante Fiat Punto con targhe polacche, con la frizione che attaccava come si deve, le sospensioni toniche e il motore ben compresso. Attraversavo le notti romane di periferia come una scheggia apolide, non mi fermarono mai per un controllo, una mano sul cuore l’altra sul cambio. Bruce ha scritto Stolen Car ma una macchina rubata, lui, non l’ha mai guidata.

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