Steppenwolf: “Magic Carpet Ride” (1968) – di Ginevra Ianni

Voglio un tappeto. Voglio un tappeto soffice e colorato. Alza la testa dal giornale e mi fissa stupito chiedendo con lo sguardo: che? Un tappeto per fare cosa? Ma la parola ha poco peso e lo sguardo cade nuovamente dietro il muro di carta. Suoni irrilevanti senza importanza. Insisto cocciuta, voglio un tappeto. Morbido. Per camminarci a piedi nudi cercando riparo dal freddo del pavimento, per accarezzalo con le dita dei piedi, per perdermi dentro i suoi disegni come porte di un nuovo mondo. Voglio un tappeto per nasconderci sotto polvere e vergogne e fare bella la superficie della mia vita. Voglio un tappeto per godere della sua bellezza, superficiale, puramente estetica, accumulatore di polvere ed acari. Smaccatamente simbolo di bellezza ed inutilità. Voglio un tappeto per nascondermici dentro come Cleopatra quando ne avrò voglia. Ma non mi servirà per arrivare a Cesare. Il tappeto fine a sé stesso è Cesare, è il guscio che mi abbraccerà quando ne avrò voglia e da cui potrò srotolarmi per batterlo al sole estivo: un pulviscolo di polvere e idee che cadranno in giardino svolazzando nell’aria come pensieri innocenti e pesanti come peccati.
Voglio un tappeto, se è fatto anche di fili di seta è meglio altrimenti va bene comunque. Ho voglia di estetica superflua fatta di mera inutilità ma proprio per questo appagante come il cibo e la sete. Lo spirito ha gli stessi bisogni della carne, sono diversi solo i nutrimenti. Ma sono vitali anche questi. Voglio un tappeto per danzarci scompostamente sopra, non serve codificare i gesti in movenze eleganti, voglio un tappeto per essere selvaggia e mischiare tra i capelli anche i peli dei gatti che lo vogliono per stendercisi sopra. Perché i gatti, che pure non hanno raziocinio, capiscono quanto può essere importante avere un tappeto per terra, che accoglie, che scalda, che si riempie di polvere, peli e dell’odore di chi vive insieme a lui. I gatti lo sanno perché serve un tappeto e il tappeto pure lo sa. È ovvio, evidente, ma mentre la mia testa corre legata alle trame di un tappeto fantastico, lui ha già dimenticato tutto dentro una pagina di giornale. Senza sapere della seta, della polvere, della bellezza, dei peccati e persino dei gatti. Voglio un tappeto. Ora.

I like to dream, yes, yes / Right between the sound machinen
On a cloud of sound I drift in the night / Any place it goes is right
Goes far, flies near / To the stars away from here
Well, you don’t know what / We can find / Why don’t you come with me little girl
On a magic carpet ride / Well, you don’t know what / We can see
Why don’t you tell your dreams to me / Fantasy will set you free
Close your eyes girl / Look inside girl / Let the sound take you away
Last night I hold Aladdin’s lamp / So I wished that I could stay
Before the thing could answer me / Well, someone came and took the lamp away
I looked / Around / A lousy candle’s all I found / Well, you don’t know what
We can find / Why don’t you come with me little girl / On a magic carpet ride
Well, you don’t know what / We can see / Why don’t you tell your dreams to me
Fantasy will set you free / Close your eyes girl / Look inside girl
Let the sound take you away.

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