Stefano Rosso: “Una Storia Disonesta” (1977) – di Alessandro Freschi

Da navigato marpione del settore Ferruccio Merk Ricordi, alias Teddy Reno, nel 1961 decide di organizzare ad Ariccia, località dei Castelli Romani nella quale risiede, una manifestazione canora con l’intento di scoprire talenti in erba meritevoli di essere ‘lanciati’ nel rilucente mondo della discografia tricolore. Battezzata come Il Festival degli Sconosciuti. La kermesse diviene ben presto meta di amatoriali flotte di aspiranti divi e nel corso delle acclamate prime edizioni sul palco si celebrano i debut-act di Shel Shapiro e Ivan Cattaneo, nonché quello di una grintosa ragazza torinese, Rita Pavone, destinata a diventare compagna di vita del patron dell’iniziativa. I primi ad aggiudicarsi l’ambito premio sono i Samurai, complesso livornese di stampo beat nelle cui fila figura il futuro tastierista della Formula 3 Gabriele Lorenzi. A seguire, dopo il roboante exploit della ‘Pel di Carota’ nazionale, a salire sul podio sono Dino (quello di Te lo Leggo negli Occhi) e i Kings, Titti Bianchi, Marcella Bella (vittoria in seguito revocata a termini di regolamento per l’età della cantante catanese, ancora tredicenne) ed il gallese Mal, leader dei Primitives. Nel 1968, mentre un diciassettenne Claudio Baglioni presenta al pianoforte un classico di Ray Charles, Georgia on My Mind, grazie ad un motivetto orecchiabile intitolato Io e il Vagabondo, la ribalta viene conquistata da due fratelli romani, Ugo e Stefano Rossi, che si fanno chiamare L’Arca di Noè.
I consensi tributati in terra castellana non vengono però bissati in termini di vendite dal 45 giri pubblicato dalla Vedette Records di Armando Sciascia e la tanta auspicata svolta artistica del duo non si concretizza. Abbandonato dal fratello maggiore, che nel frattempo intraprende a tempo pieno la professione di infermiere, ad inizio settanta Stefano si ritrova ad esibirsi nelle osterie accompagnato dalla sola sei corde acustica e da un cognome al quale ha sostituito la vocale in coda, trasformandolo in un colore sanguigno e passionale. Nell’agosto 1974, mentre E Tu eccelle nella classifica dei 45 giri più venduti della settimana, Baglioni prende parte a “Ritratto di un Giovane Qualsiasi“, programma televisivo che rende omaggio alla scena cantautorale nazionale e nella quale propone, oltre ad alcune delle sue canzoni più celebri, due brani composti da Stefano Rosso (Valentina e C’è un Vecchio Bar Nella Mia Città, mai pubblicati). Questa fugace collaborazione consente a Rosso di entrare in contatto con Antonio Coggio, storico produttore di Claudio, che lo introduce alla RCA Italiana, dove redige un contratto per la realizzazione di tre album.
Così, dopo essere intervenuto negli studi milanesi RAI (‘Mi ricordo un pugno d’anni fa per lavoro venni su a Milano. E qui dentro mi è rimasta un po’, ma che strano’ – Milano, 1997) come ‘chitarrista fisso’ nelle dieci puntate del varietà condotto da Gianni Morandi e Elisabetta VivianiAlle Nove della Sera”, Stefano nel giugno del 1976 finalmente esce allo scoperto con un singolo, Letto 26, nel quale esibisce tutto il suo talento nel finger picking e quella vena da folker cresciuto sulle rive del Tevere in grado di amalgamare viscerale romanità ad echi country tappezzati a stelle e strisce. Sbocciata in una corsia d’ospedale, nel corso di un forzato soggiorno a causa di una fastidiosa tonsillitectomia (in un aneddoto Stefano racconterà anni dopo di averla composta seduto sul letto sul quale abitualmente venivano adagiati i deceduti prima di essere portati all’obitorio), la canzone che ripercorre tra ricordi giovanili e latenti malinconie la popolare Via della Scala in Trastevere, si guadagna consensi nelle rotazioni delle ‘rumoroseradio libere consegnando a Rosso, per la prima volta, una significativa popolarità. È l’anticipazione di una svolta che puntuale arriva con un secondo 45 giri che fa la sua comparsa sugli scaffali dei negozi di dischi nel gennaio del 1977. ‘Che bello, due amici una chitarra e lo spinello’. Puntellato da un’intonazione da stornello, il primo verso del ritornello di Una Storia Disonesta è di quelli che catturano l’attenzione, che si ricordano già dal primo ascolto.
In modo tanto poetico quanto sarcastico Stefano Rosso ricostruisce in un piccolo appartamento un set post-sessantottino al cui interno colloca un gruppo di amici impegnati a disquisire su hashish, pakistano nero e liberalizzazione delle droghe. Tra falsa morale e riflessioni libertine, l’intenso contraddittorio si agita sino a quando, in un impensato colpo di coda, il padrone di casa, da interessato perbenista, sbatte per strada l’intera comitiva per poi ritirarsi in santa pace a fumarsi una canna (‘Che bello, col giradischi acceso e lo spinello. Non sarà stato giusto si lo so, ma in quindici eravamo troppi, no?’). “Odeon – Tutto Quanto fa Spettacolo”, trasgressivo rotocalco figlio di una televisione che pian piano si sta svincolando da radicati tabù, non si lascia sfuggire l’occasione di coinvolgere un personaggio anticonformista come Stefano e gli riserva un servizio speciale che ne amplifica la notorietà. “ (…) e seppure venisse un inventore di canzoni valuta il suo lavoro con onestà, poiché anche lui getta semi per raccogliere frutti e grani (…)“. Un’istantanea in bianco e nero nella quale si scorgano due occhi scuri sotto la tesa di un niveo cappello con nastro leopardato. Replicato titolo e copertina (curata dallo studio Arti Grafiche Arese) del singolo di successo, il lavoro sulla lunga distanza non delude le aspettative innescate dagli allettanti biglietti da visita che lo hanno preceduto.
Gli spunti da critico spettatore dei propri tempi, le origini popolane, la simpatia per la sinistra radicale emergono nitidi nella scaletta di un album di taglio autobiografico che scorre via piacevolmente sin dalle prime note della leggiadra Girotondo, filastrocca disegnata sulle suggestive arie di chitarra e mandolino. Nel bel mezzo dei minuscoli solchi che definiscono il vinile inevitabilmente si materializzano gli stretti vicoli ed i mercati rionali di una eterna Roma, cartoline di vita vissuta dal fascino inviolabile. Dal vecchio gitano Manù, confinata vittima della cementificazioni delle periferie (‘E tra i panni stesi al vento, su due canne di bambù dice al mostro di cemento, tu non prenderai Manù’) ai volti immersi nella chiassosa Piazza Santa Maria in Trastevere (‘Su venite al circo che sta in piazza non si paga proprio niente ci lavora tanta gente che tra l’altro non lo sa’ – Il Circo) attraversando le crepuscolari creature di Non Gioco Più (‘E fra gli artisti e le puttane, nei caffè turno di notte noi da buoni vecchi ladri rubavamo frasi fatto’) e i loschi individui dalla facile morale de La Banda degli Zulù (‘Poi si voltano e nel bar entrano a bere un magnaccia, un ladro e un contrabbandiere …’). Rosso tratteggia poeticamente le quotidianità inquadrandole dal loro gradino più basso non disdegnando in alcuni passaggi di rimarcare l’umile provenienza;“Quando passavano i proletari a casa nostra ci dicevano: ‘a morti de fame !’” è la battuta che con la quale glossa l’esibizione dal vivo del valzerino Pane e Latte (‘E distillando le rassegnazioni a casa mia producevamo sogni. Babbo e mamma dirigenti io con i miei fratelli semplici operai’).
Una Storia Disonesta” ottiene eccellenti riscontri in termini di vendite proclamando Stefano Rosso volto nuovo della scena d’autore italiana. Trascinato dall’esilarante brano che gli dà il titolo e dal toccante tributo a Giorgiana Masi, “… E Allora Senti Cosa Fò” (1978), che segue a distanza di un anno, ribadisce quanto di buono sia già stato espresso sul barbuto chitarrista. Tuttavia i rapporti con la RCA si rivelano sempre più tesi a causa delle ostinate imposizioni della label sul cantautore, restio ad alcune partecipazionisuggerite’ ai festival di partito. Le irremovibili prese di posizione conducono inesorabilmente ad un allontanamento tra le parti, distacco che puntualmente arriva nel 1979, all’indomani del rilascio di “Bioradiofotografie” (1979), ultimo dei tre album stipulati anni prima con Coggio, divenuto a sua volta un ex collaboratore dell’etichetta. Rosso sceglie a questo punto di accasarsi presso la milanese Ciao Records di Osvaldo Bernasconi, sodalizio che conosce il proprio battesimo al Sanremo del 1980. Sul palco del Teatro Ariston il cantautore trasteverino presenta l’ironica L’Italiano (‘Tv a colori e pane dentro al secchio, siam diplomatici, laici, estremisti, frutteti-asmatici e poi femministi. Di calcio tecnici, d’amor maestri, figli di parroci in gite campestri. Del cruciverba siamo i pensatori. quattro infermieri, centosei dottori.’) sorta di spietato identikit dell’italiano medio. Si esibisce tenendo in mano un quotidiano dove ha trascritto il testo della canzone per paura di dimenticarlo. Ciononostante alcune strofe finirà per non ricordarle e rimedierà con una quanto mai provvidenziale improvvisazione. Come solo un geniale e ‘disonestoanarchico delle sette note sa fare… E tutto il resto che importanza ha?”

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