Sonny Landreth: “Blacktop Run” (2020) – di Maurizio Celloni

È uno dei chitarristi più sottovalutati del pianeta, nonché uno dei più eccelsi tecnicamente” ebbe a dire Eric Clapton parlando di Clayde Vernon Sonny Landreth III, classe 1951, chitarrista statunitense blues rock, nato a Canton nel Mississippi, ma trasferitosi ancora bambino a Lafayette, in Louisiana. Folgorato poco più che adolescente dalla musica zydeco di Clifton Chenier, decise di intraprendere la carriera di musicista, raffinando in particolare le tecniche della chitarra slide. Il suo primo contratto da professionista lo ottenne proprio con Clifton Chenier, risultando ad oggi l’unico bianco ad aver militato in quella Band. Le sue origini, dal Delta del Mississippi alle paludi della Louisiana, hanno influenzato il suo stile, che ricorda molto da vicino quello della slide di Ry Cooder e la delicatezza cromatica di Jerry Garcia, il compianto leader dei Grateful Dead, mescolando le sonorità del bayou al blues. Il suo particolare approccio chitarristico, che spazia dalla tecnica slide al fingerpicking, abbellito da leggeri tocchi di polpastrello sulle corde (tapping), ne fa un virtuoso dello strumento, molto richiesto anche da altri grandi musicisti. Resta indelebile l’incontro artistico con John Hiatt, formidabile compositore di ballate rese straordinarie dalla slide di Landreth, che sottolinea le pieghe più recondite dei testi di Hiatt, acquarelli della vita nei sobborghi, ai bordi del sogno americano infranto alle frontiere o nelle periferie delle grandi città tentacolari. Vanno ricordate anche le collaborazioni con Mark Knopfler, Buddy Guy e Bonnie Rait.
L’ultimo suo lavoro, “Blacktop Run“, uscito nel 2020 per l’etichetta Provogue, conferma la qualità di Landreth, non solo come chitarrista ma anche in veste di compositore e scrittore di testi profondi e incisivi. Dei dieci brani del vinile otto sono a sua firma, gli altri due sono composti dall’amico e tastierista Steve Conn, già al suo fianco nell’ottimo disco “Sonny Landreth Live in Lafayette” dell’anno 2017. Blacktop Run, che dà il titolo alla pubblicazione, apre il nuovo vinile, con un arpeggio arioso e accordatura aperta della chitarra per la slide. Il brano offre una sensazione quasi aulica, vagamente orientaleggiante. “Mi sono avviato lungo la strada, tra la vita che ho lasciato e ciò che verrà / il vento è alle mie spalle, cara” canta con voce piena e sicura, dimostrando una notevole ispirazione. Lover Dance With Me, il secondo pezzo, è uno strumentale nel quale Landreth insinua le note della chitarra nello spesso tessuto ritmico, a voler quasi occupare gli spazi temporali tra un tocco di rullante e l’altro, con ricami di alta scuola. Brano da ascoltare a volume adeguato. Nel terzo pezzo, Mule, racconta della testardaggine del soggetto femminile protagonista. Nel brano Sonny Landreth ci fa sentire la sua maestria nella tecnica slide, suonata come d’abitudine utilizzando il mignolo, mentre le rimanenti tre dita sono libere di eseguire accordi che assumono, nella particolare accordatura della chitarra, un effetto intrigante. Si sentono forti le influenze della Louisiana, ariose e spensierate a stemperare la cocciutaggine raccontata nel testo. E veniamo a Groovy Godness, quarta fatica del disco.
Un pezzo strumentale nel quale trionfa la tecnica sublime alla slide di Landreth. Il brano prende quota con liricità e leggiadria. Ascoltate attentamente il finale nel quale la potenza espressiva della sezione ritmica e delle tastiere amalgamano le note profonde della chitarra. Somebody Gotta Make A Move, ultima traccia del lato A, composta dal tastierista Steve Conn è una ballata intensa su un medio tempo. Il gioco della chitarra, sempre suonata con tecnica slide, sottolinea il testo nel quale il musicista denuncia la lontananza di questo tempo dalla strada percorsa e dai suoi desideri, che poi sono i desideri di tanti. Il canto di Landreth è a tratti dolente e la slide grida e piange. Pezzo di grande intensità. Il lato B si apre con lo strumentale Beyond Borders. Sembra proprio che Sonny Landreth voglia accompagnarci oltre i confini e la sua slide ci indica la strada. Segnalo il bell’assolo di Steve Conn al pianoforte, dai toni rassicuranti sulla via che l’ascoltatore è invitato a percorrere: la guida sicura di Landreth non si fa attendere con i suoi lirici trascinamenti del tondino metallico sulle corde. Il brano seguente Don’t Ask Me ci riporta sui binari del blues in modalità zydeco, condito dalle tastiere di Conn, che ne è l’autore, ad imitare l’organetto fisa, tanto da sentirci trasportati dalla canoa nelle paludi della Louisiana. Sonny Landreth picchetta sulle corde della sua chitarra tra un accordo e un lamento slide. In questo pezzo sono concentrate tutte le sue notevoli doti tecniche, rappresentando uno splendido esempio di contaminazione musicale.
Il disco continua con The Wild Of Wonder, pezzo dall’incipit potente nella più classica tradizione della ballata rock, con il cesello della slide e un assolo che richiama taluni colori cromatici di Jerry Garcia. Il brano si dipana per tutta la sua durata senza diminuire la tensione e la tessitura complessa, ma piacevole. La band, in questo come in tutti gli altri brani, accompagna il Maestro Landreth contribuendo alla meravigliosa musicalità del disco. Many Worlds brano strumentale ci accompagna verso la fine del disco. La chitarra ci fa immergere in un sogno, una tavolozza variopinta con il fingerpicking di Landreth a intessere la trama sulla quale sviluppa il tema con la consueta slide. Il brano concilia con pensieri dolci ma mai banali, che di questi tempi complicati aiutano molto. Something Grand conclude questo bel lavoro. Ballata dal sapore West Coast, lascia quel buon sapore che solo un generoso vino bianco può dare, con retrogusto amabile da accompagnare con un tiramisù non troppo zuccherato. Il pezzo dà speranza e serenità e quasi dispiace che il disco sia finito. Non ci resta che rimettere il vinile nel giradischi e riascoltarne il suono, scoprendone sempre nuove sfumature. Nelle infinite combinazioni delle sette note, Sonny Landreth ha saputo far tesoro degli stili delle terre che lo hanno visto crescere e formarsi e, come spesso accade ai grandi musicisti, il risultato è una musica ricca e innovativa nel contesto della scena Americana, Blues e Rock.

Sonny Landreth: chitarra e voce. David Ranson: Basso elettrico.
Brian Brignac: batteria e percussioni. Steve Conn: tastiere.

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