“Salam/Shalom” – di Lucia Valori نورة

Sono le 19,00 di un venerdì di fine inverno, sono arrivata tardi e la saracinesca della bottega di Itzhak è già chiusa. Shabbat shalom, amico, santifica il tuo sabato, passerò di nuovo nei prossimi giorni. Sono nel Mellah, il quartiere ebraico di Marrakech, non nella città vecchia di Gerusalemme e Itzhak è un ebreo marocchino, fabbro artigiano che vive e lavora qui. Contro ogni luogo comune e stereotipo che vedono sempre gli ebrei e gli arabi in eterno conflitto, il Marocco vanta, invece, una millenaria storia di presenza ebraica ed è l’unico Paese del mondo arabo che ha inscritta, nella Costituzione, la sua doppia natura araba e ebraica. I primi ebrei giunsero nel Maghreb dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 D.C e quindi prima dell’avvento dell’Islam. La seconda consistente ondata avvenne nel 1492 dopo la loro espulsione dalla Spagna e dal Portogallo. Oggi gli Ebrei ancora viventi in Marocco pare siano circa 3.000 perché la gran parte si è trasferita in Israele dopo il 1948, ma la cultura marocchina è tuttora pervasa di elementi, segni, aspetti dell’Ebraismo. In ogni città del Marocco è esistente ancora oggi un quartiere ebraico, Mellah, la cui denominazione deriva dal termine arabo che significa “sale” perchè gli ebrei erano soprattutto conosciuti come grandi commercianti di questo prodotto.
I Mellah sono sempre situati nelle vicinanze del Palazzo Reale perché gli ebrei hanno sempre goduto di particolare protezione qui in Marocco. Fes, la città dove visse il filosofo Maimonide, ed Essaouira hanno quartieri ebraici molto ben definiti con evidenti segni. Casablanca detiene il primato della comunità ebraica più numerosa e ospita il museo ebraico più importante dopo lo Yad Vashem di Gerusalemme, ma è Marrakech a poter vantare il Mellah più grande del Marocco. Fu fondato nel 1557, per radunare gli ebrei già presenti in città, e ci abitavano più di 35.000 persone. Vi erano decine di sinagoghe che erano non solo luoghi di culto ma anche centri di studi rabbinici e talmudici con grandi personalità e uomini di cultura ebraica che illuminarono Marrakech in quegli anni. Questa identità pluralista del Marocco è sempre stata riconosciuta e custodita da ogni Sovrano della dinastia alawita a cui è attribuito anche il titolo di “Comandante dei credenti” a tutela di tutte le fedi. Il Re Mohammed V, nonno dell’attuale Sovrano, quando ascese al trono nel 1927, attuò una strenua difesa degli ebrei sottolineando che arabi ed ebrei erano tutti suoi sudditi senza alcuna discriminazione. Come non ricordare che all’epoca in cui la Francia era occupata dai nazisti e il Marocco era sotto il Protettorato francese, il Re si oppose all’applicazione delle leggi antiebraiche nel Regno e alla deportazione di oltre 250.000 membri della comunità ebraica locale, pronunciando la storica frase: In Marocco non ci sono ebrei, in Marocco ci sono solo cittadini marocchini.
Lasciò al figlio Hassan II in eredità il pesante ed importante compito di garantire il benessere della comunità ebraica. Il Re Hassan II, personalità dal grande carisma, sarà anche uno degli artefici degli accordi di Camp David. L’attuale Sovrano Mohammed VI ha come suo consigliere, per Costituzione, un ebreo. Ma di recente il Marocco, per volontà del suo Sovrano, ha fatto due passi molto importanti sulla scia già tracciata dalla Storia e forse poco divulgati in Occidente. A dicembre 2020 è avvenuta una modifica rivoluzionaria dei piani di studio delle scuole primarie marocchine attraverso l’introduzione della storia e della cultura ebraica. È una riforma epocale per un Paese islamico, definita un vero “tsunami” da alcuni analisti, che evidenzia come il Marocco intenda utilizzare la “strategiadella conoscenza, dell’educazione e del sapere per combattere il razzismo, l’antisemitismo e tutti gli estremismi che si oppongono al dialogo ed alla pacifica convivenza. Ma in quegli stessi giorni è avvenuto qualcosa di ancora più eclatante per i suoi risvolti geopolitici. Il 10 dicembre scorso Marocco e Israele, nell’ambito dei cosiddetti “Accordi di Abramo, con la mediazione degli U.S.A., hanno siglato un accordo di normalizzazione delle loro relazioni, riprendendo così i pieni rapporti diplomatici, che esistevano già in passato, anche se in modo non ufficiale. Certo, il Re Mohammed VI ha tenuto a precisare che tale intesa non comporta il cambiamento della posizione del Marocco sulla questione palestinese, ma intanto ci sarà l’avvio di collegamenti aerei diretti fra i due Paesi, con tutto ciò che ne conseguirà.
Camminare oggi nel quartiere ebraico della “Città rossa“, nonostante sia abitato prevalentemente da marocchini musulmani, regala il fascino dei tempi antichi ed è come davvero ripercorrere la Storia. Derb Ben Simhon, Derb Talmud Thora sono i nomi, molto evocativi, di alcuni dei vicoli che si attraversano per arrivare alla Sinagoga Laazama, la più antica del quartiere, tuttora funzionante, la cui costruzione risale addirittura al 1492, anche se l’edificio attuale è molto più recente ed è architettonicamente un Riad, ossia una casa tipica della medina con un patio centrale finemente decorato con zellij, le caratteristiche piastrelle in mosaico e le stanze che affacciano da una balaustra oggi abitate o con funzione museale. Ho avuto il piacere di visitare questi luoghi in compagnia di una delle tante famiglie ebreo-marocchine emigrate in Israele e in “pellegrinaggio” ogni anno in Marocco alla ricerca delle proprie radici. Ricordo l’emozione del capofamiglia, partito dal Marocco adolescente, nello spiegare ai figli, nati a Tel Aviv, l’armonia che regnava nel Paese maghrebino tra musulmani ed ebrei, i vincoli di amicizia solidi che ancora durano nonostante l’emigrazione.
Porto scolpito nella mente e nel cuore l’incontro tra questo signore e il suo compagno di scuola musulmano dopo più di cinquant’anni: una intesa, una complicità e un affetto profondi che trapelavano dai loro gesti, dalle loro parole. L’amico musulmano, tra le lacrime, continuava a ripetere al suo amico ebreo: “Perché te ne sei andato, questa è casa tua…Non lontano dalla sinagoga, tra botteghe artigiane e hanout, i tipici piccoli negozi di alimentari marocchini e il profumo intenso proveniente dal caratteristico souk delle spezie, tra balconcini, tipici nelle case dei Mellah e qualche stella di Davide che affiora sui muri, c’è il cimitero ebraico Miaara, il più grande di tutto il Marocco. Le tombe sono ricoperte di calce bianca su cui il sole africano riflette una luce incredibile che, insieme, al silenzio rapisce e avvolge tutto il luogo. In quella distesa di latte spuntano ogni tanto figure, commosse, alla ricerca di un antenato o di un rabbino importante. Convivere, in Marocco, è ritrovare nel proprio codice genetico la presenza dell’altro.

Articolo e foto di Lucia Valori نورة © RIPRODUZIONE RISERVATA

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