Rory Gallagher: “Shadow play” (1978) – di Francesco Picca

Oggi il mio fegato ha detto basta. Che poi, per intenderci, non è nemmeno il mio fegato. E’ proprio un peccato morire di giugno. Mi piace tanto Londra nel mese di giugno. C’è Wimbledon, c’è la parata militare, e ci sono anche le gare di Polo. Da questa finestra, in questi giorni, non ho visto un granché. Ma il verde è stato di un bel verde e i corvi ormai li riconosco, tutti, e ognuno di loro adesso ha un nome. È davvero un gran peccato andarsene a giugno, con un fegato che non è nemmeno il mio. Oggi avrei guardato volentieri una corsa di cavalli, magari una di quelle tirate sino agli ultimi metri, testa a testa, con la lunga attesa del “Photo-Finish”. Avrei voluto aspettare la voce nell’autoparlante, e intanto avrei buttato giù una birra, rigirando il mio biglietto tra le dita. Magari, nell’attesa, avrei fatto il fesso con una signorina con il cappellino verde. Anzi no, giallo. Si, una bella signorina con il cappellino giallo.
Poi le avrei detto che per lei c’era un posto speciale al mio concerto, e che la mia chitarra aveva proprio il suo nome.. ma pensa un po’, che straordinaria coincidenza, il suo stesso nome! Avremmo riso del mio accento irlandese, e dei miei capelli. E poi lei avrebbe riso anche della mia chitarra, tutta graffiata, scartavetrata, scolorita. Si, avremmo riso. Oggi, con questo caldo, avrei potuto suonare all’aperto, con le corde bagnate per l’umidità, e con quel suono un po’ grasso ideale per i pezzi blues. E poi avrei sudato, e corso su e giù per il palco, sorridendo alle signorine in prima fila. È proprio un gran peccato andarsene in giugno. Come ultimo pezzo avrei voluto suonare Shadow play. L’avrei tirata alla lunga con gli assoli. Si, avrei tenuto tutta la gente lì, con me, ancora per otto minuti, o forse anche dieci, come quella volta a Montreux. Tutti lì, insieme a me, a sudare e a cantare, nella notte, mentre le stelle si scontrano.
E poi avrei sorriso a tutte le signorine in prima fila. Si, è davvero un peccato morire in questa notte di giugno, in penombra, in questa pazza notte. Laggiù, nell’angolo, c’è il fodero della mia Stratocaster; è bello vederla, qui con me. Hanno persino provato a rubarmela; ma io l’ho ritrovata. Si, l’ho ritrovata, e da allora non ci siamo più lasciati. E si, mi piacerebbe toccarla ancora una volta la mia Sunburst del 1961, afferrarla, agganciarla alla mia spalla, come una bella signorina, e girare insieme a lei, e danzare, al centro della stanza, e sfiorarla, e amarla ancora un po’. Tre accordi e tre baci. Tre accordi e tre stelle. Ho un pensiero, un pensiero di bambino, anche se ho quarantasette anni. Si, ho il pensiero di correre, libero come un bambino nella notte.

In the flinty light, it’s midnight, and stars collide
Shadows run, in full flight, to run, seek and hide
I’m still not sure what part I play,
in this shadow play, this shadow play
In the half light, on this mad night, I hear a voice in time
Well, I look back, see a half-smile, then it’s gone from sight
Won’t you tell me how I can find my way?
In this shadow play, this shadow play
In this shadow play, this shadow play
Sounds come crashing, and I hear laughing
All those lights just blaze away
I feel a little strange inside
Sounds come crashing, can I hear laughing?
All those lights just blaze away
I feel a little strange inside
A little Dr. Jekyll, a little Mr. Hyde
Thoughts run wild, free as a child, into the night
Across the screen a thin beam, of magic light
Things they just don’t look the same
In this shadow play, this shadow play
Shadow play, shadow play
I can’t run away from this shadow play
Shadow play, shadow play
A little bit of Jekyll, a little Mr. Hyde

©RIPRODUZIONE RISERVATA 

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