Rita Tekeyan: “Green Line” (2021) – di Ignazio Gulotta

«All passengers are invited to prepare their boarding pass boarding pass, boarding pass… To Hell» non c’è che dire, la voce che ci introduce alla prima traccia di “Green Line” (Seahorse Recordings 2021) ha un impatto forte e immediato su chi ascolta. Ma non siamo di fronte a una band di death metal et similia, il disco di Rita Tekeyan affonda le sue radici intanto nella biografia della musicista e cantante e contemporaneamente alza la sua voce forte contro le guerre più o meno assurte alla ribalta della cronaca che tormentano il nostro tempo. E l’inferno è innanzitutto il Libano, la guerra civile, le vite devastate dei bambini, le sofferenze, le atrocità. La Green Line del titolo è la linea di demarcazione che separava i settori di Beirut, città natale di Rita Tekeyan, sancendo il dramma di una città divisa e in fiamme e indicando inoltre uno dei settori più pericolosi della città mediorientale. Se aggiungiamo che lei è di origine armena, popolo che nel corso del secolo scorso ha subito un vero genocidio, comprendiamo quanto il tema affrontato stia a cuore all’artista e quanto affondi nella carne viva della sua vita.
Detto questo, breve ma necessario preambolo per la comprensione del disco che abbiamo davanti, non resta che parlare della musica e delle canzoni in esso contenute.
Intanto siamo davanti a un’opera autoriale, Rita Tekeyan ha scritto tutte le musiche e i testi, ha curato l’artwork comprendente anche le foto di Beirut da lei scattate, e suona il pianoforte, oltre a cantare. Con lei il solo Paolo Messere al basso, chitarre, batteria e synth, oltre alla cura dell’editing. Intanto va segnalato il valore e la qualità dei testi, tutti in inglese: un insieme di ricordi, episodi autobiografici, descrizioni di luoghi della vita quotidiana trasformati e trasfigurati dalla guerra, senso di angoscia, paura, terrore, ma anche di voglia di vivere e non farsi inghiottire dall’orrore quotidiano. Spesso protagonisti sono i più fragili, i più deboli, i bambini a cui la guerra ha rubato l’infanzia, ma che non si rassegnano. Come la bambina di Norah’s Tree che fra le macerie pianta un alberello che con tenacia continuerà a crescere, diventa grande ed è ancora lì da trent’anni come simbolo di speranza e rinascita.
Questo universo complesso, tormentato è reso vivido da una musica e da arrangiamenti mai banali: non siamo davanti a ballate pacifiste, che tendono a sottolineare la tensione emotiva, oscillando dai toni intensi e drammatici a momenti spettrali e dark ma su tutto c’è la bella voce di Rita Tekeyan, che avevo avuto modo di apprezzare in tutt’altro contesto per la sua partecipazione a “Mutter der Erde” (2019) della band psichedelica torinese No Strange. La sua voce da soprano rende perfettamente le inquiete e angosciose atmosfere dei paesaggi desolati e devastati evocati in brani come B.L. Express o Rooftops, o i tormenti interiori, l’ansia di pace e libertà in Norah’s Tree o in DK: qui come in altri momenti, affiora la lezione della canzone classica araba e della sua forza melodrammatica.
Un canto sperimentale, quello di Rita Tekeyan
, aliena da ammiccamenti pop, chè anzi ci sbatte in faccia il racconto di una realtà cruda nella sua violenta assurdità, nella crudeltà che spezza vite innocenti, tessuti sociali, comuntà. Drammi individuali, come la storia di una madre che durante la guerra civile si ostinava a varcare i confini di odio fissati dalle bande armate nella bellissima canzone che dà il titolo all’album, e collettivi, come nella dolorosa rievocazione in Y del genocidio armeno.Green Line” è un album bello e da ascoltare, non solo per l’alto valore della sua accorata denuncia, ma soprattutto per il suo valore musicale e artistico che ci rivela una musicista e cantante dalla grande forza comunicativa e dalla sfaccettata cultura e sensibilità musicale.

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