Rino Gaetano: “Supponiamo un Amore” (1974) – di Cinzia Milite

Lo studio di Sergio era un tempio di ricordi, Sara, la moglie, lo aveva sempre detestato, non ci entrava mai; a riassettare la stanza ci pensava Olga, la signora delle pulizie. A Sara opprimevano le foto alle pareti; decine di ritratti di visi conosciuti, familiari e amici che sembravano scrutarla e rimproverala di aver sprecato la vita a non essere felice. Sergio invece considerava quella stanza, perennemente in penombra per via degli alberi del giardino, il suo “buen retiro”, nel quale da un anno a quella parte vi si era rifugiato sempre più soventemente per scrivere l’ultimo romanzo: “La sua opera migliore”, diceva lui. E ora lei era lì a cercare tracce di quel romanzo tra i fogli sparsi sulla scrivania e tra i file sul computer, ma nulla, non c’era alcun romanzo. Sergio si era impiccato tre giorni prima al lampadario dello studio, lanciandosi nel vuoto dopo essere salito sulla scrivania, senza lasciare nessun biglietto che motivasse l’insano gesto. E del romanzo che stava scrivendo da più di un anno nemmeno un appunto; lo scritto non esisteva, non era mai esistito, ormai per Sara era chiaro. Quando era successo che si erano allontanati così? Quando erano diventati degli estranei lei e il marito? Si chiedeva. Anni addietro si era decisa a lasciarlo, stanca dei suoi silenzi, del suo essere distante; quando lo aveva conosciuto era rimasta affascinata dalla sua malinconia, da quell’aria da scrittore tormentato sottovalutando la sua misantropia.
Con l’andar del tempo l’incapacità del marito di prender parte alla vita attiva e lo scontroso desiderio di solitudine aveva minato la loro unione sino a un punto di rottura. Sara fece per andarsene via di casa, ma lui la trattenne con tante promesse vane. Erano passati molti anni da allora e molti giorni in cui si era illusa che lui sarebbe cambiato, fino a farci l’abitudine, fino a convincersi, forse per codardia, per paura di restare sola, che di meglio non potesse chiedere, perché in fondo lui l’amava.
Il campanello di casa la destò dai suoi pensieri. «Signora Sara, mi dispiace per il signor Sergio, condoglianze» era la vicina di casa, una donna più giovane di lei tutta pelle e ossa.
«Grazie Lucia, mi perdoni se non sono passata da lei… ecco… per Clara dico…»
«Oh, Signora Sara… siamo rimaste sole, io e lei» replicò la donna scoppiando a piangere abbracciandola.
«Mi dispiace… mi dispiace tanto per Clara, speravo che non finisse così…» si rammaricò Sara.
«Dopo la scomparsa, un anno di ricerche vane… ma non avevo perso le speranze, sa una mamma non perde mai le speranze… invece la settimana scorsa…» singhiozzò disperata la vicina.
«Si calmi Lucia, ma venga, non stiamo qui sulla porta entriamo, le offro un caffè o un tè se preferisce, parliamo un po’, le va?», propose Sara. La donna annuì sciogliendosi dall’abbraccio e asciugandosi il viso dalle lacrime.
«Hanno trovato il corpo della mia bambina sepolto in un campo vicino alla cascina abbandonata… quindici anni… aveva tutta la vita davanti la mia Clara.» disse la vicina con gli occhi umidi di pianto, sorseggiando il te.
«Cosa dice la polizia?» domandò con gentilezza Sara, sentendosi vicina al dolore della donna, la compativa, anche per compatire se stessa.
«Cosa dice…non dice niente per ora, la morte risale a un anno fa, devono analizzare il DNA, quelle robe lì. Mi sembra di essere un personaggio di un poliziesco, solo che quello che è capitato alla mia Clara non è un film…»
«Si faccia coraggio Lucia, io le starò accanto, lo prometto» cercò di consolarla Sara.
«Grazie, non sa quanto lo apprezzi signora, siete sempre stati adorabili lei e il signor Sergio con la mia Clara. Ne faceva di baccano con i suoi amici quando si rintanavano nella sua cameretta, ma voi mai una lamentela.» replicò la donna.
«Clara era stupenda, era la primavera fatta persona, la sua risata cristallina che risuonava nel androne del condominio e saliva su per le scale rallegrava chiunque l’ascoltasse, perfino mio marito» commentò Sara sorridendole.
«Sì è vero, lo vedevo come la guardava a volte, con gentilezza e amore, si capiva che avrebbe voluto essere padre, oh mi scusi signora Sara, mi perdoni la prego, io non volevo».
«Non si preoccupi Lucia, tranquilla, va tutto bene, non ha nulla di cui scusarsi e quel che pensa di mio marito forse è vero, non avere figli non è stata una nostra scelta: è andata così, ma non è per quello che, insomma… ecco soffriva di depressione».
«Povero signor Sergio… anch’io voglio starle vicino Sara, ci staremo vicine a vicenda d’ora in poi, va bene?»
«Certo Lucia» rispose Sara accarezzandole il dorso della mano.
Di lì a poco si congedarono e Sara mise di nuovo piede nello studio del marito. La visita di Lucia le aveva fatto nascere la voglia di chiudere definitivamente con il passato.
Desiderava lasciarsi alle spalle i ricordi tristi e in qualche modo quel vivere malsano che aleggiava nella casa, iniziando con il mettere via gli oggetti appartenuti al marito: fotografie, libri, dischi, suppellettili, ogni cosa.
Mentre riponeva i vinili in uno scatolone si soffermò a osservare il trentatré giri di Rino Gaetano, “Ingresso libero”, del 1974. L’immagine della copertina raffigurava una sagoma, quella del cantautore, in movimento, quasi come ad allontanarsi rapidamente da un portone, ma poteva interpretarsi anche come un voler fuggire via da qualcosa per paura o forse per amore, si ritrovò a pensare Sara. Restò, per qualche attimo, indecisa se riporlo nello scatolone: quel disco era uno dei preferiti del marito, lo ascoltava quasi ogni giorno, ma piaceva molto anche a lei. Indugiò con lo sguardo sulla tracklist all’interno della copertina, notando dei segni rossi accanto al brano Supponiamo un amore, forse una minuscola scritta che non riusciva a distinguere a causa della sua presbiopia. Incuriositasi, volle sapere cosa il marito si era preso la briga di annotare sulla copertina, l’uomo si era rinchiuso in un mutismo negli ultimi tempi, non c’era stato verso per Sara di farlo aprire un po’, quella scritta forse avrebbe potuto svelarle qualcosa sul suo stato d’animo. Cercò sulla scrivania gli occhiali che il marito era solito lasciare lì, li inforcò e accanto al titolo della canzone vide un cuoricino rosso e un nome: Clara.

Supponiamo noi due / Un amore nulla più / Supponiamo un amore
Che non voglio che vuoi tu / Sola davanti a un bicchiere
Mi aspetteresti la sera / Supponendo un amore / Che non voglio che vuoi tu?
Supponiamo un mattino / Tu ti alzi e ami me / E che il tempo non passi
Che non vivi senza me / Fra tanta gente diversa / Ritroveresti te stessa
Supponendo che sola / Tu non vivi senza me? / Supponiamo è gia tardi
Devi andare ma non vuoi / Supponiamo che cerchino / Il mio viso gli occhi tuoi
Arrossiresti nel viso / Se mi rubassi un sorriso / Supponendo che in fondo
Ciò che conta siamo noi / Amore, amore / Supponiamo dei giorni a creare ricordi
Amore, amore / Supponiamo un amore una volta soltanto / Un amore che vuoi tu
Supponiamo una stanza / Tu mi aspetti già da un po’ / Il telefono squilla
Dico forse non verrò / Sapresti tacere il dolore / E non portarmi rancore
Supponendo che soffri / Perché amore non ti do / Amore, amore
Supponiamo dei giorni a creare ricordi / Amore, amore
Supponiamo quei giorni a sfogliare ricordi / Amore, amore
Supponiamo un amore una volta soltanto / Un amore che vuoi tu.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: