Reportage: Capo Verde, il paradiso perduto – di Salvatore Di Noia

Febbraio 2005. Ci sono tanti luoghi su questo pianeta dove il tempo non esiste. La vita è immobile, gli attimi scorrono lenti e l’unico suono è il fragore delle onde di un oceano in rivolta. Cielo e mare sono un tutt’uno infinito, come un lungo e forte abbraccio verso l’aldilà. In questi luoghi la vita si inchina al mondo, esattamente come una giornata sull’oceano, rapida, immensa, unica ed inimitabile, irrefrenabile e coesa. Perchè all’oceano non puoi volgere le spalle, mai! In certi luoghi c’è un immenso mare sopra il quale la mente può salpare, sul quale i vascelli del pensiero non sono stati lanciati. Ed è qui che ci si può lasciar trasportare su piccoli lembi di terra, lanciarsi nell’oceano e prendere il largo. Nelle difficoltà si approda su una delle tante isole e lì si troverà rifugio e riparo. C’è così tanto oltre tutto quello che sia mai stato immaginato che vale la pena di aver vissuto in ogni attimo della propria esistenza. E la vita è anche questa, un oceano tempestoso dai riflessi argentati i cui colori mutano a seconda della prospettiva, un superbo parallasse, un’immensità avvolta nel silenzio e nella solitudine.
Capo Verde rappresenta proprio uno di quei luoghi remoti che il mare di tutti i mari, l’Oceano, ha deciso di accogliere e tenere con sè. Un arcipelago di dieci isole di origine vulcanica, situato a circa 500 chilometri dalle coste senegalesi nell’Atlantico settentrionale, al largo dell’Africa occidentale. Capo Verde prende il nome da Cap-Vert, nell’odierno Senegal, il punto più occidentale dell’Africa continentale. Lo stato di Capo Verde, una miscela di colori, cultura e sapori dei Paesi vicini che serba ancora il ricordo del periodo coloniale portoghese, è battuto dai venti alisei che regolari e costanti arrivano dal continente africano, suddividendo così l’arcipelago in due raggruppamenti principali: le Ilhas do Barlavento a nord e le Ilhas do Sotavento a sud. Tra le isole di Sopravento, l’Ilha do Sal, quella più facilmente raggiungibile dall’Europa, è assopita tra dune modellate dagli alisei ed il suono incessante del mare. I colori vivaci la rendono splendida sotto un sole accecante che si specchia sui tetti di lamiera delle baracche spalmate a dismisura intorno ai luccicanti villaggi turistici del popolo d’occidente.
Colori, vento, mare, sole, sale, silenzio, bambini e favelas. Capo Verde possiamo riassumerla così. E poi c’è la musica di Cesària Evora, quella della voce di Capo Verde che meglio di chiunque è riuscita a narrare la storia di povertà, lotta contro il colonialismo, emancipazione; un geniale talento artistico che ha mantenuto indissolubile il legame col suo popolo e le sue tradizioni. Impossibile scindere la cantante dei bar di Mindelo dalla storia dell’arcipelago africano. La voce della Morna, è stata la prima donna africana a vendere così tanti dischi nel mondo. Innalzata al rango di ambasciatrice di Capo Verde, quella che la stampa internazionale ha soprannominato “la diva a piedi nudi”, è sempre rimasta se stessa, unica, una donna del popolo di Mindelo, la città principale dell’isola di São Vicente, per lungo tempo dedita al commercio portuale sotto il dominio delle compagnie carboniere inglesi. La Mindelo capoverdiana, indissolubilmente legata alla Nazarè portoghese e alla Douarnenez bretone, luoghi del cuore e del dolore dove le mogli hanno sempre aspettato davanti al mare, osservando le onde, scrutando l’orizzonte in attesa del ritorno delle barche multicolori dei loro mariti.
Capo Verde, scoperta dai portoghesi ancora disabitata e divenuta presto una donna da rendere fertile per la posizione geografica preziosa, sulla rotta dell’Africa nera e su quella delle Indie e del Brasile e più spesso sfruttata per il commercio di schiavi e delle materie prime. Un po’ come la vita di Cesària Evora, diversa dalle donne di Capo Verde per la grazia divina di una voce unica, per la sua estrema sensibilità alla poesia e il suo modo di vivere e di frequentare i margini. I suoi canti popolari hanno accompagnato passo dopo passo la storia di questo Paese occupato dal Portogallo per più di cinquecento anni, raccontando la vita delle persone e i loro sentimenti profondi. La Morna, quella musica viaggiante che unisce fado portoghese e samba brasiliano, raramente drammatica ma ricca di tenerezza, dolcezza e tristezza fino alle lacrime. Le stesse che il popolo capoverdiano a partire dalla fine degli anni Sessanta ha versato durante la lotta per l’indipendenza battendosi contro la terribile polizia politica del regime salazarista. A Capo Verde, in quegli anni le serenate della vita popolare erano vietate e i gruppi di musicisti perseguitati. La censura richiedeva che l’elenco di musicisti e delle canzoni venissero forniti in anticipo.
Oggi nella Favelas di Espargos alcuni sbiaditi graffiti ricordano quei tempi ormai lontani. Una lunga distesa di povertà e miseria, odori nauseabondi e mosche in cui decine di bambini curiosi e sorridenti che vivono ai margini del mondo, bramano e fanno a spintoni per accaparrarsi le poche caramelle in nostro possesso, le matite, i pennarelli e le magliette che abbiamo gelosamente custodito nei nostri bagagli a mano. Capo Verde, per la scoperta di sè e degli altri, per capire che chi meno ha più felice è, per comprendere nuove culture, scoprire nuovi sapori e lingue diverse, un vagabondare con gli occhi lucidi ed il cuore in mano, un pellegrinaggio per crescere come persona migliore. Dove conta l’essere e non l’apparire dove i ricordi bussano nel petto. Capo Verde che lascia incisi sulla pelle i sorrisi dei bambini senza mutande, col moccio ed il sorriso. Un posto senza pregiudizi, luoghi comuni o cose per sentito dire, in cui tocchi con mano le realtà di tutto un popolo. Un regalo prezioso di emozioni, ricordi indelebili dove la povertà si tramuta in ricchezza, vera ricchezza, ricchezza di cuore. Obrigado!

Foto e articolo di Salvatore Di Noia©
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