Reportage: Bobby Sands e i muri di Belfast – di Salvatore Di Noia

Belfast, raccontata innumerevoli volte in brani più o meno famosi è per chi l’ha vissuta nei suoi cupi meandri, il centro del mondo, una scuola esistenziale da cui saper trarre insegnamento. Una città unica nel suo genere, dove una semplice maglietta può fare la differenza. Ho visto la città evolversi e trasformarsi in questi ultimi venticinque anni, ma se la guardi da lontano è sempre la stessa, assopita in quella dolce pianura scoscesa e sorretta da quei monti guardiani che non le volgono mai le spalle. Belfast è un po’ come l’oceano, a cui non puoi mai voltare le spalle. Perchè in questa città si è consumata parte della storia del mondo. Un mondo fatto di bandiere inglesi ed irlandesi, gonfaloni paramilitari lealisti e repubblicani, murales inneggianti ai martiri di un conflitto ancora troppo presente, graffiti in ricordo dei bambini uccisi dai proiettili di plastica sparati dall’esercito britannico nelle strade insanguinate dei ghetti cattolico-repubblicani, memoriali in ricordo delle vittime civili e dei volontari caduti in battaglia, pub cattolici e bar lealisti, magliette del Celtic e sciarpe dei Rangers, taxi neri e cab granata. Belfast è per molti West Belfast ancora oggi separata da una peaceline che tradisce ed offende ma che nel contempo rende sicuri i residenti che vi abitano a ridosso. Belfast è per altri East Belfast, dove il lealismo la fa da padrone ed in cui una massa di circa centomila residenti fedeli alla Regina, schiaccia un piccolo quartiere cattolico, Short Strand, con a malapena tremila residenti rinchiusi da una recinzione permanente in loro difesa.
Belfast è anche North Belfast una delle zone più critiche ancora oggi, dove i muri spesso non bastano a garantire la pace tra due comunità costantemente avverse e cariche di odio reciproco. Qui si entra e si esce da un quartiere e ci si accorge di essere in una zona cattolica o protestante soltanto dal tono dei murales o dal colore delle bandiere che sventolano un po’ sdrucite dai lampioni arrugginiti. Belfast è South Belfast, il cui lasciapassare verso la zona universitaria è garantito dal quartiere di Sandy Row e dai paramiliari con passamontagna che su un murales ti danno il benvenuto nell’enclave lealista, cuore dei falò orangisti del 12 luglio.
A Belfast sotto i lampioni e su ogni muro spiccano ancora le scritte IRA, INLA, UVF, UFF. È come una specie di diario, in cui in una calligrafia sgangherata i muri crepati e sbiaditi raccontano le vicende e gli odi della città. “Qui terre a guerre, sembrano dire. Ricordo perfettamente il lontano 1995, quando la città era assediata dalle pattuglie dell’esercito inglese, dai check-point, dai cancelli posti all’ingresso ed all’uscita di ogni quartiere. Ricordo esattamente i due tricolori della discordia, sparsi in tutta la città, sui marciapiedi, davanti ai portoni ed addirittura sui semafori. In ogni angolo di strada, avvolti in carta trasparente, sorgevano piccoli giardini artificiali, fiori ancora freschi dai colori vivaci, oppure avvizziti e spenti.
Ogni passeggiata in città era cadenzata dal susseguirsi di quei mazzi posati dagli abitanti di Belfast là dove erano stati uccisi i loro concittadini. Quando i petali erano ormai secchi, ci si domandava chi era morto in quel punto e non si riusciva mai a ricordarlo. Oggi tutta quell’improvvisazione, quel grigiore, quella ruggine sulle inferriate, il muschio sui muri delle abitazioni fradicie di pioggia, l’elicottero dell’esercito che sorvolata i ghetti cattolici, le imponenti caserme della polizia, e tutto quell’armamentario di struggente oppressione si sono trasformati in un museo a cielo aperto in cui trovano spazio i ricordi e la storia del tempo che fu. Le abitazioni fatiscenti hanno lasciato spazio a moderne case. I vecchi condomini popolari sono stati abbattuti, le strade asfaltate, molti murales e graffiti sono solo un ricordo fotografico, tante bandiere solo volate via nel vento. Non ci sono più vetri rotti e nemmeno macchine abbandonate… i joyrider di Belfast sono andati in pensione.
Ma se conosci Belfast sai bene che solo in piena notte la città sembra un tutt’uno organico. Solo quando i suoi abitanti dormono puoi considerarla una città come tutte le altre. Perchè di notte le sue strade odorano di vecchio e di fatica e l’aria gronda di rimpianti e di desideri. Il tempo non si ferma mai. La città sente il peso degli anni, per quanto incantata e sfavillante che sia e Belfast non usa molti giri di parole. Le bandiere, le scritte sui muri e i fiori sui marciapiedi parlano chiaro. È una città in cui la gente è stata sempre pronta ad uccidere e morire per pochi brandelli di stoffa colorata.
Falls, Shankill, Ballymurphy, Ardoyne, Newtonards, Short Strand, Sandy Row, sono attraversate dalle tracce viventi delle migliaia di morti che hanno impregnato i marciapiedi, i mattoni, le porte e i giardini di questa città. Dovreste fermarvi una notte in Turf Lodge e, mentre il vento vi sferza il viso, guardare la città dall’alto ed ascoltare immobili, in estasi, le voci di un passato sconosciuto. Allora non riuscirete più a staccarvi questa città di dosso perchè in ogni angolo le strade, come le luci nella casa dei vicini, raccontano di gesti, desideri, sofferenze, ricordi. Ma più di tutto sono i muri che parlano, i muri delle case ed i muri dei pub, i muri di separazione di cemento ed i muri di metallo, i muretti con i graffiti ed i muri di filo spinato. Belfast è tutto un muro e dove ci sono i muri ci sono i murales. E dove ci sono i murales c’è Bobby Sands, il simbolo dei repubblicani d’Irlanda, colui che scriveva le poesie tra le sbarre di Long Kesh lasciando volar via la mente dei compagni di lotta nei duri anni degli scioperi delle coperte (
blanket protest) prima e della fame (hunger strike) poi. Colui che ritratto con quel maglione rosso ha sempre sorriso ai passanti di Falls Road e, nonostante le intemperie del tempo, quel murales è sempre lì al suo posto, così come il comandante in capo dei prigionieri nel carcere di Long Kesh, luogo tetro che gli destinò la gloria per l’eternità in quel lontano 5 maggio del 1981, dopo 66 giorni di sciopero della fame.
Porto con me i ricordi indelebili di quel carcere che ebbi l’onore di visitare molti anni fa. Custodisco le forme e i dettagli di quel letto di morte dove uno scheletro di pochi chili disse addio alla sua Belfast e ne faccio tesoro per i giorni a venire. Perchè c’è qualcosa di magico in istanti simili, qualcosa di prodigioso e impalpabile che potrebbe svanire in fretta. Ed allora ogni volta che penso a Belfast mi sento in presenza di qualcosa più grande di me. Ogni volta mi ricordo di Bik (Brendan McFarlane) a cui Bobby Sands cedette il comando dei detenuti non appena iniziò il suo sciopero della fame, e di quella notte stellata tra i sonnecchianti mormorii di mezzo milione di persone uniti in una musica sublime. E noi quella sera, girovagando in auto per le strade di Belfast, riuscivamo davvero a sentirle quelle note e ci toccarono il cuore. Una città deserta alle quattro del mattino che poteva raccontare tutto quanto si può imparare su questa terra. Notti simili, simili figure e simili città sono il centro, il fulcro, il cardine attorno al quale ruota la nostra vita. Ed oggi 5 maggio 2021 voltando un poco lo sguardo lungo il perimetro del tempo, mi volto indietro di quarant’anni e vedo sempre le strade di quei ghetti in cui palpitano migliaia di anime e splende quel murales del ragazzo col maglione rosso consegnato alla storia. Perchè a Belfast c’è solo un tempo, il presente, e ogni strada si chiama Bobby Sands Street

Foto e articolo di Salvatore Di Noia©
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