Ray Wylie Hubbard: “Co-Starring” (2020) – di Trex Willer

74 anni a novembre e 17 dischi alle spalle – escluso questo “Co-Starring” (2020) –  Ray Wylie Hubbard nella sua terra adottiva, il Texas (lui nativo dell’Oklahoma) è qualcosa più di una leggenda vivente ma il suo successo purtroppo non è mai stato pari a quello che avrebbe meritato. Negli Stati Uniti e nel resto del mondo il suo è ancora un nome per cultori e appassionati, mentre la sua abilità di autore sopraffino e performer tagliente, gli sarebbero dovuti valere una considerazione maggiore da parte del grande pubblico. Uno degli originali del movimento outlaw country della metà degli anni 70, negli anni ha dato alla sua musica più connotazioni, ora country ora blues ora folk ora rock, un susseguirsi di stili e ritorni che, assieme alla sua voce particolare da narratore più che da cantante, gli ha conferito questa aura di artista di culto, mai al top ma sempre nei pensieri degli artisti che non perdono occasione per citarlo o celebrarlo. E lui non perde occasione a sua volta per lanciare, aiutare o produrre giovani artisti meritevoli, un do ut des che è il prologo di questo splendido disco.
Co-Starring” è quasi un riassunto di una carriera fantastica mai vissuta da protagonista, collaborando o aiutando artisti più o meno famosi come in questo lavoro. Per capirne la qualità musicale e delle collaborazione basta ascoltare l’iniziale Bad Trick, un fantastico country rock oscillante in una palude della Louisiana suonato e cantato assieme a uno strambo quartetto composto da Ringo Starr (batterista dei Beatles), Joe Walsh (chitarrista già negli Eagles), Chris Robinson (apprezzato cantante dei Black Crowes) e il produttore country Don Was. Un brano che basterebbe da solo a giustificarne acquisto e ascolto, uno dei migliori brani di questo terribile 2020. La successiva Rock God è una dedica al compianto Tom Petty, una ballata molto rock oriented impreziosita dalla graffiante chitarra di Aaron Lee Tasjan. La voce di Ray Wylie non è potente, non è elegante ma è il pezzo mancante al puzzle che è la sua musica, non ci starebbe bene nessun altro tono. Menzione per l’assolo del giovane Tasjan, intenso e di qualità. Il groove southern del gruppo dei Cadillac Three è la colonna portante di Fast Left Hand, le svisate di chitarra fendono l’aria e quasi si sfiora l’hard rock alla Satriani, la band di Nashville che non ha mai convinto del tutto con dischi un po’ troppo commerciali qui lascia l’impressione che il talento dei tre, saggiamente guidato, potrebbe dare soddisfazioni.
Altra dedica ad un grande musicista in Mississippi John Hurt, uno dei grandi del blues a stelle e strisce, con la bellissima e intensa voce di Pam Tillis a impreziosire una ballata blues molto solare che il cantato originale di Hubbard rendono unica. Anche la chitarra del Nostro non è da meno e il suo pizzicare le corde è emozione pura. La più texana del lotto è Drink Till I See Double, un country dal sapore vagamente outlaw eseguita con l’aiuto della figlia di Willie Nelson (altra leggenda texana), Paula ed Elizabeth Cook. Lasciamo i lidi country e approdiamo al genere del titolo della canzone, R.O.C.K., assieme alla rock band Tyler Bryant & The Shakedown. Un brano dal riff tagliente con le chitarre in evidenza, pane per i denti affamati di questi ragazzi di Nashville, anche qui si sfiora l’hard rock per poi approdare alla più bella di queste dieci canzoni, cioè Outlaw Blood. Il titolo è esplicativo di ciò che ci aspetta e cioè un brano outlaw country come si deve, mandolino chitarra e la fantastica voce di Ashley McBryde a completare un ensemble perfetto. La giovane country-woman pare la versione femminile di Ray e il brano è un piccolo gioiello.
La successiva Rattlesnake Shakin’ Woman è un trascinato blues paludoso con Hubbard all’ennesima potenza e la partecipazione delle sorelle che si fanno chiamare Larkin Poe non aggiunge molto ad un brano che già la chitarra e la voce del texano acquisito rendono perfetto. Il disco si chiude con altri due gioielli che Hubbard regala a un pubblico che speriamo diventi sempre più numeroso perché lo merita decisamente: Hummingbird, una ballata dal sapore bluegrass che si avvale appunto di uno dei musicisti più apprezzati del genere, Peter Rowan, e la finale The Messenger, assieme ancora a Pam Tillis accompagnati dal grande country-man Ronnie Dunn, una delicata cavalcata dal sapore western, quel polveroso country texano che Ray Wylie Hubbard può dire con orgoglio di aver aiutato a crescere ed essere quello che è oggi.
Un cantastorie di quelli che meriterebbero successo planetario, di quelli che ogni amante della musica di qualità dovrebbe conoscere e ascoltare… ecco, questo oggi è il buon Hubbard, una leggenda che ha influenzato e influenzerà la musica e la vita di migliaia di musicisti e addetti ai lavori, uno indipendente e che ha sempre fatto quello che si sentiva, senza piegarsi mai ai dettami della musica commerciale. Se volete conoscerlo meglio e non sapete quale scegliere dei suoi 18 dischi, cominciate da quello che reputo uno dei più belli (scelta comunque ardua) e cioè “Delirium Tremolosdel 2005: ascoltate Dust of The Chase e cavalcate con lui nel vecchio West, fra la polvere e una partita a poker… se avete amato il compianto Ennio Morricone non potrete che apprezzare l’affresco. Buon ascolto.

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