Radiodervish: “L’esigenza” (2002) – di Marina Marino

La chiamarono Alba, senza troppa fantasia, al suo primo respiro si fuse il sospiro di sollievo stanco di sua madre che, dal cuscino, vide le striature di perla e di rosa di un nuovo giorno. Alba era una neonata bellissima, una bimbotta dai capelli scuri e gli occhi profondi. La suora la portò via, come previsto, la mamma la riconobbe, le diede il cognome. Il padre forse era il cugino, forse un marinaio, quella passata era stata un’estate scomposta e felice. Due giorni dopo partì, ancora con il sangue del puerperio e il seno fasciato per bloccare il latte, una nuova vita, avrebbe chiesto notizie di quella figlia intravista fino alla morte, l’avrebbe ricordata nel testamento, ma ora esce dalla storia. “Bella in fasce, brutta in piazza”, recita il vecchio adagio, e Alba sembra si impegnasse per dargli credito. All’orfanatrofio non la sceglievano mai, troppo alta, sgraziata, impertinente. Studiava, era diligente, ma le suore avevano perso le speranze quando a quattordici anni giunse una coppia, si dichiararono zii o forse nonni, il cognome corrispondeva, volevano Alba per grazia ricevuta, lui era guarito da quello che allora si chiamava “brutto male“, lo aveva promesso alla Madonna di Pompei, Alba partì.
I nuovi genitori erano anziani e stanchi, ma alla ragazzina non mancò una stanza, il cibo, e finì le scuole, un diploma che le permise un impiego alle Poste. Viveva in famiglia, giorni tutti uguali, casa e ufficio, il tempo la rese amara ma, diciamolo, dolce non era stata mai. Del sesso conosceva i giochi di una vecchia suora, da bambina e, da adolescente, qualche malinconico assalto del suo nuovo padre. Anni di timbri, carte, lettere, dai colleghi, tutti sposati, come molte donne infelici e non belle era considerata una scopata facile, da stanzette umide o sedili ribaltabili. Il giorno dopo la salutavano con imbarazzo, poi anche quello sparì. Alba non credeva di meritare di meglio o di più, aveva un’indole insospettabilmente calda e poi, morto il padre, la Madonna di Pompei si era distratta, era diventata la badante della madre, ammanettata al suo letto da inferma di mali veri o immaginari, la gratitudine come obbligo, nessun punto di fuga visibile. Alba non si accorse mai della devozione del suo collega, il rag. Caputo, che avrebbe baciato i suoi passi, ma si limitava a sguardi adoranti di timido senza parole. Questa è anche una storia di amori mancati e silenzi fraintesi. Sua madre la amava da lontano, Caputo da vicino, Alba non era un’aquila e non lo seppe mai. A questo punto entro io.
Abito in un palazzo che ricorda oltre tre secoli, incontrai Alba sulle scale, fui contenta che in Italiano esistesse l’aggettivo “segaligna”. Troppo alta, troppo magra, vestita con punitivi abiti scuri, un brutto taglio di capelli, mi dimostrò una gentilezza rara. Era all’ufficio vicino, reparto pacchi, mi trovava simpatica, mi favoriva quando poteva. Dall’uscio di casa sua si sentivano le urla della madre, mai vista, immaginavo scene alla “Psyco“, Alba, vicina ai sessanta e alla perdita di ogni speranza o sogno, se mai ne avesse avuti, sembrava non aver via d’uscita. La morte lo è quasi sempre. Per cause naturali o no, nessuno indagò, le urla cessarono, la vecchia zia-madre-nonna, morì. I vicini si risentirono, da allora di notte si sentivano passi, rumori di bagno, pensarono fosse pazza o depressa (guardiamo sempre oltre, per favore) Io, ahimè, riconobbi subito i segni di un’insonnia feroce, non domabile chimicamente. Alba era ricca, o quasi, proprietaria dell’appartamento più bello e ampio del palazzo, quello che guarda il mare, di alcuni poderi nel beneventano e di un piccolo lascito della mamma. Come conobbe Osman non è dato saperlo. Lo conobbe e con lui Alba fiorì, fruttò. Una vendemmia fuori tempo. Lui era bello, un crogiuolo di etnie, sembrava immerso nell’oro di paesi immaginari, immaginati.
Nell’ascensore una volta sentii il testosterone che addensava l’aria. E fui felice per lei, che pian piano cambiò, ingrassò, come se il suo corpo si espandesse per contenere tanta gioia, non si copriva più, si vestiva con tuniche di seta cangiante, capelli lilla o albicocca. E un sorriso nuovo. Lui non credo avesse più di trentacinque anni e non sembrava poterle stare lontano. Amore? Qualche anno fa avrei detto sì, ora credo in un onesto do ut des, ma in fondo che ne so, che ne sappiamo, tutti. Rinfrescarono la casa, non ci sono mai entrata, dall’esterno immaginavo tendine impalpabili appena mosse da un vento benevolo, giardini terrazzati, chioccolio di fontane, profumi di fiori sconosciuti e carnosi e di cibi mai assaggiati, piccoli angoli fatti per essere felici, come un’alba continua. ”E chiamai disordine, quelle armonie in me, credevo alle abitudini”, sì, ora c’era musica. Dopo cinque anni partirono, di loro non si seppe più nulla, ora in quella casa c’è un bed and breakfast. Non penso spesso ad Alba, quando lo faccio mi sento dentro un soffio di dolcezza, di speranza, di bello. Anche, lo ammetto, di una malinconia sulla cui origine non mi curo di indagare.

L’esigenza di unirmi ogni volta con te / E ogni volta mostrare la mia vanità
Come dolce follia / S’interessa di me  / Ma se è amore perdonami
Perché unendo divido anche il mondo a metà / Forse è un angelo che si diverte così
Miele nel vino tu sei / Piccola venere / L’indifferenza ti fa /Altissima
E chiamai disordine / Quelle armonie in me / Credevo all’abitudine
Le parole amore mio / Serviranno a fingere / Che voglia non ho più di te
I discorsi che faccio quando sto con me / Sono esempi perfetti di banalità
Se non parlo con te / Se non parlo di te / Ogni istante decidere
Ma il mio corpo è imperfetto e non basta più a sé / E’ una sete che so
Non mi lascerà più / Miele nel vino tu sei / Piccola venere
L’indifferenza ti fa Altissima / E chiamai disordine / Quelle armonie in me
Credevo all’abitudine / Le parole amore mio / Serviranno a fingere
Che voglia non ho più di te / Di te.

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