Quicksilver Messenger Service – di Maurizio Garatti

La musica rock è piena zeppa di storie che vale la pena raccontare. Storie di grandi band, di grandi album e anche di grandi tragedie. La cultura rock ha contribuito in modo incisivo a creare la coscienza popolare degli anni 60 e 70, tanto che ancora oggi il retaggio di quell’esperienza aleggia su di noi. Storie dicevamo, assolutamente da scoprire… poi ci sono le leggende. Leggende fatte però di vicende vere, che vanno oltre la storia e sono punti fermi dell’universo musicale conosciuto. Non riguardano necessariamente gruppi molto famosi anzi, spesso ci parlano di fatti annidati in nicchie nascoste, ma hanno il fascino del tempo passato, delle cose perdute. Una di queste leggende riguarda i Quicksilver Messenger Service, forse la meno considerata tra le band che hanno creato il mito della Bay Area. La loro è una vicenda davvero affascinante fatta di grandi album, grandi concerti e anche tutta una serie di peripezie che ne hanno fatto appunto una leggenda.
Il gruppo si forma a metà degli anni 60, quando John Cipollina decide di riunire alcuni musicisti per accompagnare il folk singer Dino Valenti, personaggio decisamente eccentrico e variopinto. Ma Dino è egocentrico, sempre impegnato a inseguire il proprio io e, tra l’altro, è in prigione a scontare una condanna per possesso di marjuana. Così la band finisce per girare proponendo la sua personalissima rilettura di classici blues e rock. Erano solo cover ma fatte con una personalità del tutto particolare, dovuta alla perfetta alchimia scaturita naturalmente tra i vari musicisti, sezione ritmica molto solida e chitarre che si integrano alla perfezione sferzando i brani con incredibile energia. Comunque c’è grande confusione per ciò che riguarda l’origine della band, a tal proposito abbiamo diverse versioni contrastanti: Cipollina ha sempre dichiarato che era stato Dino Valenti a organizzare il gruppo. Dino racconta. “Avremmo tutti avuto chitarre wireless. Avremmo dovuto realizzare giacche di pelle con ganci a cui agganciare direttamente questi strumenti wireless. E avremmo avuto queste ragazze, sezioni ritmiche di backup che si sarebbero vestite come indiani d’America con indosso veri e piccoli abiti corti e avrebbero avuto tamburelli e i battagli dei tamburelli sarebbero stati monete d’argento“. Ma il giorno successivo Valenti fu arrestato per possesso di marijuana e trascorse la maggior parte dei due anni successivi in ​prigione.
Secondo Gary Duncan però, le cose andarono diversamente: “Questa è la storia che Cipollina ha raccontato a tutti. Ma secondo Dino non era affatto così. Quando stava cercando una band aveva parlato con Cipollina e tutti in qualche modo hanno messo insieme due più due. In realtà ha vissuto con noi quando è uscito di prigione e mentre suonavamo insieme un po’ di musica e scrivevamo canzoni non aveva alcun interesse a suonare con i Quicksilver, voleva iniziare la sua carriera come folk singer ma, visto che le cose non andavano come avrebbe voluto, riprese i contatti con la band“. Con Dino in prigione viene reclutato David Frieberg, che in precedenza aveva suonato in una band con Paul Kantner e David Crosby ma, come Cipollina, era stato arrestato e incarcerato per un breve periodo per possesso di marijuana ed era appena stato rilasciato. “Dovevamo prenderci cura di questo Freiberg“, ha ricordato Cipollina e, sebbene non si fossero mai incontrati prima, Freiberg entrò a far parte del gruppo. Alla band si aggrega anche Skip Spence alla chitarra e, con questa formazione ancora embrionale, inizia a provare al club di Marty Balin, il Matrix.
Balin però era alla ricerca di un batterista per la band che stava creando (quella che poi diede origine ai Jefferson Airplane) e convinse Spence a cambiare strumento e gruppo. Per cercare di compensare in qualche modo questo scippo, Balin suggerì di contattare il batterista Greg Elmore e il chitarrista-cantante Gary Duncan, che avevano suonato insieme in un gruppo chiamato The Brogues. Era una band senza nome, ricorda Cipollina: “Sono stati Jim Murray e David Freiberg a trovare quello giusto. Io e Freiberg siamo nati lo stesso giorno, Gary e Greg anche, eravamo tutti Vergine e Murray era un Gemelli, e Vergine e Gemelli sono tutti governati dal pianeta Mercurio. Ora, Mercury è anche chiamato Quicksilver, e Quicksilver è il nome del Messaggero degli Dei, quindi alla fine Freiberg disse semplicemente: Quicksilver Messenger Service è perfetto“. E questo è quanto. Jim Murray però lascia il gruppo non molto tempo dopo il Monterey International Pop Festival nel giugno 1967 e la band inizia un periodo fatto di estenuanti tour sulla costa occidentale degli Stati Uniti, costruendosi un solido seguito grazie alle fenomenali esibizioni all’Avalon Ballroom e al Fillmore West.
Dopo una lunga contrattazione il gruppo firma un contratto con la Capitol Records alla fine del 1967, diventando l’ultima delle band di San Francisco di alto livello a unirsi a una major. La Capitol era l’unica compagnia che non aveva in catalogo una band “hippie” di San Francisco e, di conseguenza, i Quicksilver Messenger Service sono stati in grado di negoziare un accordo migliore di molti dei loro colleghi. “Quicksilver Messenger Service” (il loro omonimo album di debutto) esce nel 1968, seguito da “Happy Trails“, pubblicato all’inizio del 1969 e registrato in gran parte dal vivo al Fillmore East e al Fillmore West. Come la maggior parte degli album dal vivo dell’epoca, “Happy Trails” fa ampio uso di sovraincisioni in studio e le ultime due canzoni vengono registrate interamente al chiuso, ma ciò non mina minimamente la qualità di uno dei live più importanti di quel periodo. Questi album, che sono stati salutati come due dei migliori esempi del suono di San Francisco allo stato puro, enfatizzano arrangiamenti estesi e un’improvvisazione fluida con le due chitarre a dettare legge: lo stile di chitarra solista altamente melodico e individualistico di Cipollina, combinato con la scala minore di Gary Duncan, produce un netto e notevole contrasto con il suono fortemente amplificato e overdrive di contemporanei come Cream e Jimi Hendrix, creando il tipico sound della prima fase del gruppo. Duncan purtroppo lascia non molto tempo dopo la registrazione di “Happy Trails“: secondo David Freiberg ciò è dovuto ai suoi crescenti problemi con oppiacei e anfetamine.
Le sue esibizioni di “addio” sono le registrazioni in studio che finiscono su “Happy Trails” e la sua ultima esibizione dal vivo con la band è quella di Capodanno del 1969. È lo stesso Duncan a precisare, diciotto anni dopo: “Beh, mettiamola così, alla fine del 1968 ero piuttosto esausto. Eravamo in viaggio, davvero, la prima volta nella nostra vita. Me ne sono andato solo per un anno. Non volevo assolutamente avere niente a che fare con la musica. E sono partito per un anno e ho guidato le motociclette e ho vissuto a New York e L.A. e sono impazzito per circa un anno“. Freiberg a tal proposito dichiarò che la partenza di Duncan ha scosse in modo esponenziale il nucleo della band: “Duncan era l’uomo ‘motore’ che, semplicemente, senza di lui smise di funzionare“. E qui finisce la prima epica fase di uno dei gruppi più acidi ed entusiasmanti di quel periodo: per il loro album seguente (“Shady Grove” del 1969), Duncan viene sostituito dal tastierista inglese Nicky Hopkins, che aveva suonato in decine di album e singoli di successo di artisti come Kinks, Rolling Stones, Beatles, The Who, il Jeff Beck Group. Il virtuoso boogie del pianoforte di Hopkins domina l’album, conferendogli un suono unico che fa di questo disco una delle pietre miliari della discografia della band, ma decisamente assai lontano dal furore lisergico del primo periodo. Il rientro di Gary Duncan e Dino Valenti è la logica conclusione e il gruppo si trova a essere un sestetto a tutti gli effetti: i due album successivi, “Just for Love” e “What About Me“, vengono registrati simultaneamente alle Hawaii. Molto di “What About Me” è stato registrato alla Pacific High Recording di San Francisco. La voce di Valenti è davvero molto bella e i dischi contengono alcune gemme, come del resto anche quelli seguenti (pochi in realtà), ma se volete immergervi nella psichedelia lisergica, acida e completamente free della seconda metà dei 60, allora recuperate le loro incisioni di quel periodo: sono in assoluto il top della band, con buona pace di Dino Valenti.

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Un pensiero su “Quicksilver Messenger Service – di Maurizio Garatti

  • Febbraio 20, 2016 in 10:25 pm
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    Furono la terza gamba della Bay Area dopo i Jefferson e i Grateful. Indimenticabili.

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