Quatermass: “Quatermass” (1970) – di Maurizio Fierro

Ce lo si può immaginare, Pete Robinson, da bambino, incollato allo schermo della tv intento a seguire le avventure di Reginald Tate nei panni del professor Quatermass (personaggio nato nel 1953 dalla fantasia dello sceneggiatore Thomas Nigel Kneale). Ce lo si può immaginare fantasticare di viaggi nello spazio, di mirabolanti astronavi e di presenze aliene sulla Terra, ascoltando le note della suite orchestrale “I Pianeti” di Gustav Holst, in quella che fu la prima serie sci-fi televisiva (“The Quatermass Experiment“, 1953). trasmessa dalla BBC nel Regno Unito, la patria delle science fiction (“Doctor Who”, “The Prisoner”, “The Avangers”, “UFO” fra le altre). E ce lo si può immaginare anni dopo, nella nascente scena progressista inglese, cercare di sublimare attraverso l’utilizzo dell’organo e del pianoforte (di cui nel frattempo è diventato un virtuoso) quegli aneliti alla fuga, all’incontro fra gli spazi celesti del macrocosmo con il grigio microcosmo della quotidianità.
Elegiache divagazioni astrali? Un modo per dimenticare i fallimenti delle utopie libertarie? Oppure semplicemente l’altra faccia dell’impegno politico, quello più introspettivo? Già, perché la crescente attenzione ai contenuti, all’estensione sinfonica classicheggiante, magari ispirata alla letteratura (specie di derivazione romantica e gotica), ai tempi dilatati dell’ascolto concentrato e solitario di suite e album concettuali infarciti di divagazioni virtuosistiche, con tastiere elettroniche, moog e sintetizzatori spesso a sostituire il simbolo del rock&roll, la chitarra, è la cifra del cambiamento indotto dalla scena progressista, un cambiamento profondo vissuto nel Regno Unito alla fine dei Sixties non nel segno del movimentismo ma in quello di un ripiegamento intimista, quasi che la rivalsa sociale nel segno del rock debba possedere contaminazionialte”, per essere notata e apprezzata.
E se come dice Kantorlo spazio della vita dimora accanto a quello dell’arte“, allora l’afflato musicale progressista è quanto di più indicato per comporre la colonna sonora di una generazione che cerca di dare un senso differente alla realtà che la circonda. Non che tutto il “prog” sia una cornucopia di delizie assortite, una magia capace di trasformare in carrozze dorate anche la più bislacca delle zucche. Ma accanto a certo sentimentalismo mieloso, a ingenue ricerche estetizzanti e a seriosi tentativi gravati da accademiche maestrie performanti, non mancano segni di raffinata discontinuità, destinati a tracciare un solco nel terreno fertile della musica rock. Dei piccoli esperimenti alieni, verrebbe da dire. La posta in gioco è elevata, e allora le band tentano di trovare il giusto bilanciamento fra realtà e mondo onirico, fra il fumo e l’arrosto, alla ricerca della “tazza di tè perfetta“, come dicono i britannici.
Alcuni gruppi ci riescono, e i Quatermass sono fra questi. Il loro classico triangolo progressista tastiera, basso, batteria (Pete Robinson, John Gustafson, Mike Underwood) trova nell’unico lp omonimo uscito nel 1970 per la Harvest/Emi, uno dei picchi dell’intero movimento. Un 33 giri che bacia l’hard rock grazie alla potenza della sezione ritmica, che sfiora il blues impreziosito dall’ottimo lavoro dell’organo e del pianoforte, e che transita attraverso melodie intriganti e ricercate per poi dipanarsi in sequenze strumentali di clavicembalo e sezione d’archi, con tanto di atmosfere rinascimentali imperniate sui sopraffini arrangiamenti di Robinson. La naturalezza e la tecnica musicale del trio (fra le varie esperienze, Robinson e Gustafson figurerano poi fra gli strumentisti di “Jesus Christ Superstar” del 1973) hanno il merito di liberarsi di inutili orpelli e di spingere l’ascolto verso un riuscito dialogo fra differenti linguaggi, coniugando hard rock, blues e musica contemporanea, con influenze che arrivano da lontano, come quella del compositore polacco Krzysztof Eugeniusz Penderecki.
Purtroppo, come spesso capita, alla qualità non fa da pendant il riscontro commerciale. Il disco vende poco. A nulla vale un tour negli Stati Uniti. La Harvest/Emi non dà supporto e credito alla band, e il trio decide per lo scioglimento, che avviene nel 1971, optando per il ritorno a un oscuro quanto rilevante lavoro di musicisti di studio. Luce e oscurità. Quando alla fine della serie tv omonima il professor Quatermass convince la coscienza dei tre membri dell’equipaggio sepolti nel profondo della creatura caduta sulla Terra a rivoltarsi contro di essa e distruggerla, il suo appello ai resti della loro umanità riesce a sconfiggere l’organismo alieno. Lo stesso destino che colpirà anni dopo l’esperimento progressista, entitàaliena” votata a soccombere, travolta dall’avanzata di altre forme di resistenza alla realtà. Un po’ come Pete Robinson, che si eclissò dalla scena rock pur continuando nella sua attività gregaria di turnista per altre band. Perché poi, come per i fiumi carsici, scomparire dalla superfice significa semplicemente proseguire il cammino nelle voluttuose tenebre dell’underground.

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