Price: “Catarsi” (2021) – di Lorenzo Scala

Erano i giorni prima. I giorni prima dei decreti sparati ad aria compressa e dei compleanni solitari tra quattro pareti. I giorni prima dei droni a caccia di runners, delle spie e degli scompensi psicologici travestiti da euforia sul balcone. I giorni prima dei lutti e delle saracinesche abbassate. Insomma, erano i giorni prima. Incrocio Edoardo Cestra, rapper classe ‘97, di Frosinone, un paio di volte e di sfuggita. Una di queste volte, la più importante, l’ho incontrato a una giornata dedicata a Carlo Giuliani, in un piccolo paese nel sud laziale. Quel giorno ho letto un breve monologo per ricordare ed esorcizzare, almeno parzialmente, quei giorni di luglio di inizio millennio. Ero abbastanza sconnesso, ansioso e concentrato su di me. Quando però Edoardo, in arte Price, ha preso la scena, la mia attenzione ha cominciato a far suonare quasi immediatamente i suoi sensori lampeggianti e mi sono ritrovato fuori dal mio guscio, rivolto all’esterno, impressionato positivamente fin dalle prime barre.
I live non fanno sconti, si sa. Ogni difetto, insicurezza, scivolone, viene amplificato dalla lente impietosa del reale. In quel frangente ad essere amplificata è stata invece la passione, la penna e la tecnica di Price. Lo ammetto, in un primo momento ho pensato, “così giovane e così artisticamente maturo”. Dopo questo pensiero idiota mi è venuta voglia di tatuarmi la parola boomer direttamente sulla fronte. Questo retaggio da vecchie cariatidi che si meravigliano quando vedono un ragazzo con abilità acquisite e stratificate, è francamente stupido. Stacco. Da quel live passa un anno. Ne passano due. In Italia il delirio sale come schiuma infetta per le strade. Un governo cade ed esce un economista impomatato dal cilindro del sistema. Per fortuna esce anche, il 29 gennaio e per l’etichetta Artist First, l’album d’esordio di Price, “Catarsi“. Anticipo subito, contravvenendo alla stereotipata prosopopea del critico arguto che prevede, come da manuale, prima del giudizio finale, analitiche riflessioni filosofiche del lavoro da recensire, che il disco è una bomba. Prima cosa, a sorprendere è la varietà del suono, incroci stilistici a fondere insieme canzoni dalle atmosfere apparentemente distanti.
Questa varietà non indebolisce la coerenza dell’opera, si passa con disinvoltura dal puro suono old school, in stile Colle der Fomento, (Numeri freestyle) a pezzi più tirati, con impalcature di chitarre rock e testi aggressivi (Thanatos), attraversando subito dopo sentieri acustici e intimisti (Catarsi, Gran finale). Un caleidoscopio che rifrange fasci di luce variegati. Inoltre la produzione è di alto livello, “Catarsi” ha un suono cristallino e fresco, non è il classico disco d’esordio travolto dall’impeto dell’autore, lanciato di getto nel mondo con una fretta tipica di chi fatica ha contenere l’urgenza. La sensazione palpabile è quella di un lavoro oculato, sedimentato nel tempo, costruito con paziente tenacia strato dopo strato, omaggiando in ogni traccia, in ogni barra, le radici del rap, senza però vivere la storia (ingombrante) di questo genere come una gabbia ma piuttosto come un trampolino dal quale saltare inseguendo traiettorie personali. I testi sono multiformi e dinamici, esattamente come l’intero mood del disco.
Scordatevi i cliché del rapper duro e puro, del maschio che non deve chiedere mai, sgomitando tra avversari immaginari. Siamo su tutto un altro pianeta. Dalla giocosità genuina, costruita con impeto geometrico, (Torno tardi), si passa a quella che è la vera anima del disco, ovvero un’anima introspettiva dalla profondità abbastanza disarmante. Tra le varie strofe troviamo una sorta di laboratorio emotivo, un cantiere delle emozioni. Personalmente ho trovato la chiave del mondo di Price in questa frase estratta da Es, brano d’apertura del disco: “ciò che conquisti comporta sempre lesioni”. L’intera impalcatura dell’opera sembra diramarsi, crescere come edera, avvinghiandosi a un concetto chiave: puoi voltarti, trovare scorciatoie, medicine, distrazioni, ma il dolore è meglio affrontarlo faccia a faccia, abbracciandolo e interiorizzandolo come concime. Le fasi del dolore, di una separazione, di un trauma o più semplicemente di un disagio esistenziale, a volte possono lasciare senza fiato. In questi frangenti conviene smettere di fumare, per riprendere fiato, ricercando raggi di luce nelle proprie capacità.

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