Piper Club: Il tempio del beat italiano – di Fabrizio Medori

C’è stato un posto, a Roma, che ha concentrato su di sé tutta l’energia degli anni 60 italiani, universalmente conosciuto come la culla del beat nazionale: il Piper Club. Un lungimirante avvocato, Alberico Crocetta, nel 1965, in società con un esperto uomo d’affari, Giancarlo Bornigia, prese in affitto un garage, lo riempì di luci colorate (mai viste prima di allora), fece costruire due palchi, corredandoli di due potenti sistemi di amplificazione e creò così una leggenda che a distanza di tanti anni, molti ricordano con orgoglio (chi c’è stato) o con rimpianto (chi per ragioni d’età o di lontananza non è riuscito mai ad entrarci). Il successo del locale crebbe in poche settimane, ed il Piper diventò velocemente una sorta di “zona franca interclassista, all’interno della quale convivevano pacificamente ed amorevolmente “pariolini” e “borgatari”, accomunati dalle stesse passioni musicali e dalla possibilità, per la prima volta, di sentirsi protagonisti della propria vita e, soprattutto liberi. Il primo gruppo a calcare le scene del locale di via Tagliamento fu quello dei Rokes, ai quali si alternavano, durante le pause, i ragazzi dell’Equipe 84. Sulla scia del grande successo dei primi protagonisti delle notti beat, Crocetta iniziò a scritturare altri gruppi, italiani e stranieri: gli Atomi, guidati da Mike Liddel e Patrick Samson, i Rokketti, i Delfini, i New Dada, guidati dall’eccentrico Maurizio Arcieri.
A questi nomi, sicuramente poco conosciuti, si devono affiancare però, quelli ben più noti, ancora oggi, di: Patty Pravo, regina incontrastata del locale, Caterina Caselli, all’epoca soprannominata “casco d’oro, i Corvi, i Giganti, i Primitives, i Dik Dik, e tanti altri. Nel giro di pochi mesi il cast del locale cominciò ad essere impreziosito da numerosi artisti stranieri di passaggio in Italia… suonarono così nello storico covo: i Pink Floyd prima di diventare superstar internazionali, i Byrds con David Crosby e Roger McGuinn, i Procol Harum, gli Small Faces, lo Spencer Davis Group, Donovan e tantissimi altri. Tra il pubblico, durante i concerti, si vedevano sempre più spesso stars di primissimo piano, come Ringo StarrMick Jagger e Keith Richards, David Bowie. Fra gli habitué, intanto, si era formata una sorta di “aristocraziabeat della quale, partendo da Patty Pravo, prima vera animatricedel locale, facevano parte alcuni nomi che sono rimasti noti: Renato Zero, Loredana Bertè e sua sorella Mia Martini, Gabriella Ferri, Romina Power
Anita Pallemberg (fidanzata di Keith Richards dei Rolling Stones), Giancarlo Magalli, Mita Medici, la regista televisiva Carla Vistarini. Questi ragazzi erano talmente di casa al Piper, che il coreografo Franco Estill, li organizzò e li fece diventare, con il nome Collettoni, il corpo di ballo degli spettacoli di Rita Pavone.
Altre iniziativeinterne” animavano il locale e i suoi abituali frequentatori: nacque un gruppo, chiamato senza grandi sforzi di fantasia The Piper con il produttore cinematografico Achille Manzotti, alla batteria. 
Tito Schipa jr. mise in scena, utilizzando musiche di Dylan, uno spettacolo intitolato ”Opera beat”. Nel frattempo erano nati, in Italia, altri “Piper”, uno dei quali, quello di Viareggio, il Piper 2000, al momento dello scioglimento della società, nel 1968, rimase a Crocetta. La versione toscana e quella romana andarono avanti ancora per un po’ sulle ali del beat, spostandosi poi verso atmosfere musicali più black, soprattutto per quanto riguarda la sede di Roma. Il Piper originale doveva iniziare a fare i conti con una serie di locali concorrenti, soprattutto il Titan, il quale contrapponeva alla programmazione di via Tagliamento una serie di superstars, da Wilson Pickett a Jimi Hendrix. A partire dai primi anni 70 il Piper iniziò a spostare le sue scelte musicali verso la nascente musica progressive, aprendo le sue porte a gruppi italiani… dal Banco del Mutuo Soccorso alla Premiata Forneria Marconi, dal Rovescio della medaglia ai Delirium; e ai più noti gruppi inglesi del periodo… Genesis, Van der Graaf Generator, Jethro Tull, Uriah Heep, Rory Gallagher, e tanti altri. 
Alla fine dell’epoca d’oro del Rock sinfonico il locale non riuscì ad assorbire l’onda di riflusso che allontanò per anni l’Italia dal circuito internazionale dei grandi concerti dal vivo, bruciate le ultime energie fra la contestazione giovanile, Controcanzonissima e un ennesimo festival alternativo/sfigato, il Piper cessò semplicemente di essere il punto di ritrovo della Roma alla moda, e diventò una specie di night-club, per poi essere trasformato in discoteca, alla fine degli anni 70, tornando ad ospitare concerti rock solo nella seconda metà degli anni 80. Oggi, seguendo l’ultimo ricorso storico, il Piper è tornato ad essere una discoteca, in attesa di chissà quale altra trasformazione. Una delle cose più incredibili, però è che durante i primi lavori di ristrutturazione furono distrutte opere di Warhol, Raushenberg, Schifano, Manzoni e di altri grandi artisti contemporanei i cui lavori creativi avevano contribuito a creare la breve ed effimera sensazione di vivere in un’epoca nuova ed irripetibile… o forse è stata davvero un’epoca favolosa ed irripetibile.

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Un pensiero su “Piper Club: Il tempio del beat italiano – di Fabrizio Medori

  • Ottobre 25, 2015 in 12:08 am
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    Il Piper un pezzo di storia che ci appartiene. La sua mitica “Regina” è tutta made in Italy!!!E chi se può scordare..le sue canzoni hanno segnato un’epoca sotto tanti punti di vista.Grazie Ben,è stato un gran piacere!

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