Pink Floyd: “Wish You Were Here” (1975) – di Nicholas Patrono

Wish You Were Here” (1975). “Vorrei che fossi qui”. Possiamo dirlo: molti vorrebbero che i Pink Floyd fossero ancora qui, ma il tempo passa per tutti, purtroppo. Chi ha vissuto l’epoca irripetibile dei grandi dischi del quartetto inglese ricorda bene che cosa accadde dopo il 12 settembre 1975, giorno dell’uscita del nono album in studio dei Floyd per la Harvest Records: generazioni intere hanno consumato i vinili a riascoltare questo disco, capace di resistere nei decenni a venire come pietra miliare. Opera iconica di Waters e soci, come molte altre del periodo d’oro dei Pink Floyd (per intenderci, la band veniva da “The Dark Side of the Moon” del 1973 e i due dischi successivi saranno “Animals” nel 1977 e “The Wall” nel 1979). Anzitutto, “Wish You Were Here” condivide una fortuna con il suo illustre predecessore: è stato registrato nei famosissimi studi di Abbey Road, che non hanno bisogno di presentazioni; un luogo reso celebre soprattutto dall’undicesimo album in studio dei Beatles, intitolato appunto “Abbey Road” (1969) con la ben nota copertina in cui Lennon, McCartney, Starr e Harrison attraversano le strisce pedonali. Niente strisce pedonali per Roger Waters, David Gilmour, Richard Wright e Nick Mason, ma due persone che si stringono la mano in quello che sembra uno spazio aperto.
Una copertina altrettanto famosa, che svolge il ruolo di “contenitore” di una tracklist che fa impressione. “Wish You Were Here” è un concept album, o quantomeno un disco tematico, non il primo per i Floyd (si veda il già citato “The Dark Side of the Moon”) e nemmeno l’ultimo (si pensi al futuro “Animals” o a “The Wall”, forse il più celebre tra i loro concept). Nel libro “Inside Out: a Personal History of Pink Floyd” (2004) il batterista Nick Mason, unico membro dei Pink Floyd sempre presente in tutte le forme che la band ha assunto negli anni, tra cambi di formazione e altre sventure, ricorda che l’idea strutturale di “Wish You Were Here” esprimeva l’assenza del cameratismo che fino ad allora era stato presente e aveva fatto da colonna portante per la band. Non c’è da stupirsi che l’atmosfera fosse tesa già ai tempi: sappiamo tutti come finì tra Waters e gli altri dopo l’album spartiacque “The Final Cut” (1983), successore di “The Wall”, che sancì la fine di un’era. “Vorrei che fossi qui”, un titolo nostalgico per un album nostalgico, dunque, che presenta una tracklist all’altezza delle emozioni che vuole trasmettere.
Sul lato A del vinile troviamo le prime cinque parti della suite Shine on You Crazy Diamond e, a proposito di nostalgia, in questo brano c’è spazio anche per ricordare ancora Syd Barrett, colui al quale si deve l’esistenza della band. Dalla biografia “Crazy Diamond: Syd Barrett & the Dawn of Pink Floyd” (2001), scritta da Mike Watkinson e Pete Anderson, riportiamo una frase di Roger Waters che esprime appieno i sentimenti ambigui che la sfortunata storia del compianto Syd suscita in tutti noi: “Sono molto triste per Syd. Certo che era importante; la band non sarebbe nemmeno esistita senza di lui, perché scriveva tutto il materiale. (La band) non avrebbe potuto nascere senza di lui ma, d’altro canto, non avrebbe potuto proseguire con lui. “Shine On” non parla solo di Syd, lui è solo un simbolo per tutte le estreme rinunce che certe persone devono fare, perché è l’unico modo per far fronte alla tristezza della vita moderna, ritirandosi completamente”. Non sorprende dunque di scorgere vaghi riferimenti a Syd nel testo di Shine On You Crazy Diamdond (Parts I-V): “Remember when you were young, you shone like the sun” (“Ricorda quando eri giovane, splendevi come il sole”) e “You reached for the secret too soon, you cried for the moon” (“Hai scoperto il segreto troppo presto, hai pianto per la luna”). Non è ancora finita: un irriconoscibile Syd Barrett visita gli studi di Abbey Road mentre i suoi ex colleghi stanno completando il mix di Shine On You Crazy Diamond.
Possiamo solo immaginare il peso emotivo di un simile episodio, e possiamo solo fare congetture sull’influenza che questa inaspettata comparsa può aver avuto sul risultato finale. In ogni caso, conoscendo i cari vecchi Floyd, “sperimentazione sonora” è la parola d’ordine, come sempre, e così si prosegue con Welcome to the Machine, con i suoi sinistri synth in apertura, meccanici e insensibili come una macchina e una generale atmosfera cupa e claustrofobica, con sintetizzatori pannati che quasi disorientano. In Have a Cigar è il cantante Roy Harper a occuparsi della voce e lo fa con stile, in un brano completamente diverso dal precedente che fa respirare gli ascoltatori che apprezzano le atmosfere più light. Tocca alla title-track, Wish You Were Here, ballad di 5 minuti che ferisce con la sua aria nostalgica, in perfetta armonia con il concept dietro al disco. Si chiude con le ultime quattro parti di Shine On You Crazy Diamond, dalla sesta alla nona, forse meno conosciute delle prime ma altrettanto valide, un secondo capitolo che conclude un’importante suite di ben 25 minuti. Disco importantissimo, al centro del periodo d’oro dei Floyd i quali, pur con le loro disavventure, sono riusciti a compiere un percorso artistico invidiabile. Possiamo dirlo ancora una volta: “How I wish, how I wish you were here”.

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