Pink Floyd: “Soundtrack from the film More” (1969) – di Valerio Pozzi

Il 1969 rappresenta un anno di svolta per i Pink Floyd: la band inglese si trova per la prima volta a dover registrare un album in assenza di quella scintilla creativa, quel diamante pazzo che tanto ammiravano e che tanto compiangeranno: Syd Barret, ormai allontanato dalla band a causa delle continue assenze alle prove, causate, a loro volta, dall’ormai conclamata dipendenza da LSD, lascerà un grande vuoto all’interno di ognuno dei musicisti, vuoto che in futuro darà origine ad uno degli album più toccanti della storia del rock, ma questa è un’altra storia per un altro articolo. Nel gennaio 1969 Barbet Schroeder, regista francese e grande fan della band, contatta i Pink Floyd per proporre loro un nuovo progetto: la composizione della colonna sonora per il film “More”, destinato ad uscire nelle sale l’agosto di quello stesso anno. L’idea è affascinante ma quello che sembra catturare definitivamente l’attenzione della band è la trama: Stefan, uno studente tedesco, viaggia a Parigi ed incontra Estelle, una ragazza americana. I due si innamorano e decidono di fuggire a Ibiza, isola nella quale i due vivranno il loro amore all’insegna della dipendenza da eroina e dall’LSD. La situazione degenera fino alla morte di Stefan, con il funerale che chiude il film. Le tematiche, vicine alla storia di Syd e gremite di quelle stesse paure che i membri della band si trovano ad affrontare, colgono nel vivo la sensibilità dei quattro ragazzi inglesi che, nel marzo del 1969, si chiudono nelle sale di registrazione degli studi di Abbey Road per otto interi giorni.
In poco più di una settimana le sonorità Barrettiane lasceranno spazio a un sound sperimentale, preludio dei Pink Floyd che verranno: tracce che non avrebbero sfigurato se poste all’interno dei due album precedenti come Cirrus Minor o Crying Song vengono alternate a pezzi totalmente discordanti, come The Nile Song o Ibiza Bar, due delle canzoni dalla sonorità più aggressiva e a tratti grunge dell’intera discografia della band, o Up The Khyber, energico pezzo strumentale guidato dalle percussioni di Mason e affiancato da uno scomposto e compulsivo ritmo delle tastiere di Wright. Questo è l’aspetto più intrigante, ma al contempo più criticabile, dell’album: la sua estrema eterogeneità. Perché, sebbene sia estremamente interessante essere testimoni auricolari dell’evoluzione che il sound Floydiano ha affrontato in soli otto giorni, “More” risulta oggettivamente un album strutturato in modo poco coeso e che risulta estremamente discordante se ascoltato traccia dopo traccia. Caratteristica certamente generata dalla natura complementare dell’album alla pellicola: se difatti si decidesse di arricchire l’ascolto di “More” con la visione dell’omonimo film, l’esperienza sarebbe ben diversa e l’ascolto sarebbe contornato dal ricordo delle scene del film, a volte disturbanti e a volte psichedeliche.
Solo così quella che all’apparenza pare una raccolta di tracce può trasformarsi in un terzo album che non sfigura al confronto né con i precedenti dischi, né con quelli che verranno. “More” non è solo un disco  ma anche un’esperienza multimediale che fonde le capacità di un regista e di una band estremamente abili in un’opera toccante e psichedelica. È stata la palestra nella quale i Pink Floyd hanno potuto sviluppare il loro sound, per avviarlo verso la strada che tutti conosciamo, nonché un mezzo con il quale la band ha meditato ed elaborato il lutto artistico e ha deciso di crescere portando con sé e facendo tesoro dell’importante eredità donata dal genio di Syd Barrett.

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