Pink Floyd: “Atom Heart Mother” (1970) – di Nicholas Patrono

I Pink Floyd non hanno bisogno di presentazioni o monografie, ne sono state fatte più che a sufficienza. Indagare il talento compositivo e il gusto dei quattro pazzoidi allucinati di Londra ci farebbe spendere parole già sentite; allora perché parlare di “Atom Heart Mother”, quinto album in studio dei Pink Floyd registrato nientepopodimeno che negli storici Abbey Road Studios e pubblicato per la Harvest Records il 2 ottobre 1970 in Inghilterra e la Capitol Records negli Stati Uniti? Perché è stato il primo album della band a piazzarsi al primo posto nelle classifiche inglesi, traguardo a cui si aggiunge il disco d’oro negli Stati Uniti? O per la sua importanza storica? Già, perché i Pink Floyd sono giunti al terzo disco senza l’amico e membro fondatore della band nonché ex frontman Syd Barrett, divenuto ormai incapace di proseguire per via degli evidenti problemi di salute fisica e mentale (numerosi sono gli aneddoti che si possono trovare a tal proposito, riportati da giornalisti o dai compagni di band).
I restanti quattro Floyd, costretti ad affrontare la tragica uscita dal gruppo di Syd dopo soltanto due album (“The Piper at the Gates of Dawn” del 1965, e “A Saucerful o Secrects” del 1968), reagiscono dapprima creando More (1969), colonna sonora dell’omonimo film del regista allora esordiente Barbet Schroeder, album che si piazza nella top ten delle classifiche inglesi ma che suscita pareri contrastanti dai critici (n.b. si sa, i critici non sono mai contenti), dopodiché Ummagumma, pubblicato nello stesso anno in versione doppio LP con una parte registrata in studio e una dal vivo. Il successo è sempre in crescita e finalmente “Atom Heart Mother” porta i Pink Floyd al traguardo sfiorato con i due album precedenti: la vetta delle classifiche inglesi. Riconoscibile fin dall’iconica copertina con la mucca girata di spalle, con la testa voltata verso di noi come a chiedersi: “Allora? Mi ascolti o no?”, il disco osa nel minutaggio del pezzo d’apertura, la suite Atom Heart Mother, arrivando dove gli altri dischi non avevano mai osato, ben 23 minuti suddivisi in sei parti (cosa destinata a ripetersi in futuro, in particolare con Shine on You Crazy Diamond, divisa in due tracce di 13 e 12 minuti rispettivamente, composta da nove parti).
Scritta dai Floyd in collaborazione con il musicista inglese Ronald Frederick Geesin, paladino del rock sperimentale e dell’avant-garde, la canzone – strumentale per la maggior parte, fatta eccezione per un coro e qualche linea di testo recitata da Mason; scelta coraggiosa per un brano di più di 20 minuti – si dipana come una lunga allucinazione da LSD, trasportandoci nel mondo alienato di quella che era la psichedelia anni 60. Lunga, interminabile, Atom Heart Mother si chiude lieve com’è iniziata ma non è ancora tempo di riemergere dall’obnubilamento. If ci culla su note di chitarra acustica e finalmente sentiamo la voce di Roger Waters, anche autore del brano. Il pezzo è immediato e di facile impatto: ci voleva dopo l’imponente introduzione. Summer ’68, scritta e cantata da Richard Wright, non si discosta poi molto dalle atmosfere sognanti di If. Ci immaginiamo un’estate malinconica e ormai prossima alla conclusione, fino al finale che rianima un po’ le cose. Poi Fat Old Sun, terzo brano scritto e cantato da un membro (in questo caso David Gilmour) prosegue senza scossoni il percorso fin qui tracciato, mantenendo una forte coesione in questo sound molto soft. Conclude un’altra suite, di 13 minuti questa volta: Alan’s Psychedelic Breakfast, altro pezzo strumentale in cui sono inserite frasi registrate del roadie Alan Styles, impegnato a fare colazione.
Assurdo? Sì, soprattutto pensando che idee del genere non sarebbero da tutti nemmeno oggi, in questo mondo all’avanguardia dove è stato sperimentato di tutto, figuriamoci nel 1970. Il risultato è straniante, come la band certo voleva. Così si chiude “Atom Heart Mother”, con un roadie che si prepara la colazione. Overture e chiusura da manuale quindi, anticipazione delle stramberie che i Pink Floyd sperimenteranno negli anni a venire (si pensi ad esempio ai registratori di cassa e agli orologi di The Dark Side of the Moon, a cui anche il tocco di Alan Parsons ha dato un prezioso contributo). Così, mischiando con mestiere sonorità soft ed eteree a sperimentazioni fuori dal comune, i Pink Floyd si sono costruiti la strada verso il successo planetario album dopo album, divenendo una delle band più apprezzate di sempre. Peccato, perché anche a questa storia manca il lieto fine. Possiamo consolarci dicendo che a volte conta più il viaggio della destinazione?

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