Pink Floyd: “Animals” (1977) – di Nicholas Patrono

È il 1977, appena sette anni prima di raggiungere il 1984 di cui un certo George Orwell ha parlato nella sua opera più famosa, “1984” appunto. Un libro, “1984”, citato a sproposito da una marea di pseudointellettuali per darsi arie (spesso sui social), eppure non è certo l’unica opera importante di Orwell e spesso gli pseudointellettuali di cui sopra non hanno abbastanza cultura per ricordarsi de “La Fattoria degli Animali” (1945), che i Pink Floyd invece conoscono bene e usano come ispirazione per il loro decimo disco, intitolato “Animals” e pubblicato il 21 gennaio 1977 per l’etichetta Harvest Records. La storica band inglese, capace da sempre di varcare i sottili confini tra rock, progressive e psichedelia, raggiunge la doppia cifra con quest’album che ha il duro compito di elevarsi all’altezza di due illustri predecessori come “The Dark Side of the Moon” (1973) e “Wish You Were Here” (1975). Ma i Pink Floyd di “Animals” sono ancora on fire e azzeccano un terzo ottimo disco che senza problemi può ambire a paragonarsi ai predecessori. Non solo: si ripeteranno ancora con “The Wall” nel 1979, prima di iniziare a perdere sul serio colpi con “The Final Cut” (1983), disco registrato senza lo storico tastierista Richard Wright, nonché origine di parecchi conflitti all’interno della band, culminati con l’abbandono di Roger Waters nel 1985. Eppure ascoltando i Pink Floyd di “Animals”, almeno su disco, non si percepisce nell’aria la catastrofe imminente, perché la band funziona e fa il suo dovere come sempre.
Registrato fra aprile e dicembre 1976 al Britannia Row Studio di Londra, “Animals” si presenta come un disco di circa 40 minuti distribuiti su cinque tracce, la prima e l’ultima delle quali (Pigs on the Wing Part 1 e Pigs on the Wing Part 2) durano poco più di un minuto. Tre bombe al centro del disco dunque, tutte superiori ai dieci minuti: Dogs, Pigs (Three Different Ones) e Sheep. All’epoca era appena nata la prima figlia di David Gilmour perciò, con l’eccezione di Dogs, co-scritta da Gilmour e Waters, tutti i pezzi dell’album sono stati composti dal solo Roger Waters, che poi si ripeterà appunto con “The Final Cut” scrivendo addirittura l’intero album (che sia stato questo a generare litigi e incomprensioni?). Su “Animals” trovano poi spazio due tracce scritte originariamente per “Wish You Were Here”, riscritte e riarrangiate per il nuovo disco e trasformate rispettivamente in Dogs e Sheep. La band ripropone la formula vincente dei precedenti capolavori: brani lunghi che si prendono il loro tempo e che fanno della lenta evoluzione psichedelica l’arma principale. Le caratteristiche sono quelle del sound che ben conosciamo: la voce inconfondibile di Roger Waters e i suoi giri di basso, le chitarre atmosferiche di David Gilmour, le tastiere di Richard Wright a impreziosire il tutto e l’elementare ma funzionale batteria sempre ordinata di Nick Mason a sorreggere la baracca.
La singolare musica dei Pink Floyd, sempre in bilico fra progressive rock, psichedelia e sperimentale, ha attirato negli anni milioni di fan di tutte le età in qualsiasi epoca, facendo del loro sound una vera icona, ma altrettanto si può dire dei testi, analizzati alla ricerca di strati e strati di significati. E “Animals” non fa eccezione: un concept-album che, come si diceva in apertura, si basa su concetti e idee espressi da George Orwell ne “La Fattoria degli Animali” in cui, come ben sappiamo, gli animali guidati dal malvagio maiale Napoleone riescono a liberarsi dei padroni umani che li maltrattano e schiavizzano per poi ritrovarsi, una volta sovvertito l’ordine, a creare le stesse meccaniche, generando un sinistro paradosso in cui quelli che una volta venivano oppressi diventano gli oppressori. I maiali si impadroniscono infatti della fattoria e poi, nel finale del libro, di fatto diventano uguali agli esseri umani. Nel disco dei Pink Floyd abbiamo Sheep che ci presenta un epilogo simile, in cui le pecore si ribellano contro i cani oppressori, per poi instaurare di nuovo un regime. Un ciclo della violenza che non ha fine dunque, in cui ideali anche nobili vengono distorti da uomini (o, in questo caso, animali) malvagi per scopi meschini. Menzione a parte per Pigs on the Wing: come riporta “Comfortably Numb – The Inside Story of Pink Floyd” (2008), ai tempi Roger Waters era innamorato di Carolyne Anne Christie, moglie di Rock Scully, uno dei manager dei Grateful Dead, e il brano in questione, pur non direttamente, sembra parlare di lei. Una storia d’amore non proprio a lieto fine quella tra Roger e Carolyne, ma la musica l’ha resa immortale incidendola per sempre in questo storico disco.

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