Pierpaolo Bibbò: “Razza Umana” (2021) – di Alessandro Freschi

Una befana che cavalca una chitarra acustica in luogo della proverbiale scopa. È questo l’originale logo stampigliato sulle etichette dei vinili de La Strega Records, piccola realtà discografica cagliaritana che a metà anni Settanta si dedicò alla produzione di uno dei primi album mixati in quadrifonia (“Seduto sull’Alba a Guardare” (1974) di Antonio Salis) e alcuni 45 giri della Banda Beni, cabarettistico ensemble artefice di divertenti parodie come Rivers of Pabillon’s, bizzarra rilettura in dialetto sardo del successo Disco dei Boney M. Sfogliando i titoli del catalogo della label salta all’occhio l’interessante opera prima di un giovane musicista locale che a causa della sua limitata tiratura (il 33 giri dalla cover integralmente azzurra è un autentico pezzo da collezionisti) non raccolse all’epoca della sua uscita, il 1980, gli adeguati consensi: “Diapason” (1980) di Pierpaolo Bibbò. Il disco conobbe una rinnovata e quanto mai legittima visibilità solamente una quindicina di anni dopo, quando la sanremese Mellow Records, dei patron Moroni e Perrino, dispiegò le proprie energie in un’essenziale operazione di recupero di album dimenticati o semplicemente introvabili legati allo scenario seventies del progressivo italiano, ristampando accuratamente i lavori su compact disc.
Nato nel febbraio del 1954, l’incantautore (così ama definirsi) Bibbò non ha mai smesso di occuparsi di musica collaborando nel corso degli anni come arrangiatore a svariati progetti e allestendo ad Arzachena uno studio di registrazione tutto suo battezzato Diapason in onore del celebre debut-act. A partire dal 2014 ha stretto un energico sodalizio con Vannuccio Zanella, direttore artistico della M. P. & Records, che ha confluito nella realizzazione di “Genemesi” (2014) e “Via Lattea” (2018). Se nel primo dei due concept lo sguardo era rivolto alla ricerca di un Dio slegato dai dogmi religiosi e nel secondo, attraverso viscerali racconti autobiografici, affioravano i perseveranti legami con le lande natie adesso, in “Razza Umana”, in uscita il 15 gennaio 2021 sotto la supervisione artistica di Fabio Orecchioni, Bibbò si addentra in suggestive riflessioni intimistiche sulle irresolutezze esistenziali.
L’inesorabilità del tempo che passa (“E ancora Il Dio Tempo i suoi dadi lancerà, regole immutabili ancora detterà“) e allontana le congetture adolescenziali (“Eravamo Giovani, ma il tempo trasformava le ali in lacrime“) avvicinando la fatidica consegna all’eternità (“Avrò un vestito di nuvole quando la soglia attraverserò. Avrò una luce alle spalle, e poi paura più non avròRitratto d’Inverno); una raccolta di istantanee dense di consapevolezza che inquadrano debolezze e solitudini umane (“Viaggiatori esuli in balia delle maree e del vento”La Canzone dei Non Sopravvissuti ) all’interno delle quali l’artista isolano dà sfoggio delle sue abilità di polistrumentista passando imperturbabilmente dal synth alle tastiere, così come dal basso alla chitarra elettrica. In suo appoggio compaiono dividendosi imparzialmente la scaletta i batteristi Mauro Gala e Simone Spano oltre al violinista Luca Agnello, e Massimiliano Congia, seconda voce ne Il Cantastorie (“Io vi narro dell’inverno di chi è solo, di chi si è perso nelle stanze della vita”). La primordiale ispirazione prog di Pierpaolo Bibbò affiora sincera negli orditi di taglio cantautorale di questa apprezzabile prova discografica, degno suggello temporaneo alla trilogia del nuovo corso. (Ancora una volta) Melodie ed emozioni dalle terre di Gallura.

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