Piero Ruzzante e Antonio Martini: “Eppure il vento soffia ancora” (2020) – di Maurizio Celloni

Se ne contano a centinaia di libri sulla figura di Enrico Berlinguer, uomo politico, statista e segretario del Partito Comunista più votato nel mondo occidentale. La sua epopea è stata analizzata e sezionata in Italia come mai è accaduto per altri uomini politici di pari statura quali De Gasperi, Moro, Togliatti. Eppure, in questa dovizia di pubblicazioni mancava una ricostruzione storica, rigorosa e puntuale degli ultimi giorni vissuti da Berlinguer a Padova: dal malore che lo colse durante un comizio tenuto in Piazza dei Frutti il 7 giugno 1984, alla sua morte avvenuta presso l’Ospedale Civile della città, lunedì 11 giugno alle ore 12,45, e fino al giorno dei funerali a Roma, mercoledì 13 giugno. Quella morte, per come è avvenuta, ha rappresentato nell’immaginario collettivo un’epica vicenda che intreccia non solo passione politica, ma anche partecipazione emotiva per il sacrificio di un uomo minuto e persino timido, portatore di profonde e motivate convinzioni, e di fortissimo senso del dovere, tenace come forse solo i sardi sanno essere. L’epilogo della sua vicenda umana apparve a tutti come un dramma, una perdita incolmabile, raccontata per settimane dai giornali e dalle deferenti testimonianze degli avversari.
L’autore di “Eppure il vento soffia ancora: Gli ultimi giorni di Enrico Berlinguer” (Utet 2020), Piero Ruzzante, coadiuvato dal giornalista Antonio Martini, all’epoca dei fatti era un giovane esponente della FGCI padovana, l’organizzazione giovanile del P.C.I. e ha vissuto “dall’interno” quegli accadimenti: dall’allestimento del palco da dove Berlinguer avrebbe parlato, fino all’organizzazione del viaggio a Roma, che spinse migliaia di persone dalla provincia di Padova a portare l’ultimo saluto al “Segretario“, parte di un fiume umano proveniente da ogni angolo d’Italia che inondò la Capitale. Ruzzante non si è limitato alla cronaca personale dei fatti accaduti in quei tristi giorni di giugno, ma ha condotto, da storico qual è, una puntigliosa ed approfondita ricerca documentale, avvalendosi degli archivi di molte Istituzioni culturali: dalla Fondazione Istituto Gramsci, che conserva i manoscritti di Berlinguer, al Centro Studi Ettore Luccini, sede dell’archivio operaio veneto, fino ai giornali locali e nazionali. Ha visionato il film “L’addio a Enrico Berlinguer” (1984) realizzato da oltre sessanta registi italiani (tra i quali Antonioni, Bertolucci, Cavani, Fellini, Gregoretti, Loy, Maselli, Pietrangeli, Pontecorvo, Scola…) ed ha effettuato ricerche in rete.
Ciò che rende questo libro molto più che un saggio storico è dovuto alla scelta di adottare, oltre alla lettura dei documenti, il metodo della “storia orale” per la ricostruzione degli avvenimenti, dando un’anima alla fredda cronologia. Ne esce un caleidoscopio di impressioni, umori, ricordi ancora vivi nei cuori dei testimoni, sia che avessero posizioni di responsabilità nel Partito e nelle Istituzioni, che militantidi base” o semplici cittadini di non stretta osservanza comunista. Ruzzante e Martini ricostruiscono il profilo politico del leader comunista e lo collocano sempre accanto al tratto umano che lo ha contraddistinto. Uomo e politico erano inscindibili come emerge dalle belle pagine che riportano piccoli aneddoti ed episodi ad evidenziare la grande umiltà di Berlinguer, come quella volta, in fila all’imbarco in un aeroporto, rispose all’assistente dell’Onorevole Gava, che lo avvicinò invitandolo a raggiungere l’esponente democristiano nella sala d’aspetto riservata alle autorità: “Dica a Gava che lo saluterei volentieri, ma dovrebbe venire qui lui perché io, se mi muovo, perdo il posto
. Ancora, una ragazza intervistata ai funerali si lascia andare ad un ricordo personale: (…) oltre la dolcezza propria del suo carattere, anche lo spirito, comunque era sempre lo spirito proprio di Berlinguer, alle volte molto scherzoso.
Non mancano nel libro i grandi temi politici del pensiero di Berlinguer, a partire dal rapporto con i cattolici e il partito che li rappresentava, la Democrazia Cristiana; la grande questione della relazione con il Partito Comunista dell’Unione Sovietica e la necessità impellente di individuare una via autonoma e democratica al socialismo; la trasformazione della società favorita soprattutto dalla presa di coscienza delle donne e dei movimenti femministi, i diritti civili e le battaglie di civiltà per i referendum sul divorzio e l’aborto; la centralità del movimento operaio e dei lavoratori e le loro istanze da portare nelle Istituzioni; la moralità della vita pubblica; il Movimento per la Pace che lottava (e ancora lotta) per la riduzione degli arsenali nucleari a partire dalla dislocazione dei missili a Comiso, attuata in quegli anni. Questi argomenti nell’agenda e nei pensieri di Berlinguer dimostrano l’attualità delle sue elaborazioni politiche tuttavia, la forza e lo sviluppo delle sue idee sono sempre derivate da un costante rapporto con le persone, con il popolo in tutte le sue component: dal lavoratore, all’artigiano, al manager. La narrazione di Ruzzante lo dimostra ampiamente, riportando con ricchezza di particolari le lettere, i colloqui diretti e l’ascolto costante quale metodo di analisi adottato da Berlinguer.
E poi le canzoni dedicate al leader comunista da molti musicisti italiani dopo la sua dipartita. Il primo fu
Antonello Venditti con Dolce Enrico che ebbe un buon successo nel 1991. Scrive Ruzzante: “È una ballata resa ancora più struggente dal fatto che, nei mesi in cui le radio cominciarono a mandarla in onda, il P.C.I. sta vivendo il travaglio dello scioglimento (…)”; in occasione del decennale della morte, nel 1994, i Modena City Ramblers pubblicarono I Funerali di Berlinguer al ritmo della musica irlandese; Giorgio Gaber e Cesare Luporini, tra il 1991 e il 1992 composero Qualcuno Era Comunista. In questo pezzo, gli autori mettono in contrapposizione Enrico Berlinguer e Giulio Andreotti: “(…) Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona / Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona / Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo / Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari (…); Stefano Bellotti, in arte Cisco, voce dei Modena City Ramblers, da solista in La Lunga Notte del 2006 colloca Berlinguer tra le stelle che brillano in cielo, accanto a Pier Paolo Pasolini e Peppino Impastato. Anche i CCCP – Fedeli Alla Linea, nel brano svegliami del 1989 classificano la morte di Berlinguer quale emblema di un tempo ormai tramontato, profetizzando il degrado attuale della politica. La musica poi si rintraccia fin dal titolo del libro che rimanda come speranza a Eppure Soffia, brano dell’omonimo album di Pierangelo Bertoli del 1976.
Le pagine dedicate al funerale sono tra le più toccanti del libro, a partire dal seguitissimo corteo funebre lungo il tragitto tra Padova e l’aeroporto di Tessera, a Venezia.
Una lunga teoria di lavoratori, usciti dalle fabbriche padovane e dal polo industriale di Marghera, hanno portato il sentito saluto al loro leader, accompagnato, in questo triste viaggio come un figlio dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Pagine che, se confrontate con la politica del nostro tempo, sembrano arrivare da un altro mondo. Il testo si conclude con una nota di speranza, nella forma di un semplice bigliettino e tre garofani appoggiati alla lastra di marmo bianco che chiude la tomba di Berlinguer, al cimitero di Prima Porta dove Enrico voleva essere sepolto. Il bigliettino, raccolto da Letizia, moglie di Berlinguer, recita; “Nonostante la mia modesta cultura politica ti ho sempre stimato. Quindi ti dono questi tre fiori con tutto il mio cuore.”. È l’addio di Andrea, un ragazzo di tredici anni. Vi consigliamo la lettura questo bel libro che narra un periodo di passaggio nella storia italiana degli ultimi cinquant’anni e aiuta a comprendere i tempi attuali per farci ritrovare, con la forza delle idee, una rinnovata voglia di impegno civile e politico. Sotto i portici di Piazza dei Frutti, alla destra del palco, quel 7 giugno del 1984 c’ero anch’io.

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