Piccola Bottega Baltazar: “Santa Rita e la falce della luna” (2007) – di Sandra Tornetta

In Italia è molto frequente imbattersi nelle immagini votive di Madonne e Sante disseminate per le viuzze, siano esse quelle lastricate di ardesia dei piccoli centri del nord, oppure quelle lucide di basolature vulcaniche del sud. Tutto intorno parla la lingua della devozione popolare, di un atavico e misterioso legame ad una qualche idea di sacro. Alle radici dell’arte occidentale erano proprio le icone sacre ad essere ritenute in grado di abbattere la barriera esistente fra immagine ed archetipo in essa rappresentato: il fedele adorava l’immagine di Cristo, quindi adorava Cristo. L’icona richiede di partecipare a ciò che essa mostra, che è l’invisibile nel visibile, come sostiene lo stesso Gregorio Magno. Da questo atto di venerazione, associato all’utilizzo delle icone, venne affermandosi già nel corso del VI secolo d.C. la popolare credenza secondo cui le icone avessero proprietà miracolose. Così si passò da un uso privato ed assolutamente popolare ad una sorta di spettacolarizzazione pubblica dei benefici taumaturgici dell’icona, che venne addirittura portata in processione a scopo salvifico in difesa di eserciti e di città. Entrambi gli usi delle immagini sacre resistono ancora oggi all’usura del tempo e ci raccontano dell’impenetrabile rapporto che da sempre l’uomo ha con la divinità. L’usanza di donare alla divinità dei manufatti in chiave propiziatoria è antica quanto l’uomo stesso.
Circoscrivendo il fenomeno col termine ex-voto, sembra quasi che l’antica funzione dell’ostensione dell’icona venga dunque ribaltata: non è più il verbo incarnato nel corpo a doversi mostrare, bensì il corpo del fedele, occhi, piedi, cuori, che vengono rappresentati nella loro essenziale caducità. Anche il linguaggio specifico degli ex-voto contribuisce alla costruzione di un determinato modello di pensiero: la locuzione latina do ut des è fra le più inflazionate ancora oggi nel parlato quotidiano, non solo perché facile da ricordare ma soprattutto per via del significato che ben si adatta alla logica vigente del tornacontismo: io do qualcosa a te affinchè tu poi ne dia una a me. Pochi conoscono e utilizzano invece l’altra, anch’essa legata alla religiosità arcaica romana: do quia dedisti. La formula stavolta è legata ad un ex-voto definito gratulatorio, una forma di ringraziamento che il fedele compiva verso la divinità ringraziandola per avere mantenuto la promessa, da cui il nostro “Per Grazia Ricevuta“.
Quest’ultima formula sembra dunque insistere maggiormente sulla reciprocità effettuale, non sul mero scambio di favori, bensì sul ringraziamento. Magici questi dialoghi impossibili, come magici e surreali sono gli ex-voto realizzati dallo scrittore Dino Buzzati in occasione della pubblicazione del suo ultimo libro, “I Miracoli di Val Morel“, del 1971, in cui il visionario inventore di mondi, con la sua solita arguzia racconta gli improbabili miracoli compiuti da Santa Rita nei pressi di Limana, in provincia di Belluno. Il libro è uno spasso, zeppo di disegni naif in cui la Santa viene rappresentata nell’atto di scacciare il gatto mammone piuttosto che il porcospino satanico o le formiche mentali. Un gioco ripreso sul piano musicale dalla Piccola Bottega Baltazar, che nell’album del 2007 intitolato “Il disco dei miracoli“, dedica alla Santa una ballata, Santa Rita e la falce della luna, in cui la fisarmonica ondeggia fra metafisica e folklore, in un ritmo che sembra fiaccato dalla vita, indebolito dai suoi stessi sogni; un ritmo che ricorda gli chansonniers degli anni 60 e strizza l’occhio alle atmosfere nostalgiche del fado. Una vera chicca per gli amanti della malinconia.

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