Pholas Dactylus: “Concerto Delle Menti” (1973) – di Piero Ranalli

Tra poco voi salirete su di un tram, uno di quei vecchi, scassati tram che assomigliano tanto a voi dopo una giornata nera, vuota, paranoica. Per un po’ l’andatura di quel tram sarà per voi quella di tutti i giorni e il vostro occhio cadrà sul pavimento, lurido pavimento, ricoperto dalle incrostazioni degli sputi dei passeggeri che vi hanno preceduto. Toccherete sulla spalla il vostro vicino di sedile per chiedergli qualcosa, vi renderete conto, con immensa disperazione, che non avete toccato altro che un mucchio di stracci, il cui contenuto è il nulla. Chiamerete, urlando, il conducente, egli si volterà e vedrete il volto della morte delle menti. La vostra unica possibilità d’uscita sarà quella d’affacciarvi ad uno qualsiasi dei tanti finestrini dello stesso tram, e allora v’accorgerete che quello che vi vedevate di solito, sta cambiando, lentamente, inesorabilmente. La forma delle case, le auto, la gente, prenderanno le forme e i colori, i profumi che la vostra mente vi suggerirà. Il tram stesso si staccherà da terra e ognuno di voi, pur rimanendo sullo stesso tram, viaggerà per conto suo, superando porte dimensionali (…)”. A questo punto, la vostra mente sarà predisposta ad accettare, ciò che Pholas Dactylus ha già accettato a suo tempo: Non Siamo Soli Nell’Universo.
Questo monologo fa da preludio a “Concerto Delle Menti” (Magma 1973), un album davvero unico nel panorama Progressive Italiano, un rullo di tamburi e poi la musica inizia a percorrere un sentiero insidioso attraverso un groove nervoso di batteria e basso che conduce ad un’atmosfera in apparenza tranquilla che fa da sostegno ad una voce narrante che descrive un mondo dove la vita scorre alla rovescia: i fiori si trasformano in semi, gli insetti si trasformano in larve. Poi la tensione sale, il ritmo incalza e la voce diventa sempre più ardente e vigorosa mentre descrive immagini forti che sembrano provenire da un esperienza allucinogena. Dopo una breve pausa strumentale, la voce ritorna di nuovo, piena di rabbia corrosiva. La musica diventa ipnotica, quasi mistica, con frenetici riff di chitarra e tastiere spaziali. Di conseguenza il ritmo si calma mentre la voce assume un tono premonitore e descrive l’avvento apocalittico di sei angeli di ferro che scendono dal cielo. Gli angeli non possono parlare, vedere né sentire perché sono senza bocca, occhi e orecchie. Dopo un tranquillo interludio strumentale, la voce recitativa riprende il tono profetico e annuncia che si è all’inizio di un nuovo cammino che porterà verso popoli che ci aspettano per tuffarci con loro nell’universo degli universi, nella dimensione degli intoccabili e una volta giunti in quel luogo, nascere e rinascere più volte, con diverse forme.
Poiché il corpo può essere dieci, la mente una. Suoni spaziali e accenni di una vivacissima danza infuocata portano ad un incidente di una nave che si schianta su delle dune azzurre. Passaggi di chitarra elettrica e piano jazz descrivono la scena: uomini e donne mascherate affogano nella sabbia e poi svaniscono in una nuvola arancione che diventa nera, poi il tuono della morte… che non è morte perché non c’era mai stata vita. La musica si ferma per un momento, poi un brulichio di voci provenienti da una folla, persone che gridano: “Compro e vendo cervelli di seconda mano!“, la musica ricomincia e il ritmo diventa frenetico, tutto scorre con improvvisi cambiamenti di umore e ritmo mentre la voce descrive altre visioni da incubo: l’ultima parola viene interrotta, la visione viene improvvisamente sospesa e l’album termina bruscamente. Visioni apocalittiche che affrontano disastri nucleari, inquinamento, guerra. Questo lavoro potrebbe lasciarvi totalmente indifferenti, oppure prendervi per mano e condurvi in luoghi inesplorati, nascosti nel vostro profondo animo, ma è innegabile che sia un prodotto assolutamente unico e originale (di sicuro per spiriti avventurosi).
I Pholas Dactylus si formarono nel 1972 vicino Milano e prima di registrare questo disco così singolare lo elaborarono sulla scena dei festival ai quali parteciparono: uno in particolare, il Pop Festival di Genova, dove il pubblico entusiasta costrinse la band a numerosi bis. La reazione ai loro spettacoli dal vivo fu molto buona e suonarono persino di spalla, nel 1973 al Teatro Lirico di Milano, agli Amon Dull II. Il nome della band fu scelto dopo aver visto su una scatola di fiammiferi la figura della conchiglia Pholas Dactylus e la line up comprendeva: Paolo Carelli (voce), Eleino Colladet (chitarra), Valentino Galbusera (tastiere), Maurizio Pancotti (piano elettrico), Rinaldo Linati (basso) e Giampiero Nava (batteria). Pubblicarono questo album visionario per l’etichetta indipendente Magma che venne fondata nel 1973 dai fratelli Aldo e Vittorio De Scalzi. Quest’ultimo storico componente dei New Trolls il quale, oltre che pubblicare i dischi riguardanti la sua Band, tentò di lanciare anche giovani musicisti, per lo più esponenti del rock progressivo o del jazz rock come: Latte e miele, Alphataurus e Pholas Dactylus.
Nonostante le buone recensioni del loro album, la band si sciolse alla fine del 1973: davvero una tragica conclusione visto la qualità del materiale contenuto in “Concerto Delle Menti“, che non è un album per niente semplice da apprezzare. Un brano di 53 minuti suddiviso in due parti, dove le parole sono come note e la musica fa da sfondo a suggestive voci recitative che descrivono paesaggi da incubo e declamano profezie inquietanti. Riformatisi nel 2018 hanno pubblicato nel 2019 il loro secondo album, “Hieros Gamos“. Dei sei membri originali solo tre sono tornati per questo album tanto atteso, ovvero Paolo Carelli, Maurizio Pancotti e Rinaldo Linati. Gli altri due membri nuovi, che compongono l’attuale gruppo di cinque elementi, sono Tobias Winter (chitarre) e Csaba Papp (batteria).

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