Paul Simon: “Graceland” (1986) – di Francesco Chiari

Ci sono dischi per i quali si può usare senza problemi il termine “epocale” perché hanno segnato una crisi e un punto di svolta all’interno del loro genere: per far qualche nome – naturalmente la lista è parziale e per sua natura incompleta – pensiamo a Pet Sounds, Sgt. Pepper, Freak Out!, oppure a “Clube De Equina” di Milton Nascimiento per la musica brasiliana o ancora a “Arbeit Macht Frei” degli Area per il progressive nostrano. In questo articolo parliamo invece di un disco che si pose, al di là dell’indubbio valore artistico, quasi come un discriminante fra due epoche a livello non solo musicale ma politico e sociale, ossia “Graceland” di Paul Simon, pubblicato il 25 agosto 1986 al termine di una gestazione complessa e accolto da reazioni notevolmente polarizzate che andavano dall’apprezzamento per la musica alla condanna per le circostanze in cui fu registrata.
Consideriamo l’epoca innanzitutto: siamo nei luccicanti anni Ottanta del binomio Reagan-Thatcher e in Sudafrica è ancora massicciamente in vigore l’apartheid, con una catena di lunga data di repressioni e arresti: Nelson Mandela finì in carcere il 12 giugno 1964 per restarci fino all’11 febbraio 1990 e, due anni dopo, il 29 luglio 1966 i Beatles si rifiutarono di firmare un contratto per una serie di concerti in Sudafrica, un atto la cui risonanza fu enorme poiché veniva dal gruppo numero uno al mondo. Inoltre nel 1984, ventennale dell’inizio della detenzione, gli Specials di Jerry Dammers, alfieri dello ska revival britannico, incisero un brano intitolato Nelson Mandela il cui testo auspicava la liberazione dell’uomo politico divenuto un simbolo della lotta per i diritti umani. A questo aggiungiamo che la comunità internazionale aveva dichiarato un boicottaggio del Sudafrica, che la nazione cercò di eludere creando il centro di Sun City, nello stato bantu del Boputhatswana, dove si esibirono i Queen, Frank Sinatra, Tina Turner e Linda Ronstadt, quest’ultima come vedremo coinvolta in un brano di “Graceland”. Paul Simon aveva rifiutato il cospicuo assegno per esibirsi in quel luogo, ma aveva anche rifiutato di partecipare al singolo Sun City promosso da Stevie Van Zandt proprio perché il testo citava come correa la sua amica Linda la quale, come disse Joni Mitchell in un’intervista del 1986 al “Guardian”: “si era esibita in tutta innocenza, essendo una creatura apolitica la quale sentiva che l’arte dovesse attraversare tutti i confini”, frase questa che può davvero essere applicata non solo all’album oggetto di quest’analisi ma soprattutto al suo creatore.
Nel 1984 Paul Simon era a un punto morto della sua carriera: non solo gli ultimi dischi reggevano a fatica il confronto con la sua produzione migliore, ma l’album dal vivo “The Concert In Central Park”, registrato insieme ad Art Garfunkel il 19 settembre 1981, era diventato doppio disco di platino, lasciandogli la sgradevole sensazione di essere destinato a diventare un fossile del passato; la salvezza, per così dire, gli venne da una cassetta ricevuta in dono da un amico e dedicata alla musica di Soweto, definita township jive, musica che lo colpì sia per l’insolita strumentazione – chitarre elettriche, fisarmonica e ritmi – sia per l’approccio musicale molto immediato, che lui nelle note di copertina di “Graceland” disse ricordargli vagamente i successi pop della Atlantic degli anni Cinquanta, in particolare Mr. Lee delle Bobettes e Jim Dandy di LaVern Baker, indicazione preziosa come vedremo. Simon, tramite la Warner Brothers per la quale registrava all’epoca, fu messo in contatto con Hilton Rosenthal, un produttore discografico che lavorava a Johannesburg e che aveva prodotto il gruppo Juluka, primo complesso misto di neri e bianchi a ottenere successo in Sudafrica. Rosenthal gli mandò una ventina di album che coprivano l’intero spettro della musica da quella tradizionale a quella più funk, e Simon iniziò ad ascoltarla in maniera continuativa.
Il passo successivo fu quello che alla fine scatenò le critiche più velenose al disco, perché nel febbraio 1985 Simon si trasferì in Sudafrica per registrare, mossa che fu vista come una violazione del boicottaggio culturale: in realtà, come ci informa Jesse Kornbluth nel booklet della ristampa per i 25 anni del disco, fu proprio il sindacato dei musicisti neri sudafricani che votò a favore di quella visita, sperando come poi avvenne che questa mossa avrebbe fatto conoscere al mondo la loro musica. Non abbiamo elementi in merito, ma forse giocò un ruolo importante il fatto che Simon è ebreo – suo nonno, che lui non conobbe mai, era stato un sarto a Vienna – e quindi membro di un’etnia cui non erano certo estranei razzismi e persecuzioni; del resto anche il produttore Rosenthal è sicuramente di origine ebraica, visto il cognome, e in Sudafrica neri ed ebrei hanno da sempre collaborato. (Non dimentichiamo poi i cattolici, fra cui citiamo un frate servita italiano che molto si spese per combattere l’apartheid: nientedimeno che Padre David Maria Turoldo, proprio il celebre teologo e poeta). Simon aveva inoltre le idee molto chiare in proposito: era partito senza aver scritto nulla in quanto la sua intenzione era di registrare prima le basi coi musicisti locali, cui sarebbero stati aggiunti altri musicisti negli USA, e solo dopo sarebbero state scritte le canzoni infatti, a un ascolto anche distratto si nota subito la forza della musica che cattura dalla prima nota l’ascoltatore e non lo molla più, in un viaggio senza respiro e pieno di piacevolissimi imprevisti a livello testuale e musicale, con un’atmosfera caratterizzata in gran parte dalla fisarmonica, proprio come nella cassetta che aveva fatto nascere il progetto.
A questo proposito gli ultimi due pezzi con gruppi americani, di cui Simon era poco soddisfatto perché diceva di aver finito le idee con gli africani, sono in realtà molto importanti nel loro rimarcare come la fisarmonica sia presente anche nella musica di gruppi minoritari negli USA – anch’essi, se non perseguitati, spesso ostracizzati – come i cajun del Sud, qui rappresentati da Good Rockin’ Dopsie And The Twisters, che avevano il termine “cajun” nella ragione sociale quando suonarono a Milano nei primi anni Ottanta, e i chicanos losangelini, con i formidabili Los Lobos ancora semisconosciuti e a un passo dal grande successo internazionale ottenuto con la colonna sonora del film biografico “La Bamba”. Davvero in questo disco Paul Simon ha inteso farci toccare con mano la comune radice ritmica, melodica e armonica delle musiche di due continenti, quasi anticipando con la sensibilità dell’artista la cosiddetta “world music” nel senso migliore del termine, e indicando la possibile procedura alla base di alcune delle migliori esperienze in questo campo, come in Italia la romana Orchestra di Piazza Vittorio e la milanese Orchestra di Via Padova. Questa volontà di trovare radici comuni è resa esplicita dai collaboratori: il brano che dà il titolo al disco fa riferimento proprio alla villa di Elvis, non a caso anche lui come Simon accusato di sfruttare una cultura che invece lui conosceva e amava profondamente, e ai cori ci sono gli Everly Brothers, ossia proprio il duo che ispirò Simon e Garfunkel fin dagli inizi della loro carriera quando ancora si facevano chiamare Tom & Jerry.
In Under African Skies, che uscì anche come singolo, è presente proprio Linda Ronstadt, quasi a voler rimarcare la già citata volontà che l’arte deve attraversare tutti i confini, così pure sono presenti Youssou N’Dour e, soprattutto, il coro dei Ladysmith Black Mambazo, con cui Simon firma due capolavori quali Homeless e Diamond On The Soles Of Her Shoes, ritratto della ragazza sudafricana ricca e sfrontata come Kara-An Rousseau, presente nel libro “Il Sapore del Sangue” del giallista sudafricano Deon Meyer, uscito in Italia tradotto da chi scrive. Forse la migliore definizione di questo album è quella molto poetica data dal chitarrista Ray Phiri, secondo il quale “Paul Simon scriveva di diamanti ma non possiede la miniera”. A ogni modo nel tour successivo il cantante inserì due artisti come la cantante Miriam Makeba e il trombettista Hugh Masekela, ossia proprio i due artisti sudafricani ad avere un disco di successo mondiale, rispettivamente “Pata Pata” e “Grazin’ In The Grass”. Masekela, richiesto di commentare il disco, affermò che comunque la loro musica era arrivata a dieci milioni di persone. Come spesso succede, la storia ebbe un lieto fine quando Paul Simon, il 10 gennaio 1992, fu invitato dal sindacato musicisti sudafricano a esibirsi nel proprio paese, e a un ricevimento organizzato dall’African National Congress incontrò proprio Nelson Mandela, scarcerato da neanche un paio d’anni, che espresse il suo compiacimento per questo disco che, ricordiamo, già quando uscì vendette 150.000 copie in Sudafrica, più di “Thriller” di Michael Jackson; insomma, come accennavamo all’inizio, “Graceland” fece davvero da discrimine fra due epoche sociali e politiche, impresa del tutto riuscita.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: