Paolo Sorrentino: “È stata la mano di Dio” (2021) – di Benedetta Servilii

Paolo Sorrentino lo si ama o lo si odia, non ci sono intermedi colori tenui. Come le passioni e le emozioni, quando si sceglie di viverle o di allontanarle. Io amo Paolo Sorrentino, in tutte le sue sfumature: regista, sceneggiatore, scrittore, uomo. Mai, come stavolta, è riuscito ad essere tutto questo insieme, portando sul grande schermo sé stesso, avvicinando noi tutti alla sua parte vulnerabile, dopo averci messo di fronte alla nostra con tutta la sua arte, in ogni sua forma. Perché è questo l’effetto che fa Sorrentino: ha il potere di farti guardare in te stesso mentre stai guardando altrove. Questo è il motivo per cui rimaniamo sempre disorientati e sospesi di fronte a lui, perché ci ritroviamo completamente nudi mentre pensiamo di guardare la vita di qualcun altro. Stavolta siamo stati spettatori della sua, che abbiamo osservato con rispetto, tenerezza, orgoglio e riconoscenza. Perché se “È stata la mano di Dio” (2021) sarà sempre l’espressione più alta dell’essenza della vita e l’omaggio all’amore più profondo, rimarrà anche il regalo più intimo (forse immeritato) ad un pubblico che, per la prima volta, ha visto un regista premio Oscar diventare un amico di famiglia che si vuole tenere per mano mentre diventa grande.
Non racconterò il film perché ognuno ha il diritto di entrare nell’intimità propria e altrui come desidera e di raccontarsi storie ed emozioni come davvero sente. “La realtà è il punto di partenza per tutti i racconti, però va reinventata”, lo dice lo stesso Sorrentino mentre ripercorre i luoghi più significativi della sua Napoli in un’intervista in cui racconta quanto questo film racchiuda in sé il massimo della gioia e il massimo del dolore e di come sia stato per lui trasmetterli a noi, da questa parte dello schermo. A dirla tutta, caro Paolo, quei picchi emotivi li ho sentiti tutti, vivendoli con te -mentre li riportavo a me – in un cinema quasi vuoto, dove avevo scelto di andare da sola, consapevole che, mai come prima, ci saremmo incontrati. Ho riso e pianto contemporaneamente, come in quelle situazioni a cui non so reagire perché spero siano allucinazioni psicotiche e, invece, sono le realtà che mi prendono a pugni lo stomaco. Una Napoli così bella, come non l’avevo mai vista, rappresentata in un tempo lontano ma che ha lasciato un segno indelebile del suo passaggio nella memoria collettiva, anche di chi quegli anni non li ha nemmeno vissuti.
Sorrentino ci porta lì e ci ritroviamo anche noi ad attendere l’acquisto del Dio del calcio, Diego Armando Maradona, come se nient’altro avesse importanza. Questa è la dedizione di Sorrentino agli aspetti irrilevanti della vita, quelli che le danno davvero unicità e autenticità e che cambiano a seconda della prospettiva in cui la guardiamo e la viviamo. Nulla è trascurato, ogni dettaglio cromatico, scenico e sonoro non è lasciato al caso; i dialoghi, essenziali e potenti, sono sempre in grado di amplificarsi dentro di noi come in una cassa di risonanza emotiva. Tutti i personaggi, rappresentati nelle loro più profonde e, allo stesso tempo, bizzarre peculiarità, sono portatori di intensi significati, che assumono ancor più valore perché raccontano quei luoghi e quel tempo. Si ha la sensazione che siano lì per dare risalto ad ogni sfumatura del protagonista, Filippo Scotti, che porta sullo schermo il fardello e i sogni di un Sorrentino adolescente e lo fa con una forza espressiva disarmante, che passa anche attraverso uno sguardo talmente intenso in ogni inquadratura da provare l’irrefrenabile desiderio di un abbraccio.
Una storia e un giovane attore in grado di rendere quasi marginale un Toni Servillo che, per una volta, cede il palco (con la sua solita e impeccabile eleganza) e rende omaggio a chi ha cucito su di lui personaggi meravigliosi; una Luisa Ranieri bellissima e toccante, che rappresenta il femminile nella sua complessità, intima e profonda; Teresa Saponangelo che descrive un femminile vivace e ironico in grado di esprimere leggerezza, gioia e dolore con la medesima struggente intensità; un Renato Carpentieri saggio e profetico; Ciro Capano che, nei panni di Antonio Capuano, mentore di Sorrentino, mi ha distrutto i sensi con quel Non ti disunire. Per citarne solo qualcuno. Poi c’è Napoli, con i suoi colori, le sue tradizioni e superstizioni, con le passioni viscerali e la contagiosa leggerezza. Non c’è nulla che possa lasciare indifferenti, nulla che non ci abbia sfiorato almeno per un attimo perché aveva il calore della familiarità, nulla che lascerò andare via facilmente. Grazie Paolo, ancora una volta. Se è stata la mano di Dio a salvare te, sappi che la tua ha salvato me da quella che è davvero una realtà scadente.

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