Nino Manfredi: Canzoni e stornelli – di Francesco Chiari

Lo scorso 22 marzo si ricordava il centenario della nascita di Saturnino Manfredi, per tutti Nino, genio davvero multiforme – attore, regista di teatro e cinema, scrittore e come vedremo anche cantante – cui ha reso omaggio la bella biografia di Andrea CiaffaroniAlla ricerca di Nino Manfredi (Sagoma editore 2021), molto ricca e ben documentata, con solo alcune piccole imprecisioni come nel caso del film di Dino Risi Straziami ma di baci saziami” (1968), in cui si dice che la vincita in grado di rimettere in piedi il protagonista Marino è al totocalcio, quando invece è una quaterna secca al lotto, ma poco importa. Si diceva di Manfredi cantante, ed in questo campo fu lui a creare il personaggio di Rugantino nell’omonima e notissima commedia musicale, non solo cantando per la prima volta un classico quale Roma Nun Fa’ La Stupida Stasera ma creando un modello imprescindibile per tutti quanti avrebbero poi ripreso la parte (uno di questi, Enrico Montesano, racconta nella biografia citata che quando andò in ospedale a trovare Manfredi morente si sentì apostrofare da un infermiere Ecco Rugantino, al che Montesano prontamente ribatté No, er primo sta su!). Il primo contatto con la musica di Nino risale al periodo del sanatorio dell’ospedale Carlo Forlanini in cui fu ricoverato nel 1937 per una gravissima forma di pleurite bilaterale: questa esperienza lo segnò profondamente anche per il contatto quotidiano con la morte che spesso si portava via altri ragazzi lì ricoverati, fatto questo che gli fece perdere la fede e lo trasformò in un ateo convinto.
Uno dei passatempi più comuni nel sanatorio era il traforo per creare piccoli oggetti d’arredamento, ma Nino – già particolare da adolescente – si costruì invece un banjo col fondo di una sedia rotonda che gli aveva portato suo padre ed un manico fornitogli da un liutaio, e dopo aver imparato a suonarlo alla bell’e meglio – come disse lui – reclutò i pazienti che sapevano suonare chitarra e mandolino e formò un complesso a plettro che si esibiva ogni sabato pomeriggio con un repertorio di canzoni napoletane e successi di quegli anni quali
Amapola, Rosamunda e La Cumparsita. Non approfondisce Manfredi ma a nostro parere quest’esperienza ha avuto un’importanza notevole per il suo futuro di cantante, in quanto il suo banjo, in un’orchestra senza sezione ritmica, aveva una funzione di sostegno armonico e soprattutto ritmico, per sostenere l’organico in modo da non perdere la quadratura e per adattarsi ai ritmi più diversi, come il tango e la polka negli esempi succitati, esperienza quindi elaborata e sublimata nella sua grande scioltezza e disinvoltura di cantante. Se escludiamo il citato personaggio di Rugantino, per ritrovare o meglio scoprire il Manfredi cantante bisognerà attendere il 1970, quando l’attore fu invitato come ospite al Festival di Sanremo con uno spazio di dodici minuti, all’interno del quale Nino decise di rendere omaggio al sommo Ettore Petrolini, che lui fece tempo da bambino a vedere sul palco, presentando la sua Tanto Pe’ Cantà.
Questa canzone fu registrata da Petrolini per la prima volta nel 1932 con l’accompagnamento, guarda caso, di un’orchestra a plettro integrata nel finale da un coro, e la versione di Nino riprende fedelmente lo schema della registrazione originale con minimi aggiornamenti, fra cui la parte di batteria, di grande finezza e per niente intrusiva e, soprattutto, i commenti di flauto alla voce cantante, insieme ficcanti e discreti. L’arrangiamento si deve ai fratelli Guido e Maurizio De Angelis, i fratelli da Rocca di Papa noti poi come Oliver Onions e musicisti quasi privati di Terence Hill e Bud Spencer: nonostante avessero già una buona carriera alle spalle, fu questa collaborazione che li lanciò alla grande anche nel campo delle colonne sonore, a cominciare proprio dal primo film di Manfredi regista di cui parleremo tra poco. L’ospitata di cui sopra fu un grande successo di pubblico anche se fu fonte di malumori fra i cantanti, poiché Erminia, la moglie di Manfredi, ricorda che Claudio Villa guardò storto il marito per tutta la serata in quanto “invadeva il loro spazio”: e il “Reuccio” aveva ragione di temere visto che la canzone petroliniana cantata da Nino uscì su 45 giri accoppiata ad un altro classico romanesco, Affaccete Nunziata, ed arrivò fino alla quarta posizione dei singoli più venduti. Da qui prende spunto l’occasionale ma sempre qualitativamente alto percorso di Manfredi cantante, riassunto in un LP IT del 1976 incluso nella serie “Lineatre” della RCA e in un disco sempre della IT del 1998, ambedue intitolati, con immane sforzo di fantasia, Tanto Pe’ Cantà (non solo, ma le anonime note di copertina dell’LP sono riprodotte pari pari salvo le ultime nove righe sul CD, ma in questo caso estese agli altri brani successivi alla prima uscita del disco LP).
Il film successivo all’apparizione sanremese fu lo storico
Per Grazia Ricevuta” (1971) Manfredi lo riteneva il suo miglior film – la cui memorabile storia è punteggiata da brani altrettanto memorabili, fra cui in prima fila almeno per chi scrive W. S. Eusebio, sentito durante la scena della processione: qui Nino e i fratelli De Angelis ricostruiscono magnificamente un’atmosfera musicale da banda di provincia, tanto da coinvolgere nel divertimento persino il sempre impeccabile coro dei 4+4 di Nora Orlandi, ed infatti l’entratasporca” di una corista a 1’45” ci sta benissimo. Un altro brano, Me Pizzica Me Mozzica, fu invece oggetto di una censura radiofonica della quale, stranamente, non si fa verbo nella biografia succitata: la prima strofa della versione originale dice parlando di Rusinella che sposa Giosuè “se credeva ch’era sana mentre sana lei nun c’è”, dove “sana” sta ovviamente per “vergine”, ed infatti nel testo si descrive l’amplesso rusticano fra una verginella ed un rozzo pastore. Si capisce che questa versione non poteva passare alla radio dell’epoca, e così ne fu registrata una seconda – che ricordo infatti d’aver sentito in un programma – col testo modificato in “ma lo sanno tutti quanti che voleva bene a me”, per cui la storia di un matrimonio d’interesse risulta più accettabile. Fatto strano questa seconda versione è solo sull’LP ma non sul CD che comprende la prima, e si poteva ben pubblicarla espungendo l’inutile Andrea Pinocchio, cantata da Andrea Balestri, il “Pinocchio” della versione televisiva in cui Manfredi interpretava Mastro Geppetto.
Da quel film viene anche una canzone con lo stesso titolo, ma modellata su un’altra scritta dalla vedova di Antonio Cifariello, attore diventato documentarista, quando seppe che era morto in Africa durante un incarico: il titolo originale era
Benvenuto fra noi, qui diventato la frase iniziale affidata ad un coretto beffardo di angeli, ben adatto all’amara riflessione sul vivere cantata sommessamente da Nino. L’anno dopo Manfredi recita nel film Trastevere dell’amico Fausto Tozzi, che nel film precedente aveva interpretato il medico ed aveva collaborato ai testi: purtroppo, anche dopo ripetute versioni, si tratta di un film lutulento, approssimativo, da Fellini che si è calato un acido pessimo, e oltretutto dalla storia tribolata perché tre degli attori, Martine Brochard, Riccardo Garrone e Umberto Orsini, scoprirono che la loro parte era stata tagliata al montaggio; comunque Manfredi canta la canzone del titolo con amaro disincanto di chi vede sparire un mondo a lui caro, e ci commuove un’altra volta. Allo stesso periodo risale M’è nata all’improvviso una canzone, scritta in appena un’ora a casa Manfredi dal chitarrista Ugo Calise – l’autore di Nun È Peccato, per intenderci – e dall’attore Fiorenzo Fiorentini, un perfetto concentrato di filosofia romanesca che avrebbe meritato maggior fortuna. Si diceva sopra de Le Avventure di Pinocchio” (1972) di Luigi Comencini, da cui viene La canzone di Mastro Geppetto nella quale Manfredi, che nella vita reale aveva una bella famiglia, rende perfettamente da grande attore la straziante solitudine dell’uomo solo che si guarda nello specchio / Ogni giorno un po’ più vecchio che non sa con chi parlare.
Nel disco citato sono inclusi brani meno noti ma bellissimi tratti da vari film, come
Cuore con la Q da “Lo Chiameremo Andrea” (1972) di Vittorio De Sica, in cui Manfredi nel ruolo di un insegnante impartisce lezioni di vita sostenuto da un coro di bambini, oppure Girolimoni e Fataltango, ambedue col testo firmato da una grande e misconosciuta autrice come Jaja Fiastri. Da un film per niente eccezionale come Questo e Quello (1983) di Sergio Corbucci e con Renato Pozzetto, viene invece un piccolo capolavoro quale Che Bello Stà Co Te, firmato da Luciano Rossi, in cui Nino si abbandona per la prima volta ad un sentimento di amore corrisposto, presentandoci una piccola gemma solo un poco guastato dal freddo accompagnamento di sintetizzatori; dopo aver citato La Ballata di Ciceruacchio, dal film In Nome del Popolo Sovrano” (1990) di Luigi Magni, regista vecchio amico di Nino qui anche autore del testo, e dopo aver ricordato le varie sigle televisive qui non trattate, il nostro viaggio si conclude con un Viale Di Re del 1991, firmato da Dino Verde, una sorta di passeggiata fra le vie di Roma che ricordano tante donne, chiaro riferimento alle varie avventure casuali di Nino che gli avevano meritato il soprannome di “Zorro” dalla moglie, ma in cui Manfredi si abbandona finalmente con passione ai ricordi assaporati gustosamente – anche se afferma di essere vissuto a Roma da quando è nato, mentre lui è ciociaro di Castro De’ Volsci – riconciliando se stesso e noi con un passato rivisto nella sua bellezza, e non casualmente sarà con questa bellissima canzone che il Nino cantante si congederà da noi, restando però sempre presente nella nostra memoria storica e umana.

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