Nick Cave & The Bad Seeds: “Kicking Against The Pricks” (1986) – di Marco Fanciulli

Quando iniziai a frequentare il negozio di dischi Psycho, che a quei tempi stava in pieno centro a Milano, in Via Molino delle Armi, ancora non avrei immaginato che quell’ ambiente sarebbe diventato il mio principale punto di riferimento per la mia crescita musicale. Ai tempi ero alla ricerca di una mia via personale al blues. Se è vero che “Abbiamo tutti un blues da piangere“, come recita il titolo dell’album dei Perigeo datato 1973, il mio blues non lo cercai nella “Milano da bere” finta e plastificata dalla quale fuggivo completamente perché era un mondo che non mi apparteneva; lo sentivo distante, alieno, per nulla stimolante per la mia personalità a discapito della sua opulenza smagliatamente, sfacciata e luccicante. Ma accanto a una “Milano da bere” esisteva anche una Milanoda pere” ed era l’altra faccia, era la Milano di periferia fatta di squallore, disagio metropolitano, siringhe in mezzo a prati spelacchiati di giardini pubblici: gente che si bucava all’ombra degli alberi o negli androni e nei cortili degli alloggi popolari, tra immondizie abbandonate per strada, odori di urina e senzatetto sdraiati sulle panchine, motorini truccati, partite a pallone al campetto dell’oratorio. E fu qui che compresi di aver trovato il mio blues, fra la gente di periferia, più o meno derelitta, più o meno di risulta. Fra questa gente vi erano anche tante persone interessanti, studenti e operai, grazie ai quali, tra concerti ai centri sociali e simposi organizzati in casa, crebbi culturalmente e musicalmente.
Questo contesto mi permise di penetrare a fondo una personalità come Nick Cave, uno che il blues non lo vive, ce l’ha fin nelle pieghe più nascoste dell’anima. Ed è proprio la sua figura sofferta e tormentata che mi aprì le porte a quel blues che cercavo da tempo nelle periferie milanesi popolate di anime perdenti, escluse dalla Grande Illusione di una “Milano da bere“… tutta aria fritta e superficialità, e per questo anime più vere, profonde: Cristo vive in mezzo ai derelitti, in chi trova conforto in una siringa, fra chi prende un autobus per la fabbrica e vive nel tormento di Nick Cave. Trovai da PsychoKicking Against The Pricks” presso il reparto vinili usati, non l’originale ma una ristampa inglese. Il disco uscì nel 1986, nel periodo più difficile di Nick Cave, bruciato dell’eroina e tormentato dai suoi fantasmi. Era il periodo in fui Nick Cave era alle prese con il suo capolavoro letterario, “E l’Asina Vide l’Angelo” poi uscito nel 1989. Il titolo è tratto da un versetto degli Atti degli Apostoli e letteralmente significa “prendendo a calci i pungoli” ma fra le righe il titolo è un’invettiva contro le persone sgradevoli che sarebbero “teste di cazzo da prendere a calci“.
Kicking Against The Pricks” è un disco composto interamente di covers, rivisitate secondo il tormento caveano e ontologicamente è un disco blues nel profondo, il blues più malato e costipato che rimanda alla maniera dei prewar bluesmen. A ciò bisogna aggiungere una vena decadente-romantica, il senso del gotico mutuato dalle culture degli stati del sud dell’Unione e da William Faulknet e il rapporto tra l’individuo e la religione, nel senso di colpa tipicamente protestante. Qui c’è tutto quello che trovai in quella Milano di periferia, è anche di più: c’è l’angoscia della suburbia vissuta dai perdenti, la solitudine, la presenza di Dio fra i losers, l’incubo della droga, l’immaginario gotico della morte, l’arte di Nick Cave e dei suoi “Semi Maledetti“. La formazione comprende Nick Cave alla voce e al piano, Blixa Bargeld degli Einsturzende Neubauten alle chitarra, Mick Harvey chitarra e basso, Barry Adamson al basso e Thomas Wydler alla batteria. I Bad Seeds nella loro formazione classica.
Il lato A si apre con Muddy Water che non è una dedica al celebre bluesman ma Il rifacimento di un bluegrass del folk singer Philp Rosenthal. Cave ne da un’interpretazione sofferta e carica di pathos, una delle sue migliori performances canore, mentre l’arrangiamento donano al brano è una patina da suburbia notturna tradotta in un afflato drammatico. Segue I’m Gonna Kill That Woman di John Lee Hooker, ove lo stile introspettivo del celebre bluesman del Mississippi si trasforma in una nervosa e nevrotica pièce claudicante intrisa di una teatralità tipica rappresentativa del dramma e del travaglio della psiche umana. Il terzo brano è Sleeping Annaleah, rifacimento della Weeping Annaleah di Mickey Newbury, cantautore statunitense texano di area country; dopo la nevrosi del brano precedente qui c’è una distensione e un’apertura verso un elegante assonanza di voce, cori e pianoforte: un brano dall’atmosfera decadente ed elegante al contempo – quasi vicino alla figura del Des Esseints in “A Rebours” (1984) di Joris-Karl Huysmans per il suo afflato – che smorza i toni cupi del disco. Il brano successivo è la cover di Long Black Veil di Johnny Cash, ed è qui che entriamo in un ambito che sta molto a cuore a Nick Cave: le murder ballads; qui la canzone si fa racconto e Cave ci offre un’impeccabile interpretazione da reading cantautoriale di una storia di amore e assassinio.
Segue Hey Joe di Billy Roberts, quella resa celebre dai Byrds e da Jimi Hendrix, ed è una sorpresa: Cave reinterpreta il brano con un impeto da “Sturm und Drang“, introducendo arrangiamenti che sono un autentico torrente sonoro e tengono il fiato sospeso, quasi un bolero di estasi drammatica, con un canto caveano sciamanico. Chiude il primo lato The Singer: ancora Johnny Cash rivisitato con una dolce e acustica ballad intimista. Il lato B si apre con All Tomorrows Parties dei Velvet Underground; il brano originario, dominato dalla voce crepuscolare di Nico, diventa una scarica al fulmicotone che deflagra in una tempesta di pura arte del drammatico e dell’angoscia dell’uomo, che grida al suono di arrangiamenti pomposi e martellanti i quali accompagnano un coro di voci inesorabilmente proiettate verso un destino ineluttabile. Segue la calma apparente di By The Times I Get To Phoenix, cover di Isaac Hayes ingentilita dal fascino raffinato di Cave.
The Hammer Song è in altro episodio sorprendente: cover della Sensational Alex Harvey Band, gruppo glam scozzese. Il brano inizia con note di tastiera che introducono una voce severa e ammonitoria e prosegue in un crescendo marziale, con la batteria che intona una marcia di predicatori nella notte in una città deserta, fino a deflagrare in tormentate dissonanze. Segue Something Gotten Hold of My Heart di Gene Pitney: qui Cave ci da una versione molto vicina al pop sofisticato ed elegante di Marc Almond, altra sorpresa inedita di un album ricco di sorprese. Il penultimo brano è un gospel tradizionale: Jesus Meet The Woman At The Well, portato alla fama dagli Alabama Singers, dall’andamento sincopato che accompagna il coro di voci. Chiude il disco The Carnival is Over, un brano le cui origini portano lontano: è una vecchio canto tradizionale russo tradotto in inglese e reso famoso negli anni sessanta dalla folk band australiana The Seekers. La cover di Nick Cave e dei Bad Seeds ne dà una versione quasi da inno religioso intonato alla fine di una celebrazione: degna chiusura di un album che è la celebrazione fra sacro e profano della commedia umana ribaltata in tragedia.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: